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È finita nel modo più drammatico ed intenso che il calcio possa offrire: calci di rigore all’oltranza, fino al nono tiro. Passa alle semifinali la squadra più forte del mondo, la Germania, senza però lasciare traccia di un dominio annunciato. Cosa ci lascia l’Italia di Antonio Conte dopo un Europeo a dir poco sorprendente?

Probabilmente una sensanzione strana, spiazzante. Che tuttora molti – soprattutto nel mondo dei media generalisti – continuano a battezzare infarcendola di luoghi comuni: cuore, carattere, sudore e altri concetti che non spiegano davvero il lavoro oltremodo profondo del vero fuoriclasse dell’Europeo in Francia: Antonio Conte.

L’uomo che ha definitivamente traslato il senso dell’espressione “commissario tecnico/selezionatore” in “allenatore tout court; che ha elevato l’elasticità tattica e la preparazione al singolo match a modello avanguardistico. Spazzando via – sul campo – mesi e mesi di retorica su “catenaccio e difesa” consegnando al torneo continentale una squadra matura, consapevole dei propri punti di forza e soprattutto schierata come nessuno in funzione del singolo avversario.

Belgio, Spagna e infine Germania. L’Italia si è trovata davanti tre ostacoli di grosso tonnellaggio, con differenti caratteristiche, e che ha sempre affrontato – e nei primi due casi dominato – seguendo alla lettera i piani di lavoro di Conte. Un’affinatissima macchina tattica che studia e scandaglia in profondità i punti deboli (e forti) del rivale di turno, riuscendo costantemente a plasmare una formazione di difficile lettura per gli avversari: cangiante, mutevole, fluida. Quasi inscalfibile. Pur utilizzando sempre lo stesso undici di partenza, al netto di squalifiche ed infortuni.

La Germania di Löw, per la prima volta nel torneo, ha cambiato sistema tattico esclusivamente per questa sfida, abbandonando la tipica difesa a 4 per uno schieramento “a specchio”, a 3 difensori, sfruttando le qualità fuori categoria di Boateng in fase d’impostazione. Ovvero: Löw ha fatto il Conte. Löw, raffigurazione plastica dell’avanguardia tattica europea di un movimento in costante crescita e consolidamento, ha intuito la lezione italiana e l’ha rimodellata a modo suo.

Perché nella preparazione ossessiva in funzione dell’avversario si può scovare la vera eredità di Antonio Conte: un inno al lavoro giornaliero sull’organizzazione collettiva, sul gruppo, sui compiti specifici richiesti ai propri giocatori che, in campo, ripropongono le sue idee con scioltezza e continuità quasi robotiche. È la summa del paradigma del calcio contemporaneo, dove la preparazione tattica, la capacità mentale, la coesione e la chiarezza di idee vincono inesorabilmente sul singolo talento; o meglio, sull’inefficienza tattica collettiva aggrappata al singolo (Inghilterra e Belgio intended).

Conte, meglio e prima di tutti, ha capito che il calcio contemporaneo – nella sua variabile da tornei nazionali – è materia oltremodo ostica. L’Europeo che propone Galles in semifinale, Islanda ai quarti, Ungheria vincente del girone F e partite finite esclusivamente o quasi con un gol di scarto, è l’ennesima dimostrazione di un gioco perfezionato sotto molteplici aspetti. Dove il concetto di “squadra materasso” sarebbe da cestinare insieme a quello di “catenaccio”; sotterrati da anni di crescita globale di preparazione tattica, atletica, analitica, di investimenti in tecnologie specifiche, in know-how di settore e di specializzazioni in vari campi applicati al gioco.

Conte è la dimostrazione plastica di questa visione: non c’è traccia della tradizione italica old-fashioned nel suo modo d’intendere il calcio ed approcciare le partite. Conte è l’anti-cliché italiano. La nemesi del “catenaccio”, della difesa per la difesa: l’anti-narrazione calcistica nazionalpopolare. Conte si afferma – oggi più che mai – come tecnico dalla preparazione tattica al massimo livello, come professionista che riesce ad annullare ogni forma di gap tecnico grazie ad idee innovative e vestiti tattici ritagliati su misura. Un sarto dalle mani fatate.

Lo ha dimostrato ampiamente in questo mese di Europeo. E lo ha pure orgogliosamente sottolineato nel post-partita contro la Spagna, citando una dichiarazione dell’emblema iberico del calcio di posizione e possesso.

“Ci aspetta una gara tosta contro la Germania, ma abbiamo dimostrato che l’Italia non è catenaccio. Il complimento più bello ce l’ha fatto Xavi – non uno qualunque – dicendo che l’Italia ricorda per metà il Barcellona e metà l’Atlético”.

Ha vinto col Belgio sovrastandolo tatticamente, sfruttandone i difetti strutturali nella costruzione e nel giropalla difensivo, piazzandosi con un ideale meccanismo posizionale di schermatura delle linee di passaggio, e lavorando poi su un meticoloso piano di sfruttamento dei mezzi-spazi fra centrali e terzini della vulnerabile linea a 4 belga. Umiliando così Wilmots nella sfida delle panchine.

Ha fatto della Spagna di Del Bosque una vera mattanza, sorprendendola con un piano tattico perfetto: ha svuotato il centro del campo e ha ordinato di aggredire costantemente la Roja, alzando il baricentro medio rispetto al match contro i belgi: producendo così un gioco attivo proprio contro i padroni del possesso. Resi, poi, inermi e asfittici da continui duelli uno-contro-uno progettati a tutto campo con un’enorme dose di aggressività.

Infine, ha imbrigliato la Germania proponendo un continuo raddoppio sulle catene laterali, contrastando l’enorme ampiezza tedesca e cercando spesso la giocata centrale per l’imbucata rapida del duo Pellè-Éder, chiamato sempre al dialogo secondo il concetto base di creazione dello spazio venendo incontro – il primo – e attacco della profondità partendo in verticale, il secondo. Meccanismo offensivo tipico delle coppie d’attacco di Conte, già osservato nelle partite con Belgio e Svezia. E perfino nella sua prima Juventus.

Poche idee, dato il risicatissimo tempo a disposizione nel preparare l’Europeo, ma chiarissime. Nitide e flessibili. Secondo una visione contemporanea, che vede il gioco e l’atteggiamento di una squadra svilupparsi e modellarsi a seconda delle esigenze e delle fasi interne che scandiscono una singola partita. Al contrario di molte big di questo strano, equilibratissimo torneo. Dove l’impostazione tattica delle squadre e la preparazione di allenatori e staff sta giocando un ruolo decisivo in un quadro ricco di sorprese e underdog.

Con buona pace dei sentimentalismi spicci, della logora e fuorviante retorica sulla difesa strenue a tutti i costi, sugli scarsi ma con un cuore grande così, Antonio Conte ha lasciato una legacy davvero pesante nel paese del Gattopardo: una lectio magistralis d’innovazione, cultura del lavoro e idee tattiche al passo coi tempi. Si potrebbe perfino azzardare di modernità calcistica e culturale. Nonostante i vertici del sistema-calcio italiano gli abbiano spesso remato contro o quantomeno complicato i piani fra stage negati, ritardi diffusi, richieste respinte al mittente e continue frizioni sulla visione globale del ruolo di CT.

“A novembre dopo le qualificazioni volevo restare per un altro biennio, ma non mi sono mai sentito appoggiato da nessuno. Solo il presidente mi è stato vicino, ma fino a un certo punto.”

Materiale da fuoriclasse della panchina. Come suggellato dalle parole di Joachim Löw dopo l’infinita partita a scacchi di ieri sera.

“Siamo stati superiori in campo, ma l’Italia è stata brava e noi abbiamo dovuto chiudergli gli spazi. È stata una partita tatticamente molto intensa, la più difficile, e alla fine abbiamo avuto anche un pizzico di fortuna. Avevo visto contro la Spagna che loro attaccano sempre molto bene, dunque ho dovuto chiudere gli spazi centrali della nostra area schierando tre difensori. Cambiare contro l’Italia era assolutamente necessario”.