I padroni di casa che vanno avanti, infischiandosene di tutti i loro problemi di gioco, di tattica, di posizione. Tanto poi ci pensa Griezmann. O Payet. O Schweinsteiger. E una mano la dà pure il calendario. Gli sfidanti che non ti aspetti, gli ammazza-hipster, quelli che non vincono ma nemmeno perdono, con Cristiano Ronaldo a mezzo servizio e che dietro non fanno passare quasi nulla, tanto poi un Quaresma appare e la butta dentro.

Una finale imprevedibile, o quasi. Sulla Francia, scommetterci non era certo azzardato. La batteria di giocatori “dalla cintola in su” è sulla carta invidiabile, e per quanto viaggi probabilmente sotto le proprie possibilità globali, è stata sufficiente per schiantare una Romania, un’Irlanda, un’Islanda o una Germania incerottata. Magari con i tedeschi al completo sarebbe stato sì un azzardo. Ma tanto è bastato.

D’altronde quel “tanto basta” risponde al nome di Antoine Griezmann, 70 reti (nazionale compresa) nelle ultime due stagioni. E così ti puoi concedere pure i cali di Payet, i vani leziosismi di Pogba, i gol divorati da Giroud. Nella Francia, qualcuno che poi la butta dentro alla fine esce sempre fuori. E poi c’è il fattore campo. Sono i padroni di casa, e pure questo pesa. Anche perché la Francia in casa pare ben lontana dalle schizofrenie brasiliane tra le mura amiche.

I panzer tedeschi al Minerão avevano triturato il “favorito” Brasile due anni fa. Ora, contro i Bleus, hanno regalato due gol, non riuscendo a finalizzare l’immensa mole di gioco prodotta, sempre infrantasi contro la novella linea Maginot francese o contro un ottimo Lloris. I Panzer tedeschi, ora noti come “gli orfani di Gomez”. E allora la gran finale è per la spesso disordinata ma tangibilissima classe dei Galletti, quelli che le ultime due competizioni giocate in casa le hanno vinte. Platini, Zidane, Griezmann?

Sul Portogallo, in realtà, nessuno avrebbe scommesso un solo centesimo. Perché al Mondiale era stato preso a schiaffi. Perché pareva CR7 con intorno una sequela di gregari. Perché oltretutto CR7 è in riserva da settimane. Perché nel girone di gomma del torneo era passato come terza (e non solo, come ultima delle migliori terze). E invece. Audaces fortuna iuvat, dicevano gli antichi. Ecco, proprio no.

Niente c’è di meno audace o sfrontato del sistema di gioco del Portogallo. Il motto dei lusitani dovrebbe essere piuttosto “la pazienza è la virtù dei forti”. Una costante, paziente, sfiancante – noiosa? – ma efficace chiusura di ogni spazio e linea di costruzione per l’avversario, al prezzo di sacrificare fluidità e lucidità offensiva. Un Portogallo idealmente mourinhiano, si potrebbe dire.

Con Ronaldo prima punti dieci gendarmi che si schierano a coprirgli le spalle. Tanto poi qualcosa arriva. Così è stato con la Croazia, così con la Polonia, così con il Galles. A proposito di squadre su cui avremmo scommesso (per fare bene, non per vincere). Altra favola spezzata. Ma il Galles, che già un pezzo di storia l’aveva scritto, niente ha effettivamente fatto per meritare l’eventuale finale, se non quanto basta per salvare l’onore delle armi.

Quindi giusto così, che la finale sia dei lusitani. D’altronde 12 anni fa in finale erano loro i padroni di casa, e li batté una squadra che partiva come vittima sacrificale e giocava un po’ in questa maniera. Chissà che dice la Cabala…