Sette gare, una vittoria e sei pareggi nei tempi regolamentari, ripescata come quarta tra le quattro migliori terze per il passaggio agli ottavi. Questi i numeri del Portogallo novello campione d’Europa. E nessuna sconfitta, proprio come la Francia, che di gare ne ha vinte cinque, ha il capocannoniere del torneo, il miglior attacco ed è imbattuta – pure lei – nei novanta minuti.

I numeri, però, non la raccontano giusta. Perché alla fine della fiera questa finale ha avuto un andamento prevedibile (e previsto), aldilà del risultato. E proprio quelle previsioni ci dicevano che sarebbe stata più legittima una vittoria portoghese.

Come si immaginava, è stata una partita brutta – al netto delle emozioni che riservano le finali con supplementari, dove al 104° basta una rimessa laterale per farti scattare in piedi, poi se Quaresma fa una rabona sull’1-0 si va nell’ambito dell’eccitazione sessuale. Come si immaginava, è stata una partita dove la Francia ha fatto una sfuriata iniziale di 10 minuti, un’altra a metà ripresa e un guizzo sul finale, mentre per il resto non ha mai avuto la minima idea di come aggirare il “pullman” portoghese, tentando una serie di soluzioni e sfondamenti personali disinnescati da un ottimo Rui Patricio.

Insomma, a dirla esplicita, si sono trovate davanti due squadre che non giocavano: il Portogallo lo ha fatto in maniera sistematica ed ordinata, la Francia in maniera casuale e disordinata. I Bleus hanno dato sfoggio all’ennesimo caso di “tossicodipendenza da giocata personale” (e le caratteristiche dei lusitani hanno contribuito ad aggravarne i sintomi), dove senza Sissoko che partiva in sfondamento muscolare o Coman (assai più dell’abulico Payet) che andava in dribbling e tiro, nemmeno esisteva l’ombra di una manovra. Agilmente congestionata dal 4-1-4-1 di Santos con le sue schermature e i duelli portati a tutto campo.

Ma uscendo dalla mera (e opinabile) analisi tattica, la differenza tra Francia e Portogallo è plasticamente riassumibile nell’atteggiamento dei due CT: Santos sempre in piedi per 120 minuti, continuamente a dare indicazioni, a tener dritta la barra, a ricaricare i suoi, senza gli eccessi scenici di scuola contiana ma presenza tangibile per la squadra. Deschamps invece è stato spettatore non pagante, mai un gesto, un sussulto, un grido, una modifica della disposizione dei suoi.

Il buon Didier deve essersi fatto sostituire dal sosia Claudio Lippi in panchina, fermo lì a farsi trascinare da quella corrente chiamata Griezmann che stasera, nell’occasione della vita, è mancata o ha tirato dalla parte sbagliata. Mai una volta che DD abbia tirato fuori i remi e dato un paio di vogate ben assestate, mai un segno di vita durante le fasi di gioco se non quando ormai era troppo tardi, con la chiamata disperata di Martial.

E praticamente è stato così per l’intero Europeo. Vero, alla seconda gara aveva dato un cambio di rotta, buttando dentro nella ripresa proprio Griezmann e Pogba dopo un primo tempo chiuso 0-0 con l’Albania. Ma pure quella mossa, quella pronta reazione, è stata una banale e prevedibile sconfessione di sé stesso, dato che aveva escluso entrambi dopo l’esordio in ombra nella precedente sfida contro la Romania (con il bomber dei colchoneros esiliato sulla corsia destra dell’attacco) attirando in realtà più polemiche che altro.

Deschamps, inizialmente alla ricerca dell’equilibrio, è progressivamente scivolato nell’apatica attesa dei suoi talenti, tanto da non toccare più l’undici schierato nella goleada contro l’esausta Islanda – sostituti degli squalificati compresi – dopo aver cambiato tre formazioni nelle prime tre partite. Schierare sul campo tutte le bocche da fuoco a disposizione e poi vedere quel che succede, sperando che la partita la facessero gli altri.

In realtà le “bocche da fuoco” hanno in buona parte sparato a salve, e i numeri dell’attacco sono inquinati dalla gara con la tecnicamente modesta Islanda, mentalmente ferma al trionfo con l’Inghilterra per tutto il primo tempo, mentre nel piano della realtà le disordinate offensive francesi ne facevano a fette la (fino a quel momento) temibile e organizzatissima fase difensiva.

Tant’è che i limiti dei francesi, già (ri)visti con l’ancor più modesta Irlanda, erano riapparsi contro i tedeschi: il buio di Pogba, il calo di Payet, la poca freddezza di Giroud, l’ornamentalità di Martial, il non saper come far girare il pallone in modo sciolto e attivo se non andando in avanti con assalti alla baionetta; il tutto sapientemente nascosto dalle doppiette di Griezmann, sempre capace di trovare il colpo giusto nel momento giusto e di togliere le castagne dal fuoco con l’Albania, come con l’Irlanda e la Germania.

Forse, non è un caso che i Bleus siano caduti in finale con la squadra che combinava una discreta tecnica di base con la miglior fase difensiva: quel Portogallo che già aveva soffocato di noia squadre estrose come la Croazia e in parte la Polonia, dopo aver sofferto con nazionali tecnicamente ben più mediocri nel girone.

A ben vedere, il Portogallo è la vera e propria nemesi della Francia, e insieme sono state degno quadro rappresentativo di un Europeo sostanzialmente brutto. Assai poco arrembante, estremamente chiuso, ben messo in campo, che ha risolto il problema storico del centravanti non usandolo, quello contingente della costruzione del gioco non costruendolo, e quello generale della difesa trasformandola in un fortino. L’opposto della Francia, nei limiti e nei punti di forza.

“Curioso” il percorso di entrambe verso la finale: la Francia – che si trovava nella parte “forte” del tabellone dopo un facile girone vinto – ha incrociato come abbiamo visto una serie di avversari modesti e/o malconci e/o esausti, Portogallo in finale (sulla carta) compreso; i lusitani invece, piazzati nella parte “debole”, hanno trovato la quotata Croazia, eliminandola con una ribattuta al primo vero tiro in porta della gara (al 117°); l’apprezzata Polonia, ripresa con un’autorete e poi battuta ai rigori; e finendo per incrociare il Galles (invece del Belgio) privo però di Ramsey e di Davies.

Percorsi all’insegna del fattore C, potremmo dire, anche per motivi differenti. Fattore che ci vuole sempre, sia chiaro, soprattutto in queste competizioni. Ma che pareva straripante da entrambe le parti, insieme alla morbosa dipendenza dai propri campioni (problema rivelatosi poi solo apparente per i lusitani).

La strana istantanea di uno strano Europeo

E quindi alla fine è giusto che la ragnatela difensiva di Fernando Santos sia stata premiata con la vittoria, dato che almeno ha avuto il merito di far apparire il Portogallo squadra vera e non semplicemente la nazionale di Cristiano Ronaldo, mentre la Francia in realtà – aldilà di una narrazione retorica – mai è stata niente più che la nazionale di Griezmann.

Infine, il fattore C è stato decisivo anche in questa finale. Perché Griezmann manda alto di testa da due passi una volta su dieci, e perché Gignac prende il palo da quattro metri al 92° e il rimbalzo passa a 30 centimetri sempre da Griezmann senza che questi possa intervenire, perché la punizione che dà il via ai due minuti d’inferno della Francia, dove Guerreiro prende la traversa, è un errore dell’arbitro.

Ma evidentemente pure la dea Bendata ha il gusto della giustizia, o almeno della decenza: stendere CR7 dopo 15 minuti di una finale, metterlo ko e non vedersi fischiare nemmeno fallo, è reato di lesa maestà; e pure fare di Gignac l’uomo della vittoria sarebbe stato similare. Allora la scena è di un novello Charisteas: Éderzito António Macedo Lopes, meglio noto come Éder, che s’inventa il gol della vita e manda in pezzi un castello di carte, di hype e di apparenze.

Deschamps si sveglia di soprassalto e manda immediatamente in campo Martial, mentre Cristiano Ronaldo ci mostra la sua dimensione umana: uscito in lacrime, costretto in panchina, con una vistosa fasciatura al ginocchio, prende a dare indicazioni quanto e più di Fernando Santos e ad incitare i suoi, tanto da rispingere in campo Guerreiro uscito momentaneamente per una botta.

Il Portogallo vince con due allenatori, mentre la Francia forse si è resa conto che gliene servirebbe almeno uno. Il Portogallo trionfa con il suo campionissimo infortunato, che dalla panchina si è fatto vedere più di alcuni potenziali campioni dei Bleus. Il Portogallo vince, perché nel 2004 aveva perso e stavolta toccava a loro fare la parte della Grecia. Il Portogallo vince perché ha fortuna, ma la fortuna ci vuole, ce l’hanno anche gli avversari e comunque te la devi pure saper creare.

Il Portogallo vince, perché è l’anno di Cristiano Ronaldo tornato uomo, per Griezmann c’è tempo. Il Portogallo vince, perché per quanto brutto, noioso e speculativo ha comunque un gioco, rimane comunque una squadra. La Francia, no.