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Guardando attentamente l’Europeo in Francia sono arrivato alla conclusione che apprezzo il calcio contemporaneo. Lo apprezzo nella misura in cui si può apprezzare uno sport sviluppato, ricco di sfaccettature e piccoli dettagli che spesso fanno la differenza. Un’evoluzione che ha permesso a squadre di carneadi o a nazionali sperdute in remoti arcipelaghi da romanzi fantasy di gareggiare alla pari con super-potenze mondiali. Esiste, però, un elemento che mi irrita sempre di più: la costante prevedibilità di giocate e giocatori.

Se il calcio attuale si afferma ormai come gioco di complessità tattiche e capacità collettive da un lato, il rovescio della medaglia è rappresentato da una marcata tendenza allo schematismo individuale; un processo evolutivo che ha tagliato fuori bizzarri interpreti, intere narrative di ruoli specifici e perfino standardizzato strutture fisiche, movimenti corporei e soluzioni in campo. Una sorta di omogeneizzazione del prototipo-calciatore. Sempre più stereotipato, racchiuso in gabbie di movimento stilizzate e spazi di competenza sul campo che assomigliano alle linee rette di un quadro di Piet Mondrian.

Il 4-2-3-1 in azione (Piet Mondrian)

Tendenza ancor più accentuata in quella che globalmente viene considerata la “fase offensiva”, spesso tasto dolente del calcio contemporaneo. Leggasi alla voce Europeo. In questo contesto ultra-affinato, tatticamente e fisicamente, il ruolo stesso del calciatore ha subito – e sta subendo – una progressiva quanto inarrestabile mutazione verso un modello poliforme, universale. In sintonia con la richiesta di compiti specifici sempre più ampi e specializzati in tutte le fasi e situazioni di gioco, incanalati in un concetto egemone di squadra quale entità unica.

Il ribaltamento di questa prospettiva è rappresentato dal concetto démodé di solista duro e puro, di fuoriclasse come espressione di inimitabili abilità personali che possono svoltare una partita tirando fuori dalle sabbie mobili i destini di un intero collettivo. E se è esistito un calciatore che ha introiettato in sé queste caratteristiche estremizzandole fino ad un livello “altro”, allora non resta che analizzare il fenomeno-Matthew Le Tissier. Il re dei freak del gioco del calcio. Impersonificazione di talento naturale e specie estinta, sia da un punto di vista strettamente tecnico che (forse) umano.

Si può spendere un’intera carriera con la maglia di una squadra dell’ultra-provincia inglese, essere convocato 8 volte in nazionale in 20 anni, ma restare nella memoria collettiva come fuoriclasse? La risposta è affermativa. E non solo: ricopre questa figura fuori tempo di una patina di singolarità. In un perfetto gioco speculare tra apparenza e sostanza, physique du rôle e narrazione umana. Cosa sarebbe stato Le Tissier con un fisico normale? O spingendosi oltre: cosa sarebbe stato con un fisico da calciatore contemporaneo? Avremmo assistito alle stesse invenzioni? O avremmo visto “soltanto” un campione?

Perché gran parte della fascinazione – e insieme del mistero – delle meraviglie tecniche di Le God è rappresentato dal suo aspetto fisico. 186 centimetri di errore. Un busto lungo, gambe esili in rapporto alla struttura complessiva, schiena leggermente inarcuata, piedi sproporzionati, fianchi larghi, naso aquilino, sdentatura frontale, lineamenti irregolari e un’allure ammantata di periferia industriale britannica. L’anello di congiunzione tra il bancone di un irish pub e un hooligan di mezza età.

Però, poi, c’è il campo da calcio. Che incredibilmente si trasforma in palcoscenico d’eccezione per giocate e gol che, semplicemente, non possono essere replicate. Perché i gol – e le preparazioni ai gol – di Le Tissier suonano come uno Stradivari: un pezzo unico che unisce armonia e perizia tecnica, capacità intellettive e tecnica sopraffina, fantasia e personalità. Il The Dell di Southampton, quello che sarà per sempre il suo stadio, è il teatro di uno show decennale fatto di volée e pallonetti, sombreros e tiri al volo dalla trequarti, colpi d’esterno collo e infallibili rigori di piatto. Sinistro e destro. Ginocchia e talloni.

Più che un “semplice” calciatore, vedere giocare Le Tissier trasmette la sensazione di una marionetta mossa da un invisibile puparo che aleggia sopra la copertura del The Dell. È coreografico nelle soluzioni, barocco, a tratti farsesco. Mai scontato. Non arginabile. Ha un intuito che va oltre ogni comprensione perché deve bilanciare quel fisico sballato. È la dimostrazione plastica del motto del calabrone che non sarebbe adatto a volare a causa della sua stessa struttura, ma che non lo sa e vola lo stesso.

Appartiene ad un calcio che non si è mai evoluto: è emanazione diretta delle giocate da cortile. Riproposte, però, ai massimi livelli del professionismo. Misfit dall’animo romantico, centrocampista atipico, pigro e ciondolante, quintessenza di un’attitudine istintiva verso un gioco complesso riportato ad una dimensione ludica. Matt Le Tissier è l’anti-evoluzione. L’enigma metafisico: come un quadro di De Chirico. Se ne acquisisce piena consapevolezza vedendo e rivedendo i suoi migliori gol. Come il suo manifesto tecnico.

Rimanendo fedeli al motto “il diavolo è nei dettagli”, in questa sorta di danza circense che porta Le God al gol, la palla tocca terra una sola volta dal punto d’impatto col piede sinistro del 7 dei Saints. Le Tissier percorre circa 20 metri generando un campo magnetico invisibile che fa gravitare il pallone attorno a quel corpo sgraziato. Saltando tre giocatori, di cui due in pallonetto volante. Mettendo in scena quello che – secondo un sondaggio online – rimane il 5° gol più bello nella storia della Premier, sigillandolo con un piattone loffio ma spietato a spiazzare un disorientato portiere dei Magpies.

Vederlo in azione suscita bizzarre associazioni visive. Ricorda uno di quei grossi uccelli palustri dalle movenze incerte, ricoperto di fango, che dopo ore di immobilità decide improvvisamente di planare a filo acqua dando sfogo al proprio istinto predatorio. Ma Le Tissier rimane soprattutto uno straordinario talento naturale, perfetta commistione di alto e basso lato sensu.

Immobile, spesso impacciato nei movimenti basilari che caratterizzano un giocatore, senza una precisa posizione ma partendo come centrocampista di fascia, tatticamente deficitario; paradisiaco nel palleggio, visionario ed istintivo nelle soluzioni da fuori area, indecifrabile nel cogliere il momento adatto alla giocata in rapporto allo spazio di gioco. Eppure, senza scadere in stucchevoli retoriche da “calcio di un tempo che non c’è più”, Le Tissier resta un’eccezione. Anche e soprattutto in quel calcio in lenta ma costante evoluzione degli anni ’90 inglesi.

«Il suo talento era fuori della norma. Poteva dribblare sette o otto giocatori, ma senza velocità, semplicemente camminando in mezzo a loro. Per me è stato sensazionale.» (Xavi)

Sì Xavi, proprio così

Perché Le Tiss è sempre stato il diverso fra uguali: l’Edward mani di forbice della Premier League. Come lo sarebbe stato anche dieci o quindici anni prima. Anzi, fin dal 1968. Anno di nascita del nostro, nato in un eremo a metà strada tra Francia e Inghilterra: Saint Peter Port, sull’isola di Guernsey: sperduto protettorato britannico in mezzo alla Manica, dove si parla (anche) francese. Arcipelago di allevamenti caprini, pesca, set di alcuni racconti di Victor Hugo e paradiso fiscale à-la page negli ultimi 15 anni. Un’identità divisa a metà. Come il suo nome così bizzarro: mezzo inglese, mezzo francese.

Ma spiegare il fenomeno Le Tissier significa soprattutto carpire l’essenza di una storia di provincia. O meglio, dell’ultra-provincia inglese: Southampton, Hampshire. La punta meridionale d’Inghilterra, una città da 230mila abitanti e pochi slanci, siano essi creativi o economici. Il grande porto – dove salpò il Titanic -, un’importante sede universitaria e poco altro. L’isola di Wight a pochi chilometri, ma concettualmente distante un universo. Nessuna scena alternative, niente hippy, nessuna regola da infrangere o riscrivere.

A Southampton si vive silenziosamente. Soprattutto nei primi anni ’90, tra le difficoltà endemiche di un tessuto economico piuttosto arretrato che fa storicamente leva su riparazioni navali e lavori portuali di varia natura. Siamo nell’Inghilterra cruda e popolare di Ken Loach, più che nell’immaginario cool della City o in quello comunque creativo e vitale di Liverpool e Manchester. È in questo contesto segnato dal fallimento di politiche iper-liberiste e da un progressivo inaridimento della working class che Le Tissier viene incoronato Le God.

È l’elemento di caos che trascina Southampton al centro del Regno Unito. Grazie alle sue giocate, a quell’aspetto goffo ma sincero che idealmente rispecchia buona parte della working-class che il sabato affolla le tribune del The Dell. E a cui si sente legato da un sentimento di appartenenza incondizionato, ripagando una strana forma di adorazione con un impressionante carnet di reti mai banali.

Lob a Schmeichel: Xavi in brodo di giuggiole vol. II

Rimarrà 16 anni al Southampton: dal 1986 al 2002. Tottenham e Chelsea provano a più riprese a convincere quel calciatore fuori da ogni schema, ma Le God rifiuta. Sempre. Mosso da una convinzione tanto semplice e naif quanto sospetta: “Il mio unico sogno era diventare un calciatore professionista. E quando ci sono riuscito, grazie al Southampton, non potevo più andarmene dai Saints. Avevo tutte le responsabilità su di me, e questo mi piaceva: lasciare il The Dell sarebbe stato come tradire me stesso”.

Un pensiero che gli appiccicherà addosso l’etichetta di pavido, professionista part-time dalla scarsa personalità extra campo. Almeno per buona parte dei tabloid che influenzano l’opinione pubblica britannica. Eppure rimane il tratto distintivo di Le Tissier: la firma in calce di un giocatore che vede il professionismo come un variegato palcoscenico di highlights da ricordare, legami umani da tessere e rinforzare ogni volta che il pallone vola in rete. Riconoscenza, termine e concetto in disuso.

È il doppio filo su cui si muove l’intera carriera di un fenomeno per sbaglio. Un sottile, scivoloso crinale su cui danzerà come condannato ad una tortura: in Nazionale è ostracizzato perché non risponde alle caratteristiche richieste, siano esse tattiche o atletiche. Ma d’altronde, quando mai ha risposto a delle caratteristiche? Vive di un’unicità che va semplicemente assecondata. Cosa che il rigido sistema-calcio inglese non gli perdona, o quantomeno non vede di buon occhio. Figuriamoci per un reietto che suda nei bassifondi inglesi.

L’Inghilterra di passaggio dall’era post-Hillsborough al nuovo paradigma della “Cool Britannia” del primo laburismo a firma Tony Blair, si specchia nelle copertine dal retrogusto glam dei grossi calibri del britpop, di Oasis come Blur o Pulp, nelle preconfezionate operazioni di marketing come Spice Girls o Take That, nell’aura glam del nuovo golden-boy David Beckham e nelle estemporanee invenzioni di Gazza Gascoigne in vista dell’Europeo casalingo. Non c’è spazio per una figura accomunabile al circo di Tod Browning o al dilatato ronzìo del frigorifero di Karma Police più che alla patria del calcio. E Le Tissier lo sa:

“L’aspetto e la forma fisica sono sempre stati un problema per gli altri nell’arco della mia carriera.”

C’è da sottolineare che Matthew non ha mai fatto niente per confutare la tesi del professionista a corrente alternata: salta parti di preparazione, sviluppa un odio viscerale per l’intero periodo della pre-season, arrivando a dichiararsi sollevato nel giorno del suo ritiro perché non avrebbe mai più dovuto affrontarne una. Allo stesso tempo, però, è metodico e maniacale nella sfera tecnica.

Alcuni suoi compagni raccontano di come si fermasse per ore a provare calci di punizione, angoli e strampalati stop al volo sparando campanili verticali in mezzo al campo e cercando di orientare il pallone sul primo controllo nel miglior modo possibile in funzione della giocata successiva. È la personale scuola calcio di un trentenne autodidatta. Che poi, sui campi della Premier, funziona a meraviglia: in un ideale continuum tra immaginazione e situazioni di gioco reali. Come testimonia il gol all’Aston Villa.

È per giocate come questa e per altre improvvise soluzioni che nel mondo dei media sportivi britannici inizia a circolare un soprannome a dir poco calzante: the Master of Unespected. Qualcosa che viaggia a metà fra un’ingombrante e misteriosa presenza immanente e una sentenza di morte per gli avversari.

Insomma, il personaggio Le Tissier diventa materiale da studiare: è il freak da sviscerare in ogni sua stranezza investito di un ruolo da sghembo supereroe british. Un reietto, che fa costantemente saltare i piani delle big inglesi. La sua narrazione non può che rimanere legata ai Saints, lungo campionati giocati sul filo di una salvezza quasi impossibile affidata alle sue giocate da prestigiatore.

The Master of Unespected

Insomma, la carriera di Le Tissier si trasforma ben presto in una legacy pesantissima. Sedici campionati con i Saints: 162 reti in 443 partite di Premier, 47 rigori segnati su 48 tentativi, nove salvezze consecutive, primo centrocampista della storia a toccare e poi superare quota 100 gol in Premier, due volte giocatore dell’anno. Nell’Hampshire ormai si fa la fila per assistere dal vivo allo show di quello sgangherato calciatore che gioca col 7 ma non è un’ala, segna come un numero 9 ma non è un attaccante, ha la fantasia dei grandi 10 continentali ma non è un trequartista; è inglese, ma non totalmente.

È un numero 7, ma è l’antitesi della weltanschauung dei calciatori britannici che hanno consolidato l’epica di quel particolare numero: da Best a Robin Friday, fino a Cantona. La sregolatezza non risiede da queste parti; la spacconeria, l’aura di coolness e le esagerazioni tantomeno. A meno che non si voglia considerare la sua personalissima dieta: piccola appendice che rende ancor più umano il character-Le Tissier.

“Semplicemente, la sua dieta abituale prevedeva: un enorme piatto d’insalata cosparsa di ketchup, o meglio, letteralmente affogata nel ketchup. Poi un piatto di patate fritte a parte e due Coca-cola. Da bere una dietro l’altra.” (Tim Flowers).

È una forma di sregolatezza a bassissimo contenuto ideologico. Che si può applicare al bancone di un pub, durante una di quelle riunioni tra vecchi amici portate avanti maledicendo la propria squadra perché non vince mai. Fa parte di un immaginario pop à-la Nick Hornby. Non c’è traccia di contenuto corrosivo, di anarchia o eversione in Le Tissier, vi si trova piuttosto uno scendere a patti con la sua natura salottiera e pigra. Una mite accettazione dell’Io.

Nonostante numerose e ridicole leggende sparse online che lo disegnano quale bevitore accanito di lager, cosa che lui stesso smentisce nel modo più netto. La sua unica passione alcolica rimarrà sempre il Malibu&Cola, versione british del rum&cola. Bevuto esclusivamente durante i giorni di riposo o la sera successiva alla partita. Un vezzo, più che un vizio. E forse è proprio questa dimensione sospesa da eterna post-adolescenza di provincia che rende il fenomeno Le Tissier elemento indecifrabile ad occhi esterni.

Come indecifrabile lo è stato in campo, tra una posizione mai realmente capita – non gioca mezz’ala, non è un esterno, non è una seconda punta e tantomeno un playmaker – che eleva ulteriormente Le God a pezzo unico. Gli inglesi, non sapendo esattamente come definirlo, lo catechizzano come “creative midfielder”. E quel creative davanti al ruolo è stimmate fondamentale.

Lezioni di valzer con pallone Mitre

In uno zeitgeist calcistico fatto di 4-4-2 e gioco prevalentemente basato sulla formula kick&run, Matt è la variabile impazzita. Non copre, non ha il dinamismo per un gioco di sovrapposizioni, scatti e smarcamenti laterali, crossa pochissimo, non ha la forza per il posizionamento spalle alla porta, eppure si fa costantemente trovare nel raggio d’azione quando il pallone gravita nell’ultimo terzo di campo. È pura intuizione in relazione allo spazio. È cerebrale, nella misura in cui può esserlo un artista espressionista.

Ma per comprendere a fondo l’eredità del più grande freak del gioco, mancano ancora due tasselli da aggiungere al puzzle: il suo ultimo gol e quello preferito. Per sua stessa ammissione, la rete preferita rimane quella segnata al Blackburn nel dicembre del 1994.

È un gol che – più di altri – nasconde l’essenza di cosa significasse trovarsi contro Le God. Perché analizzando lo sviluppo dell’azione non si può fare a meno di notare il movimento dei giocatori dei Rovers: nonostante il pallone arrivi quasi innocuo tra i piedi di Le Tissier, appena oltre la metà campo, istintivamente tre giocatori lo rincorrono come mossi da una sensazione di panico. O di catastrofe imminente.

Perfino uno dei due centrali difensivi scappa in avanti di 10 metri come a cercare un disperato effetto-muro. Ma non serve. Matt scivola via con la sua andatura dinoccolata puntando il centro del campo, come a cercare un assist in profondità per un compagno che, però, non c’è. La conduzione palla è sinuosa ma di un’eleganza irregolare, come un equilibrista sul filo di una fune. Gli avversari girovagano storditi per la trequarti più che contrastarlo, creando movimenti ellittici come api intorno ad un alveare.

Poi, l’intuizione. Quella capacità innata di giocare con spazio e tempo e di allungarli o stringerli a seconda del momento. Dopo tre tocchi di destro, sterza, facendo intrecciare i giocatori biancoblu e trascinando la palla nello spazio vuoto con altri tre tocchi, stavolta di sinistro. Infine, il tiro. 30 metri di parabola altissima: né collo né interno. Una via di mezzo, che finisce proprio nell’incrocio più lontano. La scena è intrisa di surrealismo: il portiere dei Rovers sembra cadere a terra come trafitto da una raffica di mitra. Ma è soltanto disperazione, declinata sotto forma d’impotenza. Prodezza di una forza barbara.

Se il gol ai Rovers rimane un concentrato tecnico della purezza letissieriana a livelli degni di Walter White, l’ultimo gol della sua carriera è invece investito di un’eredità per certi aspetti mistica. È il 2001 e Le God, superata la soglia dei 33 anni, è martoriato da vari problemi fisici: piccoli acciacchi di poco conto si sommano a persistenti guai ai tendini del ginocchio sinistro. Un quadro clinico che ne accelera l’usura complessiva e la sensazione diffusa da fine corsa, permettendogli solamente 8 presenze in campionato.

Quella stagione coincide, per uno strana convergenza, con l’addio al The Dell. Il vecchio stadio dei Saints, col suo campo stretto e le tribune a picco di pura matrice british, verrà abbattuto a fine stagione. Il 16 maggio 2001 si gioca l’ultima partita contro l’Arsenal di Henry e Wenger, Le Tissier parte dalla panchina. La partita, nonostante la salvezza sia già acquisita, assume contorni metafisici per i tifosi del Southampton: è una di quelle situazioni da despedida, in cui la felicità per un percorso memorabile si mischia ad uno strisciante sentimento di malinconia per un’era – lunga 103 anni – che si sta chiudendo.

Matthew entra a 18 minuti dalla fine, accolto dal boato del suo pubblico. La partita è inchiodata sul 2-2. Il numero 7 dei Saints è visibilmente fuori forma, sovrappeso di qualche kilo, sa di non poter aggiungere mobilità ma sa anche che in una partita così anomala può succedere di tutto. Basta saper sfruttare il momento giusto. 89° minuto: l’idealtipica azione da calcio inglese old school. Il portiere rinvia lunghissimo, al limite dell’area dei Gunners ci sono tre saltatori biancorossi: la spizza un difensore, la palla rimbalza sporca dentro l’area di rigore, viene respinta casualmente ritornando verso la linea dei 16 metri.

Sbuca Le Tissier: tre passi corti all’indietro, dando la schiena alla porta, e poi libera un colpo mancino di controbalzo, di pieno collo piede. La palla vola nel “sette” più lontano. È l’ennesimo, grandissimo gol di Matt. È il sigillo definitivo su un’eredità non replicabile a queste latitudini. 3-2 finale all’89°, primo e unico gol del nostro in stagione, chiusura dello stadio, festa con invasione dei tifosi e un Le Tissier visibilmente provato più che commosso. Investito di un’espressione a metà strada, sospesa, non del tutto consapevole. Non ancora.

È il gran finale da sceneggiatura hollywoodiana, seguendo un’ideale struttura narrativa circolare dove incipit e chiusura si sovrappongono quasi a voler fermare il tempo in un nastro di Möbius. Per Le Tissier è l’ultimo gol e l’ultima stagione con la maglia del Southampton, se si escludono un paio di esibizioni nell’annata successiva.

Sinceramente, non so se tutto questo possa dirsi romantico o meno, e poco m’interessa, ma senza dubbio contribuisce ad elevare la figura di un giocatore unico per caratteristiche ed abilità a storia irripetibile per contingenze, scelte ed epilogo. Perché Le Tissier resta un calciatore diverso, uno che fin dagli esordi pareva impersonificare in maniera plastica l’adagio dapprima sussurrato e poi urlato in uno degli inni ’90s a firma Radiohead: Creep. Con quel distonico e disperatoBut I’m creep, I’m weirdo, what the hell am I doing here? I don’t belong here“.

Uno che invece, grazie alla sua stranezza, la propria appartenenza non solo l’ha trovata, ma l’ha perfino elevata a modello di vita.

  • Benedetto Greco

    Meraviglia di articolo. Complimenti.

  • Leonardo Capanni

    Grazie mille! Un saluto!