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Di Filippo Poltronieri

Cala il sipario sulla stagione calcistica 2015/16, culminata nell’inattesa vittoria all’Europeo del Portogallo sulla Francia padrona di casa, e l’ormai decennale dualismo tra Cristiano Ronaldo e Lionel Messi entra in una nuova fase.

Con ogni probabilità stavolta sarà il portoghese a far incidere il proprio nome sulla targa del Pallone d’Oro. Ma si tratta di un dettaglio in una classifica che vede i due campioni dividersi la carica ormai da nove anni.

Parigi e New York, sedi delle due finali delle due principali competizioni continentali per nazioni, ci consegnano eroe ed antieroe a ruoli invertiti rispetto a come eravamo stati abituati per un lungo periodo. Il risultato calcistico è lo stesso: due pareggi a reti inviolate figli di stagioni infinite, fisicamente devastanti. Le conseguenze per le due star, diverse. Antitetiche.

Messi si arrende. La Pulce, il talento timido e rispettoso, il più amato e stimato dei due a livello globale, fallisce ancora una volta: inciampa ai calci di rigore, di nuovo contro il Cile, e abbandona la nazionale a soli 29 anni. Lo fa nel peggiore dei modi, acclamato da un popolo che lui – sbarcato in Europa a soli 14 anni – forse non ha mai sentito del tutto suo.

Per non farsi mancare niente ecco poi una condanna per frode fiscale, un vizio dei fuoriclasse argentini viene da pensare. Anche se l’immagine di Lionel che evade il fisco ricorda più quella di un freddo ragioniere che rubacchia un gruzzoletto che non saprà come spendere piuttosto che quella del fenomeno tutto genio e sregolatezza. Questione di appeal.

Del momento nero non poteva che approfittarne Cristiano il bello, l’arrogante, lo spietato. Ronaldo che quando batte le punizioni si atteggia a bella statuina, che mantiene un’ineccepibile e gelatinosa capigliatura dal primo all’ultimo minuto, che ha vissuto una carriera stratosferica con una sola ombra ad oscurare la luminosità della sua stella, quella fastidiosa pulce nell’orecchio: “non sei tu il numero uno”.

Ronaldo e Messi, padroni del calcio con i loro club, incapaci di portare al successo le loro nazionali. E l’infortunio del giocatore portoghese sembrava essere il preludio di una scena già vista, Portogallo secondo, una falena (malignamente qualcuno ha fatto riferimento al rivale) si posa sulle ciglia di un Ronaldo deluso e già pronto a prendersi le sue rivincite con la corrazzata madridista.

E invece accade l’impensabile. Senza il suo giocatore più rappresentativo, con una squadra mediamente mediocre, il Portogallo vince il suo primo, storico titolo. E Ronaldo, pur non giocando, diventa l’icona di un successo che poco gli appartiene. Torna a bordocampo per i tempi supplementari, si sostituisce all’allenatore, incita i compagni, sbraita, dà in escandescenze. Vinto il titolo piange, dedica il trofeo agli immigrati, sembra scendere dal pianeta CR7 per atterrare felice tra i suoi normodotati compagni.

È il Ronaldo umano, il campione che trascina la sua debole comitiva alla vittoria finale con le sue giocate e, quando si trova costretto a uscire, con il suo sostegno. La presunzione si sgretola, il grido di esultanza con la coppa tra le mani spazza via tutto: la delusione dell’Europeo perso in casa nel 2004, l’irritazione al coro “Messi, Messi!” che ha spesso accompagnato le sue trasferte con la nazionale portoghese, le accuse di stupro del 2005.

“Sono io il migliore, ce l’ho fatta” – sembra voler urlare Ronaldo, indubbiamente più ossessionato dal paragone con il suo antagonista rispetto a Messi stesso. Cristiano diventa protagonista indiscusso di ogni trend social, fan della prima ora possono finalmente dichiarare la superiorità del loro beniamino, quelli dell’ultima scoprono improvvisamente l’Uomo, il calciatore a disposizione dei compagni, il motivatore Ronaldo.

La beatificazione del Ronaldo persona è lo scacco definitivo al rivale, le lacrime sulle guance, le carezze dei compagni valgono più di qualsiasi tripletta in Liga. Cristiano è il migliore, finalmente, ed è esclusivamente questo quello che vuole. Non è il successo dei compagni, non il gol di Éder in sé e l’epico finale di una gara – e di un intero torneo – affrontati da sfavoriti.

Lo spettacolo allestito alle spalle del suo allenatore, i gesti bizzosi nei confronti dei compagni di squadra, il protagonismo anche eccessivo, considerato il non eccezionale contributo offerto alla causa lusitana, sono i veri tratti distintivi del Ronaldo personaggio.

Così diversi caratterialmente, Messi e Ronaldo sono figli dello stesso business, personaggi ben prima che calciatori, giocatori incastrati in una gabbia dorata fatta di marketing e statistiche, di videogiochi e spettacolarizzazione.

Estro senza poesia, volti privi di personalità; calcio, non storia. Perché Messi forse non ha mai ambito a diventare il volto di una generazione, a rappresentare un intero popolo con le sue giocate. Velocità atomica con sguardo triste: il talento vissuto quasi come una condanna, un mancino spettacolare relegato al campo di gioco. Il Ronaldo-eroe che ci consegnano gli Europei è in fondo un ragazzino egoista che celebra soprattutto se stesso, un surrogato di valori à-la Holly & Benji, accompagnato dai milioni di euro che ne affiancano ogni movimento e ne dettano ogni espressione.

Due ragazzi che giocano a calcio senza allegria, non interpretano il gioco oltre lo stesso, non ne incarnano una visione politica, non superano mai le righe di bordo campo. È un peccato vedere due dei giocatori più forti della storia limitarsi a giocare. Giocare e basta. Una competizione infinita e bulimica, destinata a riniziare e terminare al suono di un fischietto arbitrale, sullo sfondo delle chiacchiere stordenti di uno studio televisivo. Come se fossero intrappolati in un remake iper-contemporaneo de I Duellanti.

Proviamo a svolgere un esercizio di pura immaginazione. Ronaldo vince l’Europeo e si dichiara omosessuale (ammesso che lo sia, ovviamente). Messi, stanco di record e successi, dice “No” ad un’offerta faraonica dalla Cina e decide di andare a giocare in una piccola squadra argentina, puntando tutto sui Mondiali del 2018. Possiamo solo fantasticare sull’impatto mediatico di tali decisioni.

Certo, è sbagliato attendersi rivoluzioni culturali da chi di questa cultura (calcistica e non) è il prodotto finale. Ma in passato è successo: grandi campioni hanno interpretato la loro epoca e si sono resi veicolo di un messaggio più profondo del proprio agonismo. E chi più di Messi e Ronaldo, giovani conosciuti e idolatrati dalla Siria al Giappone, dovrebbe porsi un obiettivo tanto ambizioso?

Invece, ingurgitato il miele della storia del campione che si infortuna e resta accanto alla sua squadra, dimenticati certi problemi con la giustizia del fenomeno argentino, torneremo a parlare tre volte a settimana del traguardo raggiunto dei 500 gol o dell’incredibile serpentina tra i difensori avversari.

Certamente la loro rivalità calcistica resterà negli annali, le loro giocate verranno imitate e prese come termine di paragone, i loro gol saranno visti e rivisti nelle migliori compilation; ma in fondo poco resterà, nel calcio e fuori, dei Lionel e Cristiano persone.