“Pulici era rapidissimo, micidiale: tanto scattante da non riuscire a volte a coordinare cervello e piedi. Aveva un fisico compatto, da centometrista nero; quando caricava il bersaglio sembrava proprio un Toro: stessa potenza, stesso ardore, stessa irriducibile aggressività. Per questo, probabilmente, era il più amato dai fans granata: sembrava il simbolo della loro bandiera”. (G. Tosatti)

Annus domini 1950: mentre in America il presidente Truman annuncia al mondo l’inizio delle ricerche per la costruzione della prima bomba-H, cosa che costringe le superpotenze Russia e Cina a firmare un patto congiunto di difesa bilaterale, in Italia si discute sull’istituzione della Cassa del Mezzogiorno, volta a finanziare iniziative industriali per lo sviluppo economico del Meridione.

Il 1950 è anche l’anno delle grandi prime volte o delle rinascite: è il caso del Campionato mondiale di Formula 1 (il 13 maggio si corre il primo Gran Premio della storia a Silverstone), dell’inizio della pubblicazione dei Peanuts – partoriti dalla fervida mente di Charles M.Schultz – o di Cenerentola, geniale intuizione cinematografica che rilancia le quotazioni del discusso genio Walt Disney.peanuts-anniversario-65-anni-schulzMa il 1950 è pure l’anno di nascita di grandi sportivi. Come il funambolo Gilles Villeneuve e il roccioso cestista Dino Meneghin, senza dimenticare i fenomeni Mark Spitz e Adriano Panatta. Ovviamente, è pure l’anno in cui nasce Paolino (all’anagrafe si chiama proprio così) Pulici da Roncello, paesino brianzolo di 4000 anime. Nessuno avrebbe immaginato che un eremo così tranquillo avrebbe dato i natali ad uno dei più grandi centravanti italiani.

Quando il Legnano gli offre un posto nelle giovanili a metà anni sessanta, l’idolo del paesino dell’hinterland monzese è in realtà Romano Cazzaniga, compaesano di Pulici nonché portiere della Pro Patria (serie B) già a vent’anni. È lui, il primo idolo del giovane calciatore roncellese. Che, a 15 anni appena compiuti, tutto sembra tranne che destinato a diventare un grande attaccante: pecca infatti di sensibilità nel tocco e, benché sia un atleta fuori dal comune, non sembra baciato da un talento puro per il gioco che ama.

Ad ogni modo, le terrificanti capacità fisiche bastano per ottenere una chiamata dal Torino nel 1967. Il tutto, dopo essere stato scartato dall’Inter a seguito di un drammatico provino. A mettere la parola fine sulla carriera di Pulici pare essere proprio il leggendario allenatore Helenio Herrera che, dopo averlo visionato per una manciata di minuti, sibila a voce alta un laconico “sei troppo veloce per giocare a calcio, datti all’atletica”. Consiglio non del tutto fuori luogo, se si considera che Paolino corre i 100 metri – con le scarpe da calcio – in meno di 11 secondi. Ad ogni modo, fortuna sua e del Torino che decida di continuare a provarci.Torino_1976-1977_-_Maglia_biancaCon la sua nuova squadra è invece subito amore a prima vista, anche se l’integrazione è tutt’altro che semplice per uno che proviene da una piccolissima ed ovattata realtà di provincia, sia da un punto di vista umano che tecnico: Pulici infatti – rispetto a Legnano – non ha il posto garantito in squadra, e soprattutto pare non essere particolarmente freddo sotto porta né avvezzo al gioco di squadra. Tanto che, dopo pochi mesi, la carriera da giocatore sembra una possibilità così remota che Pulici avverte il padrone del mollificio del paese, un certo Cima, di tenergli il posto libero in fabbrica per almeno un anno.

“A Roncello non c’era nemmeno l’oratorio: giocavo in piazza. Tiravo solo di destro. Correvo come un matto, ma di fatto ho svolto i primi veri allenamenti solo a 15 anni, cercando di emulare il mio idolo Gigi Riva. Ero cresciuto allo stato brado, senza che nessuno mi dicesse cosa fare o non fare, quando e come”.

Promosso in prima squadra nel 1971, quel centravanti esplosivo ma dai piedi troppo grezzi e dal background così particolare pare non riuscire ad esplodere. Mister Giagnoni decide allora di tenerlo fuori rosa per due mesi, in modo che possa lavorare sulle sue lacune tecniche e ricaricarsi mentalmente. Col senno di poi, è la sliding door decisiva nella carriera di Paolino: al ritorno dall’esilio forzato, infatti, è fisicamente e tecnicamente pronto.maxresdefaultDestro naturale, Pulici diviene presto quasi un mancino a causa dell’incaponirsi del vice allenatore Ussello, che insiste per mesi facendolo tirare soltanto di sinistro e ripetendogli all’ossesso il mantra “il piede d’appoggio è quello più potente: col destro tiri a 100 all’ora, col sinistro a 120”. È proprio questa novità tecnica che segna l’inizio dell’ascesa di uno dei più grandi attaccanti della storia granata: se almeno inizialmente i risultati sono modesti (appena 3 reti in 47 apparizioni), ben presto Pulici diventa una terrificante macchina da gol. Mancina, per lo più.

Per la precisione, diventa uno spietato e meraviglioso terminale d’attacco tanto abile e determinato in campo quanto umile fuori, alla stregua dei campioni che aveva ammirato non appena giunto nelle giovanili, e ai quali ha carpito più di un segreto: “a differenza di oggi i grandi si allenavano a 20 metri di distanza da noi. Non come oggi, dove i giovani stanno a 30 km di distanza e non imparano nulla dai più esperti. Allora vivevi respirando da subito l’aria Toro: ti sembrava di cambiarti con lo spirito di Valentino Mazzola al tuo fianco”.

Tifosi del Toro inneggiano a Pulici nel derby d’andata della stagione 2016/2017.

Segnando gol spettacolari a grappoli, Pulici ben presto sublima in idolo per la tifoseria torinese. In un’Italia non ancora cicatrizzata dalle ferite sanguinanti della Strategia della Tensione, dalla soffocante morsa dell’austerity e da anni di piombo ed infiniti processi che tardano a concludersi, diventa facile identificarsi in qualcuno che vive una passione come la vivi tu. E che probabilmente fuma Nazionali senza filtro come o più di te.

Già, perché quello del fumo è un vizio che Paolino si porta dietro fin dai 14 anni, quando lavorava in una trafileria di rame e per sciacquare via di bocca il sapore d’amaro si doveva utilizzare il latte (ma Pulici ne era allergico) o appunto il tabacco. E alle sigarette è legato pure un curioso aneddoto:

“Tenevo il vizio ben nascosto. Mi scoprirono quando ne chiesi una a Maso, un capotifoso, che s’era appena acceso una Nazionale senza filtro. Entrando in campo gliel’ho presa, ho fatto tre tiri e gliel’ho restituita. È finita 3-0, tre gol miei. Brutto vizio, poi ho smesso”.

Vincendo pure il profondo scetticismo della madre – che temeva che a Torino finisse per fare la vita “da barbone” (testuale) Pulici rimane in granata per diciassette stagioni. Per un totale di 172 reti in circa 400 apparizioni.a5a991cb5144d862d194851a6a8c9fc5 Il colpo di grazia alla carriera granata di Pulici lo dà un giovane Luciano Moggi, che “mi fece fuori col pretesto che ero vecchio. Però avevo solo 32 anni, ero integro ed al posto mio presero Selvaggi che ne aveva 30”. La realtà è che per la nuova società era preferibile togliersi dallo spogliatoio una personalità tanto corretta quanto ingombrante come quella di Paolino. Pulici ormai è diventato più di un giocatore. È un’icona, un idolo. Ed è forse l’unico giocatore granata che possa pensare di finire nella stessa frase con i giocatori del Grande Torino senza suscitare sdegno:

“L’accostamento con loro è irriverente. Però, persino il mio vecchio compagno e capitano Claudio Sala mi ha detto che, più passa il tempo e più sembro un sopravvissuto a Superga, uno che non andò a Lisbona perché infortunato”.

Negli anni, Pulici è stato in grado di raccogliere ammirazione da ogni grande calibro del calcio italiano: da Mazzone a Riva (“noi che veniamo dal Legnano sappiamo cavarcela”, gli sussurra Rombo di Tuono negli spogliatoi), dal corretto Burgnich al pazzo Galdiolo (“o ti fermo così o non ti fermo proprio”, dirà dopo un fallo da dietro volontario a centrocampo). Il riconoscimento del suo lavoro ossessivo è unanime.Paolo PULICI & Francesco GRAZIANI - Torino FC 1975-76 PaniniCon la maglia granata il miglior ricordo è certamente il campionato conquistato nel 1976, quando è protagonista assoluto della leggendaria coppia offensiva con Ciccio Graziani: I gemelli del gol. Oltre ai tre titoli di capocannoniere, ad un secondo posto in campionato nel 1977 e alla Coppa Italia del 1971. Attualmente è fuori dal giro del grande calcio, che d’altronde segue in modo sporadico: “Da noi, in Serie A, gioca troppa gente che non sa stoppare la palla”. 

Preferisce allenare i ragazzini della sua scuola calcio, lontano dai grandi riflettori e dalle pressioni che, secondo lui, rimangono il vero vulnus nella crescita di ogni bambino che provi a intraprendere la carriera calcistica. Ogni tanto si presta per qualche intervista live in programmi a tema, dove le sue analisi sono sempre precise ed impeccabili, mai di circostanza, e spesso con un occhio nostalgico verso il calcio che fu:

“Una volta simulai. Capitan Ferrini negli spogliatoi mi disse a muso duro: ragazzino, che sia l’ultima volta che ti butti. Alla fine ci rimetti tu, l’arbitro guarda la moviola stasera e in futuro ci penserà due volte prima di darti un rigore che c’era. In campo erano battaglie sì, ma con una regola non scritta: va bene l’entrata anche dura se c’è il pallone, al limite sono più veloce a spostarlo e mi prendi la gamba, ma va bene. A palla lontana, ogni carognata non sarà tollerata. Oggi vedo falli molto più cattivi di una volta” .

L’unico vero rimpianto è la Nazionale: Pulici è l’unico azzurro ad essere stato convocato per due mondiali senza mai andare nemmeno in panchina (1974 e 1978). Se nella prima occasione è giovane e ha dei mostri sacri come Chinaglia e Riva davanti, è piuttosto inspiegabile il suo mancato utilizzo nel mondiale argentino.

Forse ha pesato una certa ritrosìa nei confronti della carta stampata, che non lo ha mai considerato più di tanto e ha spinto poco per il suo utilizzo. Forse, quel carattere (apparentemente) serioso, introverso e poco conciliante spesso non lo ha inserito nelle grazie dei suoi allenatori. Tuttavia, il leggendario nomignolo Puliciclone, inventato dall’iconico Gianni Brera, e la hit estiva d’inizio millennio ‘Ciclone’, scritta dal comico interista Flavio Oreglio, rendono l’idea di come Pulici sia rimasto nell’immaginario collettivo.

Soprattutto dei tifosi granata, che un attaccante della sua ferocia e costanza – così identificato nella loro causa – lo aspettano da quarant’anni. Il caso-Pulici è però più unico che raro: difficile che ai giorni nostri un giocatore così ambito non ceda alle lusinghe dei top team europei:Potevo andar via ogni estate. Eppure alla fine rimanevo: dopo le partite andavo a casa a piedi, dal Comunale a Santa Rita sarà un chilometro e mezzo. I tifosi del Toro sono speciali. Sarà la tragedia di Superga, di Meroni, la rivalità con la Juve, ma io mi sono sentito subito in sintonia con loro e non volevo cambiare.

Uno con le sue qualità e quel fisico (vedere per credere la gif sopra: un gol in rovesciata segnato da un Pulici ultracinquantenne in un match d’esibizione tra allenatori e Nazionale cantanti) probabilmente avrebbe potuto alzare più trofei altrove, trovando al contempo più continuità in Nazionale. Invece, ha dato credito a vita all’unica società che aveva puntato su di lui quando era un ragazzino dal fisico possente ma dai piedi di ghisa che arrivava da un paesino brianzolo semi-sconosciuto. E va bene così, Ciclone.

“Cos’è la mentalità-Toro? Fare una corsa in più per quella maglia, anche se non hai più fiato”. (P. Pulici).