10 min read

Di Giovanni Ciappelli

È facile ricordarsi dei protagonisti delle nazionali vincitrici di un Mondiale. I capitani che hanno alzato la coppa, i bomber, i leader, a volte il miglior giocatore in quel momento in attività a livello generale protagonista di quel mese di partite.

Tanti giocatori, tra cui affermati campioni, non vivranno mai quel momento così atteso e desiderato, mettere le mani sulla coppa davanti a tutto il pianeta è un privilegio per pochi; e in questo ristretto club rientrano anche onesti comprimari, giocatori nettamente più scarsi rispetto ai fenomeni che avevano attorno, gente che si è vista affibbiare etichette indelebili, spesso veri e propri marchi di infamia, per le prestazioni non esaltanti in alcune squadre di club. Questi hanno vinto un Mondiale, Roberto Baggio no.

Italia 1982 – I cinque da zero minuti

Zoff-Gentile-Cabrini è un incipit che da 34 anni sappiamo a memoria. In quella spedizione Bearzot però si portò dietro giocatori che per vari motivi non finirono in nessuna filastrocca calcistica ma che comunque possono fregiarsi del titolo di campione del mondo.

Un giovanissimo Franco Baresi, 22 anni, faceva parte della truppa ma come un altro ragazzo di belle speranze, il 23enne Pietro Vierchowod, non riuscì a trovare spazio nelle rotazioni difensive, dove invece Bearzot inserì a sorpresa il 18enne Bergomi.

Al Mundial ’82 nell’Italia non giocò mai il numero 10, Beppe Dossena – i numeri furono assegnati in ordine alfabetico per ogni reparto a cominciare dai difensori, per cui Baresi aveva il 2, Bergomi il 3, Cabrini il 4 e così via, al “dieci” di quella nazionale, Antognoni, seguendo quest’ordine fu dato il 9 – così come non giocò mai Franco Selvaggi, punta del Cagliari preferita al capocannoniere della serie A ’82 Roberto Pruzzo con grande sdegno dell’opinione pubblica al momento delle convocazioni.

Non scese mai in campo Daniele Massaro, all’epoca 21enne mediano della Fiorentina e possibile alternativa di Tardelli, dietro il suo mancato impiego però c’è un “fattaccio”: una settimana prima dell’esordio con la Polonia gli azzuri giocano un’amichevole con lo Sporting Braga, vittoria 1-0 con qualche polemica a livello di stampa, l’ennesima di una spedizione nata sotto una pessima luce.

Sui giornali inoltre escono le dichiarazioni di Massaro che accusa: “Bearzot non parla con noi giovani e per me è stato ancora più difficile, perché gli juventini non mi passavano la palla”. Sta di fatto che Massaro si accomoderà sempre in panchina mentre Tardelli diventerà uno degli eroi del Mundial

Argentina 1986 – L’idolo, “el Bichi” e il leccese

Messico ’86 è il mondiale di Diego: il gol del secolo, la Mano de Dios, 5 gol e 5 assist in 7 partite. Una delle massime dimostrazioni di come in uno sport di squadra un gruppo di comprimari guidati dal migliore del mondo possa riuscire ad arrivare davanti a tutti.

Campione del mondo insieme a Diego si laurea il suo idolo di infanzia, Ricardo Bochini, una vita nell’Independiente. Per la precisione, una vita con la “diez de cuero blanco”, il numero 10 di cuoio bianco cucito sulla maglia dell’Independiente, un giocatore che al giovane Maradona piaceva tantissimo, pur essendo lui tifoso del Boca. El Bocha Bochini gioca solo uno spezzone della semifinale col Belgio, in cui manco a dirlo vede e provvede Diego con una doppietta.

Dal Bocha al Bichi, Claudio Daniel Borghi. 21 anni, già definito “erede di Maradona” in patria, stella dell’Argentinos Jr sconfitto l’anno prima ai rigori in una finale tiratissima di Intercontinentale dalla Juve del Trap. La partita in Italia fu trasmessa da una tv locale lombarda, Canale 5, di proprietà di un imprenditore milanese che rimase molto impressionato dal numero 9 argentino.

Qualche tempo dopo, avendo acquisito una società calcistica di un certo livello, l’imprenditore in questione decise di comprarlo Borghi che nel frattempo era diventato campione del mondo in Messico pur non brillando. Con quella società calcistica, che aveva e ha tuttora la maglia rossonera a strisce, el Bichi Borghi non giocherà mai, finirà in prestito al Como allenato prima da Agroppi e poi da Burgnich, tornerà in Sudamerica dove in un paio di decenni cambierà forma fisica e quindi soprannome, da el Bichi a el Guatòn (il pancione).

Pasculli e Maradona

Pasculli e Maradona

Ultimo del trio Pedro Pablo Pasculli, attaccante che il Lecce aveva acquistato l’anno prima dall’Argentinos Jr e che aveva trovato spazio tra i 22 di Bilardo nonostante la retrocessione dei salentini in serie B. Per lui anche il gol decisivo con cui l’Argentina vince 1-0 il derby rioplatense con l’Uruguay agli ottavi. Avreste mai detto che un giocatore del Lecce possa diventare campione del mondo e invece un argentino che batte tutti i record col Barcellona no?

Brasile 1994 – Tra Atleti di Cristo e Sharon Stone

Avreste mai detto che un (ex) giocatore del Lecce possa diventare campione del mondo – capitolo 2? L’onesta carriera di faticatore di centrocampo di Mazinho passa anche dal trionfo mondiale ad Usa 94, nel Brasile forse meno scintillante tra i 5 che nella storia si sono aggiudicati la coppa.

Mazinho, comprimario dell’esultanza più celebre degli anni ’90

Mediano titolare in coppia con il capitano Dunga, Mazinho era reduce da due stagioni in Italia tra il 1990 ed il 1992 non entusiasmanti con il Lecce e con la Fiorentina; il ritorno in patria nel 1992 al Palmeiras gli garantì un posto tra i selezionati da Parreira, elenco nel quale compare anche un giovane Luis Nazario Da Lima, noto poi al grande pubblico come Ronaldo, mai sceso in campo in quell’edizione. Mazinho fu inoltre uno dei primi giocatori a dichiarare la propria adesione al movimento religioso Atleti di Cristo, fondato in Brasile a metà anni ’80.

Non guardava all’Altissimo ma in verità molto più in basso Marcio Santos, meteora viola della stagione 1994/95. È il colpo che Cecchi Gori piazza pochi giorni dopo la finale di Pasadena per puntellare la difesa della squadra appena tornata in serie A. Il biglietto da visita non è dei migliori, Marcio Santos è l’unico brasiliano che si fa ipnotizzare da Pagliuca nella serie dei rigori.

Ma tant’è, a Firenze sbarca, via Bordeaux, uno dei centrali titolari del Brasile campione del mondo in carica che strappa una promessa al suo neopresidente, produttore cinematografico di fama internazionale: una cena con Sharon Stone qualora fosse arrivato a segnare almeno 7 gol con la maglia viola. Ne segnerà due, cifra che va a pareggiare il numero degli autogol stagionali. Di cui uno di testa da 20 metri.

Non abbastanza per raggiungere l’agognato sogno di un tete-a-tete con la protagonista di Basic Instinct. La Fiorentina se ne libera l’estate dopo, cedendolo all’Ajax. Lui anche senza Sharon Stone potrà comunque dire di aver vinto più mondiali di Paolo Maldini.

Francia 1998 – Il capocannoniere da zero gol

Per un giocatore è fondamentale arrivare in palla agli appuntamenti internazionali, Mondiale, Europeo o Coppa America che sia. La stagione precedente alle grandi competizioni, le prestazioni degli ultimi sei mesi spesso decidono chi riceve la convocazione e chi invece resta a casa.

Presentarsi al Mondiale di casa con 43 gol in campionato nelle ultime due annate era certamente un valore aggiunto per Stéphane Guivarc’h, punta prima del Rennes, con cui vince la classifica marcatori nel 1996/97, poi dell’Auxerre, squadra con cui aveva già vinto il titolo di Ligue 1 nel 1995/96. Tra il 1996 ed il 1998 Stéphane scrive sul suo personalissimo cartellino 22+21: la maglia numero 9 ai mondiali giocati in casa è roba sua, gioca 6 partite su 7, supportato da fenomeni come Zidane e Djorkaeff che possono metterlo in azione in qualsiasi momento.

Solo che il suo nome nella classifica marcatori di quell’edizione non compare. Segnano i giovani Henry e Trezeguet, segna Thuram – sua la doppietta per battere la Croazia in semifinale – e segna ovviamente Zizou, segna perfino Dugarry che i tifosi del Milan ricordano con poco affetto. Guivarc’h non la butta dentro mai.

Passa a suo modo alla storia come l’attaccante titolare di una nazionale campione del mondo che non è mai riuscito a fare gol. Il Mondiale è comunque una buona vetrina di mercato e quell’estate Guivarc’h passa al Newcastle di Kenny Dalglish. In maglia Magpies la sua esperienza si risolve in sei mesi con 4 presenze ed 1 gol; Dalglish salta, viene sostituito da Gullit che non lo vede e questo costringe il francese a cambiare aria, direzione Glasgow sponda Rangers.

Un sondaggio del Daily Mail di qualche anno fa lo bollava impietosamente come “peggior attaccante che abbia mai giocato in Premier League”. Spiegate comunque voi a Cristiano Ronaldo che un Mondiale si può vincere da attaccante titolare senza buttarla dentro mai.

Brasile 2002 – Tra il vampiro e il diavolo spunta il bidone

Marcos Andrè Batista Santos, detto Vampeta, nomignolo che unisce “vampiro” a “capeta” (diavolo). Passi scelti:

– Centrocampista centrale, adattabile anche sulla fascia. Per l’ex c.t. brasiliano Luxemburgo è “un po’ Rivelino, un po’ Dunga”.

– Sbarca 20enne insieme al suo amico Ronaldo al Psv, si fa prendere dalla saudade e dopo un anno va in prestito in Brasile, al Fluminense; torna ad Eindhoven quando Ronnie è già andato via, viene colto di nuovo da saudade acuta e si fa cedere al Corinthians.

– A fine 1999 si interessa a lui la Fiorentina di Cecchi Gori. Antognoni spara: “È un Tardelli moderno”. L’affare, scrive la Gazzetta, si potrebbe chiudere per una cifra tra i 3 e i 5 miliardi, ma non se ne fa nulla.

Lo prende l’Inter l’anno dopo per 30 (trenta!) miliardi, strappando un quinquennale su consiglio del suo amico Ronaldo a Moratti.

– Presenze in nerazzurro: otto.

– Presenze in nerazzurro in campionato: una, epica: 1°ottobre 2000, prima di serie A, Reggina-Inter 2-1 (Recoba, Possanzini, Marazzina). Lippi in sala stampa sbrocca (“Fossi il presidente, anzitutto manderei via l’allenatore. Poi metterei in fila i giocatori, li attaccherei al muro e li prenderei tutti a calci nel culo perché non esiste giocare in questa maniera”) e si dimette. Vampeta gioca 72 minuti e viene sostituito da Cirillo.

– Gol in nerazzurro: uno, inutile, nella finale di Supercoppa Italiana persa 4-3 con la Lazio ad inizio stagione.

– Ceduto per disperazione al Psg nel gennaio 2001 in cambio di Dalmat, tratta bene l’Italia – ma anche Parigi – in un’intervista a Playboy: “Moratti sa tutto di petrolio, ma di ‘bola’ non s’intende. Milano è una città di negozi dove piove sempre. Neppure Parigi mi piace: c’è la torre, ci sono i musei, ma preferisco la spiaggia di Bahia, per chi sa vivere non c’è posto migliore. La mia seconda patria è l’Olanda, un Paese libero: donne, droga, birra. La gente fuma, beve e si fa gli affari propri”.

Viene pagato 80mila dollari per comparire nudo in un servizio fotografico per G Magazine, rivista brasiliana per omosessuali. Spiegherà che i soldi del cachet li ha devoluti per ristrutturare un cinema del suo paesino d’origine in Brasile.

serie-a-bidoni-vampeta

– L’Inter nel 2001 cede metà del suo cartellino al Flamengo in cambio di Adriano, l’anno dopo torna di nuovo al Corinthians.

Scolari lo convoca per Corea/Giappone 2002, dopo l’infortunio di Emerson, che salterà il mondiale asiatico, pare debba addirittura diventare titolare a centrocampo: gioca in totale 18 minuti, tutti nella prima partita con la Turchia. Al rientro in Brasile da campione, si fa ricordare per essersi ubriacato al ricevimento del Presidente della Repubblica e nell’occasione non essere passato inosservato.

– Nel suo palmarès anche un campionato olandese, due Supercoppe di Olanda, un campionato brasiliano, una Coppa del Brasile, un Mondiale per Club e la Coppa America 1999.

Considerato tutto ciò, ricordatevi che Marcos André Batista Santos detto Vampeta, è un campione del mondo. Johan Cruijff no.

Bonus track

Italia 2006 – Campione per un autogol

Piccolo inciso finale per rimembrarvi che se per un’estate intera abbiamo cantato a non finire Seven Nation Army degli White Stripes lo dobbiamo in massima parte a Cristian Zaccardo. Seconda gara del girone contro gli Usa, Zaccardo insacca alle spalle di Buffon per fissare il punteggio sull’1-1 finale – unico gol subito dall’Italia su azione in quel mondiale – 4 minuti dopo il vantaggio di Gilardino.

La partita successiva, con la Repubblica Ceca, Lippi sposta Zambrotta a destra, panchinando il buon Cristian, e inserendo a sinistra Grosso. Il resto è storia. Caro Cristian, se non ci fossi stato tu…