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“Il portiere più forte al mondo non sono io, è Vladimir Beara.” (Lev Yashin, durante la premiazione per il Pallone d’Oro 1963)

Vladimir Beara nasce nel villaggio di Zelovo, nell’entroterra di Spalato, il 2 novembre 1928, solo tre mesi prima della trasformazione del Regno dei Serbi-Croati-Sloveni nel dittatoriale Regno di Jugoslavia. Cresciuto negli anni di ferro tra monarchia e guerra mondiale, pratica in gioventù danza classica e segue il calcio solo da tifoso dell’Hajduk Spalato, andando allo stadio e sui campi di allenamento.

A 19 anni arriva la svolta, casuale come spesso avviene, della sua vita: proprio mentre assiste con gli amici agli allenamenti dell’Hajduk, il caso vuole che non ci sia un portiere disponibile per preparare i tiri dal dischetto, così l’allenatore si ritrova a chiedere se qualcuno, fra il pubblico, è disposto ad andare tra i pali. Vladimir se la sente, e alza la mano. Nella sua mente c’è una correlazione tra i movimenti del ballerino e quelli del portiere. Pensa che non farà brutta figura.

Gli amici che sono con lui prima ridono, poi rimangono a bocca aperta. Beara non solo non ha sfigurato, ma ha così entusiasmato da convincere i dirigenti a metterlo sotto contratto. Da subito, come titolare. Il ballerino ora è un portiere. Balerina sa čeličnim šakama, il ballerino dalle mani d’acciaio.

In otto anni di militanza all’Hajduk Spalato si guadagna tre scudetti e la nazionale, dapprima come riserva del leggendario Mrkusic ai Mondiali del ’50, poi con in galloni da titolare subito dopo il termine della competizione. Merito pure degli allenamenti con Luka Kaliterna. Mrkusic e Kaliterna: il primo, già portiere della Jugoslavia anteguerra e tra i fondatori della Stella Rossa; il secondo (detto “Barba“, lo Zio Luka), figura mitologica del calcio spalatino, già portiere dell’Hajduk e con una carriera da allenatore spesa tra i “bianchi” e i “rossi” dell’RNK Split.

Due figure decisive per la crescita di Beara, come uomo e come sportivo: due miti che diventano figure quasi paterne. E complici. Come quella volta che, di ritorno da una trasferta a Parigi, Beara e Mrkusic sono pizzicati dalla polizia di frontiera jugoslava con l’auto imbottita di merci di contrabbando. Se la cavano con una pena di 4 mesi di sospensione da parte della federazione calcistica, in seguito amnistiata. Troppo prestigiosa è la sua figura, troppo alto è il suo valore tra i pali.

“Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per amore.”

La doppia guida Kaliterna e Mrkusic forgia un portiere fuori dall’ordinario, elegante, spettacolare e al tempo stesso intelligente. Dalla presa d’acciaio, figlia di quegli allenamenti con una sfera delle dimensioni di una pallina da baseball a cui Barba Luka lo sottopone nei due anni alla guida dell’Hajduk, tra il ’48 e il ’50. E che presto sarà mostrata al mondo.

Precisamente il 22 novembre del 1950, quando a Wembley si organizza un’amichevole tra l’Inghilterra e la Jugoslavia, che nelle intenzioni degli organizzatori deve essere una piacevole passerella in grado di far smaltire la disastrosa spedizione dei “maestri” al mondiale brasiliano (battuti 1-0 dai semidilettanti degli Stati Uniti ed eliminati al primo turno). Ventiduenne da appena venti giorni, Beara alza un muro sulla linea di porta della nazionale federale.

La gara finisce 2-2, e il ballerino ha tenuto in gara la sua squadra a colpi di parate incredibili, ultima per ordine ma non per importanza quella su Hancocks, al novantesimo inoltrato, che strozza il gol in gola agli inglesi costretti a vedere la palla superare la traversa e finire in angolo.

Il 22 novembre del 1950, in quella che è una partita di scarsa importanza giocata nel tempio del calcio di Wembley, nasce una nuova leggenda. I maestri inglesi accusano il colpo ma applaudono il nuovo eroe jugoslavo. Ora balerina Beara è qualcosa di più. Ora è Veliki Beara, il Grande Beara. Perché non è soltanto agile, reattivo ed elegante nei movimenti, ma è uno di quei pochissimi giocatori che spostano in avanti il ruolo, anticipando parte delle caratteristiche moderne del portiere.

E con lui si fa grande anche la giovane Jugoslavia. Alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 la squadra viaggia leggera, pare danzare proprio come il suo portiere. L’eleganza e la tecnica della nazionale titina spezza persino l’odiata URSS, e cede il passo solo in finale di fronte alla Grande Ungheria, nonostante Beara si superi parando anche un rigore nientemeno che a Puskas.

L’anno successivo lui e Boskov (sì, proprio Vuja), perni dell’olimpica argentata, vengono convocati per l’amichevole di Wembley tra Inghilterra e Resto del Mondo. Nel primo tempo l’austriaco Zeman in porta si fa impallinare dagli inglesi, nella ripresa Beara è artefice di una rimonta dal 3-0 al 4-3 a suon di parate, ma solo un arbitro troppo compiacente vìola la sua imbattibilità con un rigore per i sudditi di Sua Maestà fischiato all’ultimo secondo.

Ancora: ai Mondiali del ’54 i balcanici cadono ai quarti, sprecando l’impossibile contro i futuri campioni del mondo della Germania Ovest, laddove i tedeschi si rivelano in grado di superare Beara solo grazie ad un’autorete e un gol in fuorigioco. Nel girone avevano stupito contro il Brasile reduce dal Maracanazo, corazzata di nuovo lanciata verso la vittoria ma stoppata sull’1-1 dagli jugoslavi (e poi affondata in un rodeo contro l’Ungheria).

Beara si era rivelato un muro quasi insuperabile, come quando sradicò il pallone dai piedi di Baltazar con un’uscita bassa, mentre il brasiliano era stato lanciato in porta in campo aperto e già si gridava al gol. Solo l’icona del fútebol carioca Didì era riuscito a bucarlo.

Beara continuò a difendere i pali balcanici anche ai Mondiali svedesi del ’58, dove la Jugoslavia fu fermata nuovamente ai quarti dal tedesco Rahn, proprio come quattro anni prima. La Jugoslavia era divenuta una grande del calcio, e tale rimase fino alla fine degli anni settanta. Beara nel 1959 si ritirò dalla nazionale, e chiese il permesso di giocare all’estero, in Italia, ma non gli venne concesso.

Riuscirà a trasferirsi solo nel 1960, in Germania, mentre i suoi eredi si aggiudicavano l’oro olimpico a Roma. Nel 1965 si ritira, ed inizia una carriera da allenatore tra Austria, Germania e nazionale camerunense, dove forgia lo stile spettacolare dell’allora giovanissimo N’Kono. Lo stesso N’Kono diventerà il portiere africano più forte di sempre, e sarà a sua volta ispiratore di un giovane di nome Gigi Buffon.

“Sembrava essere felice di giocare per la Jugoslavia come se avesse danzato per il Royal Ballet”. (Bob Wilson)