Di Raffaele Nappi

A Milford non ci sono negozi. Non c’è un ufficio postale e neanche una scuola. Dista appena 5 minuti da Armagh, cittadina dell’Irlanda del Nord. Sembra quel genere di posto insignificante, che neanche te ne accorgi quando ci passi lungo Monaghan Road. E invece, a passarci lungo quelle stradine, si ripercorrono storie da raccontare.

È proprio nella Milford House, la grande casa sulla collina, oramai vuota e abbandonata, che ha vissuto Robert McCrum, colui che inventò e depositò il brevetto della biancheria a doppio damasco (per i profani, con la trama intessuta su entrambi i lati) e diventò, sempre McCrum, il fornitore ufficiale di tovaglie e tovaglioli dell’Ammiragliato Britannico della Marina Militare Americana e del parlamento canadese. Colui che, sempre McCrum, si dice abbia inventato il bollitore elettrico e la lavastoviglie (ma non era mai andato a depositarne i brevetti).

E colui che, sempre McCrum, aveva realizzato le cinque, uniche importanti strade che attraversano il paese, in modo da ospitare il migliaio di operai che lavoravano nella sua fabbrica di cotone. L’ultima di queste prendeva il nome di William Street. Fu completata solo nel 1911. Le casette a schiera, tutte uguali, in mattoni rossi, si affacciavano sul prato del paese. Quello stesso prato che era il campo da gioco del Milford FC. Quello stesso prato dove William McCrum, figlio di McCrum, proprio quel McCrum, inventò il calcio di rigore.

William McCrum, nato nel 1865, era portiere del Milford FC, la squadra che nel 1890 chiuse il primo campionato della storia irlandese classificandosi ultima. Il tabellino segnava 62 gol subiti in 10 partite, e appena 10 gol realizzati. Attore dilettante, incallito giocatore d’azzardo e spirito libero, si dice che McCrum detestasse il gioco violento dei suoi difensori a protezione della sua area di rigore. All’epoca, infatti, per i falli commessi in area, gli arbitri erano soliti concedere solo calci di punizione indiretti, non senza conseguenze.

McCrum, conosciuto poi come Mastro William, riteneva che tutta la squadra dovesse pagare per i comportamenti scorretti individuali. Nel 1890, spinto da animosità e determinazione, sottopose alla Federazione Nazionale la proposta di inserire tra le regole del gioco il calcio di rigore. L’idea, inutile dirlo, scatenò una serie di polemiche. Erano gli stessi giocatori a sentirsi offesi “dalla mozione dell’irlandese”, come fu subito ribattezzata la proposta.

Ma c’era anche un aspetto etico e morale: i calciatori erano infastiditi dall’idea stessa che potessero esistere falli considerati come intenzionali. “Solo un portiere, e per giunta appassionato di teatro, avrebbe potuto inventarsi un momento di tale drammaticità e martirizzazione, in cui la star dello spettacolo era proprio lui”, si scriveva sui giornali.

Le cose cambiarono nel febbraio dell’anno successivo, il 1891, quando allo Stoke City fu negato il gol del pari all’ultimo minuto durante uno spareggio di FA Cup. I fatti andarono più o meno così: un difensore avversario del Notts County aveva respinto sulla linea di porta un tiro. Con un pugno. Ma sul successivo calcio di punizione indiretto lo Stoke non riuscì a segnare.

Fu così che il 2 giugno, quattro mesi dopo, durante la riunione del Comitato Internazionale a Glasgow, la Federazione Inglese votò per la prima volta alla proposta di McCrum: nell’Hotel Alexandra di Bath Street, in terra scozzese, nacque il calcio di rigore. Il verbale ufficiale della riunione descriveva il rigore come “Kick from the penalty spot”, calcio dal punto di penalità.

Erano tre i casi in cui l’arbitro era costretto a chiamare un calcio di rigore: uno sgambetto, una trattenuta o un fallo di mano volontario. In area. Il penalty poteva essere calciato da 11 metri di distanza, da qualsiasi punto del campo (in larghezza). Gli 11 metri, infatti, rappresentavano la media tra le linea dell’area di rigore e l’area piccola. Se veniva assegnato un rigore, però, la squadra non era costretta a servirsene: il Corinthians, ritenendo si trattasse di un insulto all’onorabilità del gioco, per un certo periodo rifiutò addirittura di calciarli.

L’invenzione del calcio di rigore e il relativo successo della mozione non ebbero molto seguito in casa McCrum. Il padre Robert, intanto, era impegnato ad installare le pompe di benzina per rifornire le sue tre automobili. Aveva inoltre deviato parte del vicino fiume Callan verso una cisterna di sua costruzione per alimentare i bagni turchi di cui andava matto. La Milford House, in un tempo in cui non esistevano allacci, era la prima casa in Irlanda ad avere corrette elettrica.

Robert morì nel 1915, quando ormai aveva accumulato un patrimonio di 55mila sterline (per farsi un’idea, circa 5 milioni di euro attuali). Dopo la sua morte, né William né Harriette – seconda figlia – riuscirono a portare avanti gli affari. E con il crollo di Wall Street del ’29 tutto il patrimonio era svanito in un attimo.

William, in quegli anni, non aveva soltanto sperperato il denaro del padre: era conosciuto come una persona incredibilmente generosa. Quando il suo amico e compagno negli scout Robert Gwynne – figlio del capogiardiniere di Milford House – gli chiese un prestito per pagarsi le scuole a Londra, William non ci pensò su due volte. Dopo gli studi a Londra, Gwynne diventò cantante d’opera. (Fece ritorno a Milford vestito come un nobile, e spostato con una certa Lafian, principessa dello stato nigeriano autoproclamato del Nasawara. Ma questa è un’altra storia…).

Quando pochi anni fa, nei primi anni ’90, alcuni imprenditori edili pianificarono la costruzione di case proprio su quello che era il vecchio campo di gioco del Milford i cittadini del posto si ribellarono: nel 1997 fondarono l’Associazione Cittadina per lo Sviluppo di Milford, con l’obiettivo di proteggere il sito. Le fabbriche erano solo un lontano ricordo e avevano chiuso i battenti da tempo. Ma no, le nuove case non potevano essere costruite proprio lì.

Fu lo storico pub di Joe McManus a guidare la battaglia per salvare lo spazio verde. All’interno della lotta, riuscì ad ottenere le prove che fu McCrum ad inventare il calcio di rigore. Furono intervistati due abitanti della vecchia Milford: Stephen Hyde e Kieran McAuley. Entrambi avevano giocato in squadra con lui, entrambi confermarono l’idea di McCrum. Le interviste furono inviate ufficialmente alla FIFA che, finalmente, nel 2001 attribuì l’invenzione del calcio di rigore a William McCrum.

Oggi, tra la calma inquietante del paesino, lungo il prato verde intitolato a Mastro Willie, si erge un busto con la sua figura. La targa ricorda l’invenzione del calcio di rigore. A pochi metri di distanza dal busto di William sorge la casa di Stephen McManus, figlio di Joe, quello del bar McManus, che si prende cura dei tesori della Milford House. Ha portato tutto all’interno della sua bottega: cinque stanze strapiene, tra bicchieri di cristallo originali della vecchia fabbrica, un vestito da sposa di Herriette e una vecchia scatola di sigari di Mastro Willie.

“Mi viene difficile spiegare alla gente perché Milford House è vuota, abbandonata” – ha detto a Ben Lyttleton, che ha curato la sua storia per il libro “Undici Metri”. Stephen ha la voce spezzata: “Tutto questo non ha senso. Gli attuali proprietari non hanno la minima intenzione di intervenire. Stiamo facendo di tutto per raccogliere i fondi e riportarla al suo antico splendore”.

Le case intorno al parco, alla fine, sono state costruite: gli imprenditori edili hanno vinto. Per un puro caso gli alberi dei progettisti sono piantati a 8 metri di distanza l’uno dall’altro: sostanzialmente, quanto distano tra loro i pali di una porta di calcio. Sono sei per lato. 24 porte. Ci vorrebbero un sacco di calci di rigore per finire il giro. E probabilmente William, da lassù, si starà facendo una grassa risata.