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Sottostimato, scorbutico e brutalmente sincero fuori dal campo. Spietato, essenziale e competitivo in campo. Pierre Van Hooijdonk fa parte di quel pantheon di attaccanti che hanno vissuto costantemente in bilico tra oblio, esaltazione e dannazione. Centravanti da 376 gol in carriera; specialista con uno stile unico sui calci di punizione; tutor e insieme fustigatore dei più grandi talenti oranje degli ultimi 15 anni. Identikit di un anomalo calciatore di culto.

Breda, silenziosa città nel cuore del Benelux – nella gelida regione del Brabante – è il trampolino di lancio per un giovane centravanti che, fin dall’inzio, si prefigura come atipico. 193 centimetri per 88 chili, leve lunghissime e filiformi, spalle larghe, chioma riccioluta e carnagione olivastra che evidenziano origini sub-sahariane, denti sporgenti che gli donano una strana espressione a metà fra un perenne sorriso e un’imbarazzante paresi. Uno sghembo attaccante dall’andatura dinoccolata che, però, in stridente contrasto con quel fisico da guardia cestistica, sfodera una capacità di coordinazione e di calcio fuori dall’ordinario.

Vederlo agire nei campi della Jupiler League prima e dell’Eredivisie poi, lascia una sensazione di smarrimento e morbosa curiosità. Perché sembra una sorta di Ray Allen prestato al calcio: fisico simile, stessa capacità naturale di far partire un tiro – da fermo, ma non solo – con semplicità innata. E soprattutto il motto ideato da Spike Lee per la guardia dei Miami Heat si potrebbe applicare senza difficoltà a quel centravanti esploso nel Brabante: He Got Game.

Talento naturale, affinato nelle scuole calcio olandesi, dove la preparazione tecnica rimane punto zenitale nella formazione di un calciatore. Ma c’è di più. Perché Van Hooijdonk si muove con una consapevolezza superiore alla media, e nonostante sia giovanissimo ha già una personalità da leader: si carica il NAC sulle spalle e in due anni regala una promozione in Eredivisie e successiva salvezza.

Dal ’92 al ’94 mette in fila 64 presenze e 51 reti con la maglia giallonera. E, alcune di queste, sono prodezze tecniche che stonano con il palcoscenico di campi fangosi e acerbi avversari che caratterizza l’Olanda dei primi anni ’90. Affina soprattutto un fondamentale, che poi ne segnerà l’intera carriera: il calcio di punizione. Seguendo una messa in scena immutabile: tre passi di rincorsa parallelamente al pallone, poi una frustata secca d’interno, carica d’effetto, prendendo come riferimento lo spazio tra il secondo e il terzo uomo in barriera. È appena sbocciato uno dei migliori specialisti d’Europa.

Ma relegarlo al ruolo di cecchino significherebbe commettere un errore perché Pierre Van Hooijdonk mostra fin da subito un bagaglio tecnico anomalo per un attaccante dotato di quella struttura fisica. Sa attaccare la profondità e lo spazio, sia con scatti sul filo del fuorigioco a tagliare alle spalle dei difensori che in area di rigore, con soluzioni d’anticipo sul proprio marcatore, spinto da un intuito e una capacità di smarcamento naturali.

Un centravanti così genera attenzioni oltre i confini olandesi e, nell’estate del ’95, si trasferisce al Celtic Glasgow iniziando una fase inedita della sua formazione. In Scozia lega subito col pubblico, ma si trova spesso in frizione con la dirigenza dei Bhoys mettendo in mostra i tratti di una personalità forte, poco incline al compromesso, mossa da un desiderio di competizione e volontà di vittoria che non accetta deviazioni dall’ossessione del successo.

Decide la finale di Coppa di Scozia con un colpo di testa sovrastando i centrali dell’Ardie, consegnando così un trofeo che mancava da sei anni nella metà cattolica di Glasgow. Poi, come anticipato, il feeling si esaurisce complice una dichiarazione che gli costerà disprezzo e insulti diffusi.

“Le 7.000 sterline che guadagno a settimana possono essere buone per un senzatetto, non per un attaccante internazionale.”

Frase indifendibile, che fa trasparire una sete atavica di competizione al massimo livello e che viene immediatamente ridimensionata da Van Hooijdonk stesso, che accusa i tabloid di aver sostituito il termine persona comune con homeless. Ingigantendo così un “semplice” desiderio economico.

Lo strappo con il presidente del club, McCann, non è recuperabile: viene messo sul mercato e ceduto in fretta al miglior offerente, nonostante la parziale retromarcia, uno stretto legame col tifo biancoverde e soprattutto 44 gol in 69 presenze. Trasloca così in un altro club dal passato glorioso ma dal presente turbolento: il Nottingham Forest. Nelle Midlands orientali inizierà l’esperienza più controversa e al tempo stesso rivelatrice della sfaccettata personalità dell’attaccante olandese.

Si apre un periodo di rivendicazioni, promesse mantenute e perfino scioperi ad oltranza. Perché Van Hooijdonk, nel soffio di un biennio, riesce a farsi accogliere come un salvatore della patria, finire ai margini della squadra per propria scelta, essere ripudiato dai compagni, ritornare a conquistare il ruolo di idolo e star per i tifosi e infine farsi cedere dopo una disperata quanto inutile corsa per la salvezza. L’impatto con l’Inghilterra è complicato: arriva ad inizio febbraio con il Nottingham impaludato al penultimo posto, ha guai fisici, non si ambienta e non riesce a lasciare il segno: 8 presenze e un solo gol.

In quale dimensione è finito il cannoniere spietato visto in Olanda e in Scozia? La retrocessione dei Garibaldi Reds, inaspettatamente, diventa una questione d’orgoglio per Pierre: promette pubblicamente la permanenza a Nottingham perché si sente in debito con i tifosi e – contro ogni pronostico – resta a giocarsi la Championship. In seconda divisione inglese è semplicemente un alieno rispetto agli avversari: gioca, segna con una continuità sbalorditiva, accresce ulteriormente il suo bagaglio di colpi, migliorando nelle situazioni di gioco spalle alla porta e nelle soluzioni estemporanee da fuori area. Domina.

Segna 29 gol in campionato e 5 nelle coppe, ma non solo. È il punto di riferimento in campo, il leader emotivo a cui aggrapparsi, mosso da una ferocia agonistica che il più delle volte è inarrestabile. Sembra un airone che allarga le ali per piombare con forza ed eleganza nelle aree di rigore avversarie. Il Forest vince la Championship e torna nella massima serie dopo un anno di purgatorio, Van Hooijdonk è giocatore appetito da club di medio-alto livello sparsi in Europa.

È il momento dell’ennesima svolta: Pierre entra in rotta di collisione con la dirigenza del club perché chiede pretende una campagna di rafforzamenti all’altezza della Premier League. È scontento, spesso scontroso, e tremendamente sincero. E soprattutto non è una personalità da mezze misure o silenziosa accettazione. Infatti, alla fine del mercato, decide di scioperare. È una presa di posizione tanto scomoda quanto storica, soprattutto a queste latitudini. Alla vigilia della stagione post-mondiale, Van Hooijdonk, nel giro della nazionale e in piena maturità agonistica, si tira fuori dal campionato con una scelta tranchant.

Diventa un caso mediatico, lo ribattezzano “the striker on strike”: strambo professionista che cerca d’imporre una visione personale sugli obblighi contrattuali col proprio club, incenerendo la cieca ammirazione dei suoi tifosi in poche ore.

È uno scenario kafkesque quello che agita il City Ground: da un lato il giocatore fondamentale, riferimento tecnico della squadra, che si rifiuta di scendere in campo, si autoesclude dalle partite e viene confinato in un esilio all’interno dello spogliatoio dove i compagni di squadra fanno quadrato isolandolo da ogni attività e rapporto umano; dall’altra parte della barricata il club, che vede progressivamente scivolare la squadra all’ultimo posto avvertendo la necessità di dover schierare l’unica risorsa tecnica in grado di salvare la squadra, cioè l’olandese in sciopero selvaggio.

Van Hooijdonk non arretra di un millimetro, come in una sfiancante partita a scacchi dove il vincitore è colui che dimostra nervi d’acciaio e una forza di volontà ferrea. Il centravanti in sciopero resta fuori per oltre 1/3 della stagione, rientrando nei ranghi dopo lunghissime negoziazioni e frasi degne di un duello western con proprietà ed allenatore. Ma è già tardi. Il Nottingham retrocede e Pierre viene ceduto al Vitesse.

È ormai un giocatore appetito e consacrato nel panorama europeo, ma porta in dote due pericolose caratteristiche che allontanano i top club: testardaggine, unita ad una personalità debordante. Ad Arnhem viene incoronato come colpo del nuovo millennio e l’Eredivisie 1999/00 è pura formalità nell’elevarlo a giocatore dell’anno. Come sempre, fa parlare campo e statistiche: 29 presenze, 25 gol e qualificazione Uefa per il Vitesse.

In questo delicato periodo di rilancio professionale, racconta un retroscena autobiografico che lo ha segnato, plasmandone comportamenti ed ossessioni. Il padre biologico, un marocchino originario di Fez, lo ha abbandonato al momento della nascita e Pierre è cresciuto in una famiglia piccolo borghese nella provincia di Steenbergen. A confermare le ataviche difficoltà relazionali e d’integrazione è l’ennesima scelta controcorrente della sua carriera; dopo l’annata da golden-boy in Olanda decide di cambiare aria.

Si trasferisce a Lisbona, sponda Benfica. È l’ennesimo cambiamento tout-court di un uomo che riesce a trovare un sottile equilibrio emotivo solamente in quegli attimi che precedono la coordinazione per un tiro verso la porta avversaria e nei successivi istanti liberatori, quelli dell’esultanza. Van Hooijdonk è adrenalina per adrenalina, voglia di competere per primeggiare e migliorarsi. Non importa come, quando e dove. In Portogallo lascia in eredità un’altra ottima annata a livello personale, ma deludente per un club nobile come le Águias: 6° posto finale con un giovane Mourinho in panchina e 19 gol in 30 presenze per Pierre.

Sembra vivere in un contrappasso dantesco: Van Hooijdonk segna a raffica, ha già sperimentato quattro diversi campionati andando abbondantemente in doppia cifra in ognuno, ma la squadra non riesce a tenere il suo passo e la sua fame agonistica. E infatti fa nuovamente le valigie. Stavolta, però, quel punto di equilibrio inseguito come uno spettro battendo l’Europa in lungo e in largo, è scovato vicino al suo paese d’origine: si trasferisce a Rotterdam per indossare la maglia del Feyenoord.

Con il club del popolo, infatti, s’instaura fin da subito un rapporto viscerale. Questione di alchimia. Perché Van Hooijdonk, ormai 31enne, necessita di un ambiente passionale e ambizioso, abituato a campionati di vertice per storia e spessore tecnico, ma che, al tempo stesso, sia humus per una consacrazione ai più alti livelli che ormai manca da decenni. Il Feyenoord risponde a tutte queste caratteristiche. Con un plus decisivo: la tifoseria più accesa, numerosa e problematica dei Paesi Bassi.

Quella stessa tifoseria che guarda al nuovo centravanti oranje come all’elemento di destabilizzazione di uno status quo che vede l’Ajax dominare in patria, il PSV interromperne il dominio e svezzare talenti che infornano la nazionale e il Feyenoord come una nobile semi-decaduta: la squadra del popolo che ha abdicato al ruolo di protagonista, in patria come fuori. È un periodo di transizione per i biancorossi, in violento contrasto con un contesto sociale in forte fermento nella città portuale.

Sono gli anni dell’onda lunga del fenomeno gabber, il genere che si è sviluppato proprio intorno agli hooligans del Feyenoord. Quelli che si raggruppano al Legioenzaal, esempio unico di luogo – interno allo stadio – consacrato alla musica dei tifosi: un ambiente dai soffitti alti, tappezzato di bandiere del club ed attrezzato come una discoteca che non conosce orari né limiti sonori, dove spesso si esibisce il dj simbolo della comunità: Paul Elstak.

È l’anticamera del tifo biancorosso, dove quel genere musicale assillante nasce e infetta Rotterdam come un virus. Al ritmo di “Rot-ter-dam… hoo-li-gans!” si passano i pre-partita e perfino intere notti; fino alla cristallizzazione-pop del fenomeno: i tifosi del Feyenoord sono inscindibili dalla dimensione-gabber: teste rasate, Air Max ai piedi, bomber Alpha e cappellini da baseball che richiamano la scena hardcore.

Come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel cuore del tifo, la scena gabber diventa un coacervo per rivendicazioni di ogni sorta: da un’identità comune da contrapporre fieramente alla capitale culturale Amsterdam fino alla trasformazione in fenomeno di costume e moda su ampia scala. Attraverso rave party di 12 ore che – spinti da un martellante e ossessivo ritmo intorno a 160 bpm – si trasformano negli anni in adunate oceaniche dal sapore tribale che coinvolgono ogni angolo del Benelux.

La cover simbolo della gabber: Rotterdam urina su Amsterdam

Il disco simbolo della gabber: Rotterdam urina su Amsterdam (Paul Elstak)

Se Rotterdam e i suoi tifosi sono prepotentemente entrati al centro della scena europea, al contrario la sua squadra fatica ad uscire da una comfort zone di terzi posti e trionfi sporadici (1998/99). Per scardinare l’ordine e portare la Rotterdam pallonara nuovamente al centro della scena europea c’è bisogno di un trascinatore, qualcuno che posponga la gloria personale a una volontà di successo.

L’identikit ricalca alla perfezione Pierre Van Hooijdonk. Prende forma l’annata che lo consacra come idolo di Rotterdam: è il 2001, e il Feyenoord affronta la Coppa Uefa con i galloni di underdog.

Quella coppa arriverà a vincerla dopo una cavalcata che ha pochi eguali per numero di gol complessivi ed atto finale, ovvero il 3-2 al Borussia Dormund che, per uno scherzo del caso, si gioca proprio al De Kuip, lo stadio del Feyenoord. I biancorossi hanno una squadra ben impostata su un 4-4-2 elastico e compatto, più vicino ad una visione di base sacchiana che a quella tipicamente olandese del 4-3-3.

Schierano una coppia d’attacco che è un inno all’essenzialità, al sacrificio, al senso del gol e alle capacità realizzative: Van Hooijdonk-Tomasson. Inoltre sulla fascia sinistra agisce un 18enne che dà l’impressione di fare terra bruciata attorno a sé: Robin Van Persie.

Come mandare a casa il Friburgo dalla linea del fallo laterale.

Su queste fondamenta la squadra di Van Marwijk si abbatte sulla Uefa come un uragano. È il miglior attacco per distacco, fa fuori agilmente Friburgo e Rangers Glasgow prima di trovarsi davanti, nei quarti di finale, il PSV. È un derby da psicodramma perché le squadre si conoscono nei minimi dettagli e l’equilibrio è impossibile da spezzare, ed entrambe le gare finiscono 1-1. In un infernale De Kuip si va ai rigori, con la netta sensazione che chi sbloccherà quello stallo messicano potrà dire la sua sulla vittoria finale. Il quinto rigore, decisivo, lo calcia Van Hooijdonk.

Ha già segnato, con un difficilissimo stacco di testa all’indietro, il gol che al 93° ha portato il derby all’extra-time; adesso, con i compagni di squadra che pregano e la curva che scandisce l’inno del club, deve sentenziare la semifinale dal dischetto. La prossemica di quel rigore è singolare ma esplicativa: Pierre si avvicina lentamente al pallone, poi si prende ancora del tempo, infiniti secondi, sistemandosi gli scarpini come a voler assicurare una traiettoria perfetta al momento dell’impatto con la palla. Infine una rincorsa lunghissima, percorsa di scatto. Poi la botta: secca, chirurgica. Un collo interno nel “sette”.

Una sentenza di morte istantanea per il PSV; si avvertono soltanto il rumore della rete e il boato liberatorio del De Kuip. Se la finale sarà la serata di gala di un talento troppo spesso sottostimato, quella del derby è la notte della definitiva maturazione: la prova più snervante dell’intera carriera. Come confesserà poi lo stesso Pierre.

In semifinale contro l’Inter è di nuovo protagonista con il gol che porta in vantaggio i biancorossi al ritorno, dopo lo 0-1 di San Siro su autogol di Córdoba: infila Toldo con uno stacco di testa dei suoi, in corsa, su cross calibrato di Van Persie, con quel perfetto mix di senso della posizione, tempismo e strapotere fisico che travolge Javiér Zanetti. Finirà 2-2, con sigillo di Tomasson e inutile rimonta interista a firma Cristiano Zanetti e Kallon.

La finale al De Kuip è un appuntamento con la storia. Perché il Feyenoord non alza un trofeo internazionale dalla stagione 1973/74, quando vinse la Uefa, corollario finale di un ciclo d’oro iniziato cinque anni prima con Ernst Happel in panchina e il sinistro vellutato di Van Hanegem a dirigere il gioco in campo. E dopo appena tre minuti di gioco, a freddo, Van Hooijdonk fa intuire a Lehmann che aria tira nel Brabante.

Dettaglio diabolico: Lehmann che stringe i pugni come a voler dire “eccomi, sono pronto” per poi restare di sale…

Sono le prove generali di quello che accadrà poco dopo. Il Feyenoord va in vantaggio grazie ad un rigore, con annessa espulsione di Kohler, trasformato con glacialità e rabbia da Pierre. Poi Van Persie salta Amoroso, in ripiegamento difensivo, che lo sgambetta sui 24 metri. È la mattonella di Van Hooijdonk, quel lembo di terra che appartiene di diritto al killer che segna sempre tre passi fra sé e la palla. Impenetrabile, determinato e freddo come un pistolero di un western à-la Sam Peckinpah.

Sembra di assistere ad un remake senza soluzione di continuità: la foltissima barriera è la stessa, perfino i comportamenti e i movimenti dei giocatori sono identici – facendo trasparire una preoccupazione tangibile – e la traiettoria è puro calcio alla Pierre: vola oltre il secondo e il terzo uomo, arcuata, tagliente come una falce che miete un campo di grano; stavolta la palla finisce nell’angolino basso. È il 2-0 che trascina il Feyenoord alla conquista della coppa, nonostante un tardivo risveglio del Borussia che chiuderà una finale intensissima e piuttosto disordinata perdendo 3-2.

Un trofeo atteso da 28 anni. E un momento agognato, dopo un decennio di pellegrinaggio in giro per l’Europa, per Van Hooijdonk. Che finalmente centra quella consacrazione ai massimi livelli che ha affannosamente rincorso come un’ossessione: a 33 anni ha esorcizzato le sue paure raggiungendo il suo scopo, far vedere al mondo che, nonostante una personalità turbolenta e una carriera spesa per lo più in realtà di secondo piano, rimane uno dei migliori centravanti europei. Uno che sa fare la differenza.

A Rotterdam rimane altri due anni e fa in tempo a vivere un’altra serata europea da protagonista, stavolta contro il portiere più forte del mondo. La Juventus è al De Kuip per la prima giornata di Champions League, domina e va in vantaggio con un gran gol al volo di Camoranesi da fuori area. Al 74°, però, viene fischiata una punizione al limite dell’area bianconera. In una sequenza venata di grottesco, Buffon corre dall’arbitro indicando che la palla è più lontana dell’effettivo punto di battuta, ma non serve; rientra tra i pali bestemmiando e piazza meticolosamente una barriera di 6 uomini.

Van Hooijdonk ha spostato indietro il pallone quel tanto che basta per permettergli una battuta a giro sopra la barriera, dopo aver ripetuto il tiro già una volta; cosa che puntualmente avviene, lasciando incenerito il numero 1 bianconero, che può solo accompagnare con lo sguardo la palla, che sfiora il palo ed entra dentro: sbraita, calcia con rabbia il pallone, urla di tutto e addirittura scaglia un calcio contro il palo. Come se avesse previsto l’intera scena, terrorizzato da un finale annunciato.

Gli effetti di Van Hooijdonk sul miglior portiere del mondo (e sui tifosi turchi che montano video…)

Sono gocce di celebrità in un periodo crepuscolare. A quasi 34 anni Van Hooijdonk ha scritto il suo nome a caratteri cubitali nella storia del club di Rotterdam ed è pronto all’ennesimo turning-point: al termine della stagione 2002/03 decide di traslocare. Ha bisogno di un’ultima sfida, diversa, affascinante per contesto. Viene acquistato dal Fenerbahce, dove trascorre un biennio intenso. Segna a raffica e si ritaglia il ruolo di idolo della tifoseria dei Canarini di Istanbul.

In un campionato poco o nulla avvezzo a giocatori di spessore internazionale nel suo ruolo, Pierre diventa un precursore degli attuali Van Persie, Mario Gomez ed Eto’o lasciando un’eredità importante dalle parti del Bosforo, impreziosita dalle sue perle su calcio da fermo che generano una bizzarra forma di adorazione pagana in terra turca (vedasi le numerosissime compilation di suoi gol create dai tifosi). Inoltre chiude la campagna di Turchia con 32 gol, diventando così uno dei pochissimi calciatori ad andare in doppia cifra in cinque diversi campionati (Olanda, Scozia, Inghilterra, Portogallo, Turchia).

È tempo di chiudere la carriera e, dopo un anno al NAC Breda, torna al suo Feyenoord. Generando un entusiasmo dilagante nonostante la carta d’identità reciti 36 anni. I tifosi lo accolgono come si può accogliere un fratello maggiore, un compagno di rave, un leader che non se n’è mai davvero andato dal De Kuip.

In questo periodo nasce un coro che racconta perfettamente il suo impatto a Rotterdam: “Put your hands up for Pi-erre!”, al ritmo grezzo ed accelerato della dance commerciale. È qualcuno per cui festeggiare, più che da tifare: da calciatore sublima in sentimento di evasione e identità collettiva.

Nel 2007 dice definitivamente basta. Da due anni si è ritagliato un ruolo nella nazionale olandese, sotto la guida di mister Van Marwijk, dove ha modo di lasciare un’impronta del suo speciale talento. Prende sotto il suo tutoraggio tecnico un ragazzo dell’Ajax che ha sbalorditive capacità di calcio, sia col destro che col sinistro; lo forgia, insegnandogli i fondamentali del calcio di punizione. L’Olanda incasserà i dividendi di quella maniacale scuola di formazione, perché quel 21enne è Wesley Sneijder. E le sue punizioni diverranno celebri, generando un ideale proseguimento degli insegnamenti del maestro.

Stessa rincorsa, stessa frustata d’interno piede, stesse traiettorie arcuate e precise, cariche d’effetto. Il suo talento ha trovato un’ideale prosecuzione nei piedi di quel trequartista che sorprenderà l’Europa nel decennio a seguire. Lo stesso Sneijder definirà Van Hooijdonk come “un maestro di straordinaria importanza nella mia formazione tecnica”.

Ma se Sneijder è il prescelto da formare a sua immagine e somiglianza, svelandogli ogni segreto del suo colpo più celebre, lo stesso non si può dire per l’altro talento oranje che è gravitato intorno al pianeta Van Hooijdonk: Robin Van Persie. Pierre, come un maestro inflessibile, critica pubblicamente il talento oranje dopo il Mondiale del 2014, uscendosene in diretta tv con un eloquente:

“Van Persie is an asshole!”

Reo, a suo avviso, di avere poche motivazioni nella fase di maturità della sua carriera e soprattutto di non impegnarsi a fondo nelle competizioni con la sua nazionale lasciando un’impressione diffusa di svogliatezza. Cosa che, per un feroce competitor come Van Hooijdonk, assume i contorni dell’affronto. Non rinnegando poi il proprio pensiero e, anzi, approfondendo la questione afferma: “Van Persie era già uno dei migliori al Feyenoord, a 19 anni, e sapeva di esserlo. Ma questo non significa che puoi vivere di rendita per sempre.”

D’altronde non ha mai conosciuto mediazioni o toni accondiscendenti, tanto meno metafore ricercate. Pierre è un antieroe che colpisce dritto il bersaglio. Brutale nella sua sincerità, traumatizzante nella sua concretezza: l’ideale prolungamento delle sue celebri punizioni.