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“Tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini, lo devo al calcio”.

Prima di diventare uno degli scrittori e intellettuali più influenti del Novecento, Albert Camus è stato un portiere. Negli anni Trenta, ha difeso i pali del Racing Universitaire d’Alger, braccio polisportivo di un’associazione culturale come tante ne proliferavano in quei primi decenni del secolo.

Nato poverissimo, orfano di padre caduto al fronte durante la Grande Guerra, Camus era un pied-noir, praticamente un francese nato in Algeria, di quelli costretti a rimpatriare in Francia dopo il 1962, anno dell’avvenuta indipendenza dello stato nordafricano. Lui, però, morì nel ‘60, a soli 47 anni, in seguito a un incidente stradale, e non fece in tempo a vedere le conseguenze della guerra civile, ma l’amore per la terra natale e le contraddizioni del rapporto forzato tra francesi e algerini furono temi costantemente al centro delle sue opere più celebri e immortali, da La peste a Lo straniero.

E il calcio, dopo aver segnato la fase giovanile della sua vita, si apprestava a consumare pagine decisive nella storia del suo paese (dei suoi paesi) e negli equilibri del mondo intero.

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Il 1° novembre del 1954, dalla fusione di piccoli gruppi indipendentisti sparsi sul territorio algerino, nasce ufficialmente l’FLN, il Fronte di Liberazione Nazionale, organizzazione con il chiaro intento di perseguire l’autonomia del paese da Parigi. Clandestino, d’ispirazione rivoluzionaria, l’FLN ambiva a far compiere un salto di qualità alle iniziative e alle dimostrazioni diffuse, avviando aperte e deliberate azioni di guerriglia nei confronti di presidi militari, sedi politiche, mezzi d’informazione.

Era l’inizio di una strategia di destabilizzazione e rivendicazione, di sostegno popolare e di prospettiva internazionale; nel giro di un paio d’anni, la sollevazione raggiunse due centri chiave della nazione algerina, il nord-est (la Cabilia, la zona dei berberi) e soprattutto Algeri, la capitale, dove l’irruzione dei paracadutisti francesi nella casbah ‘occupata’ sarà il punto di partenza del capolavoro cinematografico di Gillo Pontecorvo, pellicola soffocante e tormentata sulle vicende più crudeli della guerra per l’indipendenza e la decolonizzazione.

Nel 1958, la situazione è ormai fuori controllo; l’FLN comincia ad agire non solo in patria, ma anche nella Francia continentale, attraverso una serie di attentati che sconvolgono l’opinione pubblica e mettono in risalto l’esistenza di una rete di attivisti potente e ramificata. Soprattutto, in quell’anno, la Repubblica mostra tutta la sua fragilità e al potere viene richiamato il generale De Gaulle; nasce la Quinta Repubblica, con l’ampliamento dei poteri del presidente.

Proprio De Gaulle avrà un ruolo decisivo nel favorire il processo di decolonizzazione, avviare di fatto l’indipendenza e sventare una serie di tentativi di colpo di stato per il ripristino del controllo francese sull’antica colonia. Un mese prima, precisamente la notte tra il 12 e il 13 aprile, però, succede un altro fatto, meno noto, ma ugualmente decisivo. I vertici del Fronte di Liberazione Nazionale hanno pensato che lo sport possa rappresentare un veicolo formidabile di propaganda e di coinvolgimento, sia presso la stremata popolazione locale, sia presso la comunità internazionale.

E così, tutti i principali calciatori francesi di origine algerina vengono prelevati e invitati a unirsi a una forma di battaglia folle e inconsueta: quella di costituire una nazionale di calcio senza ancora alcuna nazione riconosciuta come riferimento.

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I giocatori atterrano a Tunisi, protetti dal presidente Bourghiba, entusiasta di ‘benedire’ l’iniziativa in nome della comune appartenenza panaraba, e lì viene loro illustrato il progetto. Tra di essi c’è anche Rachid Mekhloufi, attaccante del Saint-Etienne e stella della nazionale che si sta preparando per i mondiali estivi di Svezia.

Per quattro anni, fino al 1962, gli algerini di Francia daranno vita all’incredibile esperienza della rappresentativa del Front de Libération Nationale, rinunciando a carriere e notorietà per sostenere la lotta d’indipendenza. Una vicenda al limite tra romanticismo e clandestinità, magistralmente raccontata qualche anno fa da Michel Nait-Challal, cronista sportivo de L’Équipe, nel libro Dribbleurs de l’indépendance.

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Ad immaginare questa utopia calcistica e a pianificare nei dettagli la fuga e la costruzione della squadra è Mohamed Boumezrag, un ex centrocampista di talento che aveva vestito la maglia del Bordeaux e del Red Star, il club della banlieu parigina di Saint-Ouen, fondato da Jules Rimet alla fine dell’Ottocento e transitato indenne dentro l’occupazione nazista.

Nel luglio del 1957, Boumezrag aveva partecipato all’imponente Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti in programma a Mosca, una manifestazione internazionalista capace di radunare giovani attivisti dediti alla lotta ‘anti-imperialista’, come da autodefinizione dell’epoca; nell’occasione, ormai ritirato dalle scene, l’ex stella algerina concepisce l’idea di utilizzare il calcio per alzare il livello di conflitto tra i ‘suoi’ due paesi e sensibilizzare l’opinione pubblica alla causa dell’indipendenza. Affida l’incarico di selezionatore a Mokhtar Arribi, che in quegli anni allena l’Avignone, ancora  invischiato nelle paludi della terza serie del campionato francese.

Come Mekhloufi, anche Arribi è nato a Setif, la città in cui il progetto indipendentista algerino ha preso piede e consapevolezza già dal 1945, all’indomani di un violento massacro da parte delle forze coloniali maturato a pochi giorni dalla fine della seconda guerra mondiale. Senza dubbio, uomo dalle radici solide per poter rispondere senza indugi all’appello di Boumezrag.

“Oggi la gente ragiona in termini di carriera, riconoscimenti e denaro. La coppa del mondo, certo. Anche io ci penso, ma allora non c’era nulla che potesse essere paragonato all’indipendenza del mio paese.” (R. Mekhloufi) 

La ‘strana coppia’ (l’agitatore e il tecnico in panchina) scandaglia il campionato francese alla ricerca dei migliori calciatori algerini, riuscendo a reclutarli quasi tutti, senza troppe difficoltà. Oltre a Mekhloufi, ci sono Mustapha Zitouni, colonna difensiva del Monaco, il roccioso mediano Amar Rouaï, che gioca per lo Sporting Club d’Ouest, club della città d’Angers, e altre due bandiere della squadra monegasca come il portiere Abderhammane Boubekeur e l’attaccante Ahmed Oudjani.

Con loro, anche lo stesso Arribi nel ruolo di allenatore-giocatore sul campo e di anima inesauribile nella vita quotidiana fatta di sacrifici e viaggi intorno al mondo a giocare non per un risultato sportivo, ma per una causa politica. Arribi predilige un calcio libero, frizzante, divertente, dove la ricerca costante dello spettacolo soppianta persino l’organizzazione difensiva.

La squadra dell’FLN somiglia più al Brasile che a un’epigona del calcio europeo; lo stesso tecnico sperimenta un 4-2-4 mutuato dalla nazionale verdeoro che di lì a pochi mesi si laureerà campione del mondo. Il ‘quadrato magico‘ d’ispirazione brasiliana dà i suoi frutti: secondo quanto riportato da Nait-Challal, in quasi cinque anni di match amichevoli in ogni angolo del pianeta, il team algerino vince 57 partite su 83, segnando 349 reti complessive. Una macchina di gol e di propaganda.

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Zitouni (al centro) con la maglia della nazionale francese (foto: goldentimes.org)

In Francia, la federazione e la stampa sono colpiti e disorientati: pochi giorni prima della fuga, il commissario tecnico della nazionale Paul Nicolas ha diramato una lista di 40 giocatori, da cui usciranno i ventidue per la spedizione estiva ai mondiali di Svezia. Ci sono Mekhloufi e Zitouni. E ci sono le altre stelle del calcio francese, da Kopa a Fontaine, che si classificheranno terze; e chissà che non avessero potuto ambire a gradini più alti se solo gli ‘africani’ non si fossero messi in mente strane idee sull’indipendenza del proprio popolo.

Sin dalle prime partite, giocate in Tunisia, appare evidente la straripante potenza del team algerino; seguono tour in Medio Oriente, in Iraq e Giordania, dove rappresentative locali vengono schiantate sotto i colpi e i gol di campioni strappati a carriere dorate e consegnati agli ingranaggi complessi e delicati della storia. 13-0 contro i giordani d’Irbid, dieci reti a una selezione di Bagdad, altri quattro contro la formazione di Tripoli. Ci si spinge fino in Vietnam e Cina dove, nonostante alcuni obbligati accorgimenti tattici, la musica non cambia.

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La squadra dell’FLN in Vietnam

I dirigenti sportivi dell’FLN chiedono alla Fifa un riconoscimento ufficiale, ma vengono respinti; si rivolgono allora al di là della cortina di ferro, iniziando lunghi tour dimostrativi nei paesi dell’orbita sovietica. Ventun partite in dieci settimane (da maggio a luglio del 1959) in Bulgaria, Romania, Polonia, Cecoslovacchia e Unione Sovietica in cui spiccano una vittoria per 6-0 contro i russi e scoppiettanti pareggi contro la Polonia a Varsavia (4-4) e contro due selezioni romene (2-2 con il Petrolul di Ploieşti davanti a 90mila spettatori e di nuovo 4-4 contro l’Oradea).

Poi, il 23 marzo 1961, il vero autentico capolavoro dei fuggitivi algerini: il 6-1 a Belgrado contro la Jugoslavia vicecampione d’Europa, quella di Galić e del funambolico Šekularac. La consacrazione definitiva che costringe anche i quotidiani occidentali ad affrontare con oggettività l’incredibile vicenda algerina.

E la fortezza Europa, quella cantata anni dopo dagli Asian Dub Foundation – band che non a caso si è cimentata in spettacoli sonori ricavati dalla pellicola di Pontecorvo e da L’Odio di Mathieu Kassovitz – si trova quasi costretta ad inchinarsi di fronte a una dimostrazione sportiva di forza, tattica e spregiudicatezza senza precedenti.

La squadra fantasma, mai riconosciuta ufficialmente, ma progressivamente trasformatasi nell’ossessione del potere politico e calcistico francese, ha ormai raggiunto la propria missione. Dopo un’ultima partita in Libia, la rosa comincia a disperdersi; la guerra termina nel marzo del ’62 e, una volta ottenuta l’indipendenza, gli algerini tornano a occuparsi di calcio in chiave prettamente agonistica.

Alcuni riparano in Tunisia, altri si riaccasano nei rispettivi club francesi, come Soukhane, Amara, Oudjani; lo stesso Mekhloufi, dopo una parentesi in Svizzera, torna all’amato St. Etienne, in tempo per condurlo con altri quasi 80 gol in quattro stagioni, a una vittoria nel campionato nel ’64 e una in Coppa di Francia nel ’68. Molti anni dopo, nel 1982, guiderà in panchina la nazionale algerina che ai mondiali spagnoli sconfiggerà la forte Germania Ovest.

La clamorosa e straordinaria storia della rappresentativa dell’FLN viene rimossa e dimenticata per anni, rimanendo viva nell’immaginazione e nella tradizione orale che tra i vicoli e i negozi della casbah si diffonde come il sibilo delle voci e il fumo delle sigarette.

Per riemergere tempo dopo nella forma e nel linguaggio giovanile che in Algeria è più popolare, quello del fumetto; storie illustrate sulla scia dei manga giapponesi o dell’immortale tradizione vignettistica francese hanno spesso il calcio e la memoria della guerra d’indipendenza come temi prevalenti e fili conduttori di un sentimento aggrovigliato tutto da dipanare.

Come Victory Road oppure soprattutto come Un maillot pour l’Algerie, fumetto nato dalla matita e dalla fantasia di creativi come Kris, Javi Rey e Bertrand Galic che ripercorre le vicende della nazionale mai ufficialmente esistita, ma perennemente viva nella retorica popolare.

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Quattro anni che hanno segnato per sempre la storia di un paese, del suo movimento sportivo e delle sue relazioni internazionali. Quattro anni come sospesi, lontani dalla gloria, dalle telecamere e dalle ambizioni individuali.

Un periodo breve, ma intenso, sufficiente perché si avverasse il monito profetico di Albert Camus: Il y a de la honte a être heureux tout seul. Bisogna vergognarsi ad essere felici da soli. Parole dure come il ferro, riversate sul foglio con l’angoscia di chi – portiere e intellettuale – di solitudine, in fondo, ha scolpito la propria vita.