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Trovare l’incipit di un fenomeno, di un evento che si manifesta improvvisamente e in maniera inaspettata, e che soltanto con il senno di poi può essere analizzato e ricondotto ad una matrice primaria, al momento scatenante, al proprio Big Bang, solitamente non è facile.

La rivoluzione culturale generata dal rock’n’roll, per fare un esempio, è figlia di quel primo accordo di un giovane bianco di Memphis in That’s allright, mama? O la dobbiamo alla svolta elettrica di Dylan? O all’Urlo di Allen Ginsberg? O ancora, alla morte di James Dean, magari. Difficile a dirsi. Probabilmente sono stati l’insieme e la concatenazione di fattori molteplici a partorire un sisma culturale di quella portata.

Ecco, al contrario, l’incipit di questa storia, il cui protagonista di rock’n’roll ha ben poco, a dirla tutta, se un incipit deve esserci – e deve esserci – non può che essere collocato in un momento ben definito.

Incipit

4 luglio 2004, Stadio da Luz, Lisbona.
L’atto finale di un Europeo costruito apposta per accogliere il Portogallo nella ristretta cerchia delle nazionali vincenti e scrollarsi finalmente di dosso quell’annosa etichetta di eterni incompiuti, bellissimi e inconcludenti, talentuosi quanto effimeri.

L’aria di casa, una generazione uscita direttamente da una lirica di Pessoa e trasposta su un campo da calcio – Figo, Rui Costa, Deco, un giovanissimo Cristiano Ronaldo: troppa grazia – e uno sparring partner all’apparenza ideale per scongiurare cattivi pensieri: la Grecia, arrivata fin lì con tenacia e abnegazione certo, ma destinata inesorabilmente a lasciare il passo a chi aveva un appuntamento irrimandabile con la Storia.

Ormai solo un romanziere con la fissa del colpo di scena poteva impedire ai ragazzi di Scolari di compiere il proprio dovere. O un tedesco esperto in miracoli. Quella notte, puntualmente, per le strade della capitale portoghese risuonò il fado più triste che si fosse mai sentito da quelle parti, e non è che il fado di per sé sia una botta di vita, insomma.

Fernando Manuel Fernandes da Costa Santos, per tutti Fernando Santos, detto Fernando do penta, e da qualche settimana semplicemente legenda, quella sera stava probabilmente sistemando le ultime cose, ricontrollando magari i dettagli del biglietto aereo che per la seconda, ma non ultima, volta lo avrebbe portato lontano dall’Oceano, verso la culla mite del Mediterraneo, investita solo qualche attimo prima dalla gioia per l’impresa sportiva più inaspettata e folle che si ricordi. Destinazione: Aek. Atene, Grecia.

Un portoghese nel Paese dei propri aguzzini: non proprio il massimo. Il contratto con lo Sporting Lisbona d’altro canto era scaduto il giorno prima e il terzo posto dei bianco verdi unito alla richiesta di riduzione dell’ingaggio portarono ad un inevitabile divorzio. La chiamata dell’Aek Atene di Nikolaidis, nonostante tutto rappresentava una buona opportunità per il melanconico tecnico lusitano, tanto più che si sarebbe trattato di un ritorno in un ambiente che due anni prima lo aveva osannato per la conquista del suo ultimo trofeo, la Coppa Nazionale ’01.

“Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.” (J. Saramago)

Una carriera interamente dipanata su un unico binario la sua, in un perenne moto rettilineo fatto di andate e ritorni senza mai discostarsi da quel segmento ideale che unisce l’antico impero coloniale alla culla della civiltà, patria di Socrate, Platone e compagnia. Portogallo. Grecia. Di nuovo Portogallo. Ancora una volta, Grecia. E così ad libitum, senza apparente soluzione di continuità. Come un giro blues, rigorosamente in tonalità minore, malinconico e quasi sommesso, che al termine delle fatidiche dodici battute non può far altro che ricominciare. Da capo.

Almeno fino all’apoteosi definitiva di Saint Denis. La meta ultima di un viaggio più che ventennale, un assolo finale scarno e impressionante allo stesso tempo che consegna al mondo del calcio un nuovo protagonista, rimasto per troppo tempo nell’ombra.

Fernando-Santos[1]

Ad onor del vero, i greci non avevano mai fatto mistero di una certa ammirazione nei confronti di Fernando, eletto per ben quattro volte (2002, 2005, 2009, 2010) allenatore dell’anno – nonostante una reputazione non corroborata a pieno dalle vittorie – tanto da affidargli la panchina della Nazionale per Euro 2012 e Mondiali brasiliani. Successore designato di Otto Rehhagel, uno che da quelle parti definire leggenda potrebbe apparire riduttivo.

A volte evidentemente i successi non rappresentano una discriminante sufficiente a valutare l’operato di un allenatore, e Fernando Santos si dimostra capace di creare particolari alchimie con tutti i tifosi con cui entra in contatto, seppur la bacheca non sia una di quelle invidiabili.

Dopo gli esordi nell’Estoril Praia e un quadriennio alla guida dell’Estrella Amadora, la prima chiamata prestigiosa è quella del Porto, al quale regala il quinto titolo consecutivo nel ’99 che gli vale il nomignolo di Fernando do penta. Per inciso, sarà l’unico titolo della sua carriera.

Dopo la prima parentesi greca (Aek e Panathinaikos, per qualche mese) la chiamata dello Sporting e tre anni dopo, quella del Benfica, la squadra nella quale è cresciuto da calciatore, difensore centrale, e per la quale non ha mai nascosto la propria simpatia e appartenenza. Fernando da Lisbona diventa il primo tecnico a sedersi sulla panchina delle Big Three portoghesi.

Non ci sono trascorsi che tengano, la figura di Fernando Santos è catalizzatrice di consensi, ovunque vada. Basti pensare che al matrimonio della figlia riesce ad invitare Pinto da Costa e Luis Filipe Vieira, i presidenti di Porto e Benfica, che all’epoca neanche si parlavano.

Calma, rigore, competenza e una buona dose di carismatica saggezza sono il retroterra che il Nostro si porta dietro, evangelizzando con il suo credo le piazze più importanti delle due nazioni che da sempre gli fanno da sfondo. E poco sembra importare che Santos sia un collezionatore seriale di piazzamenti. Saprà comunque prendersi la sua rivincita nella maniera più memorabile.102132976-Santos-large_trans++qVzuuqpFlyLIwiB6NTmJwdpv_FU1SXoHnfqe_KmdY0E[1]

Intermezzo

L’ultimo Europeo ha lasciato in dote una sensazione diffusa di livellamento difficilmente riscontrabile nelle precedenti edizioni. E se sul piano tecnico e del gioco si è forse assistito ad un passo indietro di qualche decennio, come una sorta di riflusso dopo l’interregno dell’innovazione guardioliana/spagnola, sul piano tattico c’è stato un deciso balzo in avanti.

Nessuna squadra materasso, nonostante l’allargamento a 24 squadre potesse suggerire il contrario, un’accortezza tattica generale e le sorprese Islanda e Galles come massimi esponenti di quella capacità di sopperire alla scarsità di talento con l’organizzazione e con tutta quella serie di fattori che spesso con un eccesso di retorica vengono ricondotti a spirito di sacrificio, collettivo e caparbietà.

Un Europeo cinico in cui le tradizioni calcistiche sono state derogate e misconosciute in nome di una visione se vogliamo più machiavellica e realista, con il risultato a rappresentare il fine ultimo, con buona pace dell’estetica. Un’omogenizzazione solo apparentemente verso il basso, tanto più che a pagare dazio sono state principalmente le squadre magari più attrezzate ma prive di un’identità definita – Inghilterra, Belgio e, per ultima, la Francia.

Fino agli anni Novanta, al contrario, le Nazionali potevano essere facilmente ricondotte sotto facili stereotipi in grado di esaurire le peculiarità delle varie culture calcistiche.

I tedeschi, solidi e terribilmente efficienti come un’industria siderurgica della Ruhr, specializzata nella produzione di palle d’acciaio per i propri panzer; i francesi, fantasiosi e sciovinisti a tal punto da risultare vincenti solo tra le mura amiche; gli inglesi, brutti sporchi e cattivi, fenomenali quantomeno fuori dal campo; gli italiani, maestri della fase difensiva e dell’arte di arrangiarsi unita al talento di numeri dieci sopra la media; gli scandinavi, alti, biondi e poco più; gli slavi, insuperabili per talento e discontinuità; i brasiliani, semplicemente nati per giocare a calcio.

Un panorama ben definito, standardizzato, in cui ciascuno ha sempre rappresentato una parte prevedibile del copione e nel quale i rapporti di forza risultavano difficilmente intaccabili. Prima che i terzini fossero spostati a metà campo, i nove diventassero falsi, la Germania vincesse un Mondiale giocando come la Spagna, il 10 dell’Italia fosse cresciuto a Copacabana e i brasiliani fossero costretti a rivalutare il Maracanazo come una sconfitta tutto sommato accettabile, la situazione era più o meno questa.

In tutto ciò, il Portogallo sfornava palleggiatori sublimi e narcisisti e centravanti impresentabili.
Mentre la Grecia… la Grecia chi?

Grecia arcaica

Rare testimonianze di Grecia arcaica

La lezione di Otto

Lo slancio propulsivo greco dopo l’assurda vittoria di Lisbona sembrava essersi esaurito già nel quinquennio successivo, con gli ellenici di Rehhagel incapaci di qualificarsi ai Mondiali tedeschi e autori di un Europeo 2008 e un Mondiale 2010 anonimi. Il ciclo glorioso del pragmatico tecnico tedesco era palesemente giunto al capolinea.

Le tre annate sulla panchina del Paok convinsero la Federezione greca a puntare tutte le fiches su quel tecnico straniero ma ormai a tutti gli effetti adottato, dallo sguardo triste, che risponde al nome di Fernando Santos, bravo nel continuare sapientemente il lavoro di Otto, affidandosi alla preparazione tattica e ad un approccio realista, cinico ed efficace, non potendo contare su eccellenze tecniche di primo piano.

Quando il grande Johan Cruijff sosteneva come la cosa più difficile fosse “giocare un calcio semplice” viene difficile pensare potesse riferirsi alla filosofia spicciola dei due selezionatori greci. Ma la semplicità di Santos sarà un fattore determinante nel rivitalizzare prima gli ellenici e poi i portoghesi, abortendo sì qualsiasi velleità estetica, ma guidandoli al contempo verso traguardi difficilmente ipotizzabili. Basterebbe un dato per capire l’importanza del tecnico lusitano: sei anni da Ct, tre sole sconfitte (contro Rep. Ceca, Germania e Bosnia, più una ai rigori, tutte nel quadriennio in Grecia).

Il cammino nel girone di qualificazione sarà trionfale per l’esordiente Ct: zero sconfitte e primo posto davanti alla Croazia di Bilic. In Ucraina il lampo di capitan Karagounis nello spareggio con la Russia, ultima gara di un girone dove l’1-1 con la Polonia e la sconfitta con la Repubblica Ceca avevano complicato non poco le cose, va a rappresentare un ideologico continuum con il decennio precedente.  Un classico 1-0 in pieno stile ellenico, che fa riassaporare ai greci gioie che parevano perdute e regala i quarti con la Germania. Non una sfida come le altre, in quel momento.

Ad Atene si sta giocando una partita ben più importante per il Paese, messo in ginocchio dalla crisi e sull’orlo del baratro. La fermezza di Angela Merkel e il rigore imposto dall’Ue finiscono per riempire il match di significati che vanno al di là del semplice risultato sportivo.

“Per questa vittoria ci ha ispirato la storia della Grecia. La scienza e la democrazia sono nate qui e per questo nessuno può darci lezioni”. (F. Santos, dopo la partita con la Russia)

La squadra di Santos diventa il catalizzatore di un popolo che sta decidendo del proprio futuro con gli occhi del mondo puntati addosso, ma che sogna quanto meno una rivalsa simbolica sul prato di Danzica.

Da una parte Antonis Samaras e la sua Nuova Democrazia, il partito liberalconservatore che si aggiudicherà le elezioni sostenuto dai poteri forti europei; dall’altra Giorgios, sempre Samaras, speranza ultima di un popolo che non vuole abbassare la testa. L’avventura però si concluderà lì, con i tedeschi che si dimostrano impietosi dopo il pareggio momentaneo firmato proprio dall’ex centravanti del Celtic: finisce 4-2. Neanche l’aura mistica di Santos ha potuto alcunché davanti allo strapotere teutonico. Fuor di metafora, ma anche no.

L’avventura del portoghese continua e ai Mondiali brasiliani la Grecia riesce nella storica impresa di passare il primo turno per la prima volta: Santos è riuscito lì dove anche il leggendario predecessore aveva fallito.

Agli ottavi l’ostacolo è il Costarica. I greci sognano di entrare tra le prime otto e ancora una volta danno prova di una volontà di ferro, riacciuffando il pareggio con un tap-in di Sokratis nei minuti di recupero. I centroamericani avranno però la meglio ai rigori. Appena prima del fischio finale Santos si fa cacciare, contravvenendo a quell’immagine di uomo mite e freddo che aveva contribuito a costruirsi. Otto giornate di squalifica, poi ridotte a quattro. L’addio definitivo alla sua seconda patria avviene così, senza neanche i titoli di coda.

Nel frattempo il Portogallo di Bento aveva salutato il Brasile con largo anticipo e si apprestava a regalare ai propri tifosi l‘imbarazzante sconfitta interna con l’Albania di De Biasi (parzialmente rivalutabile dopo l’exploit delle Aquile). Santos è l’uomo giusto per risollevare una Nazionale sull’orlo di una crisi di nervi, ed effettivamente mai scelta poteva risultare più azzeccata, analizzandola adesso.

L’ennesimo ritorno. L’ennesima tratta Atene-Lisbona, stavolta, almeno per il momento, solo andata. Fernando Santos è di nuovo a casa pronto a far rialzare la testa a Ronaldo e soci, traghettati in Francia con un cammino netto, frutto di sette vittorie consecutive. Tutte con il minimo scarto, perché certe sane abitudini sono dure a morire.

"Poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano"

“Poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”

Santos ha assimilato la lezione di Otto, esportandola ad un livello successivo, reso possibile dalla qualità degli elementi a sua disposizione. Organizzazione. Cinismo. Compattezza. Parole di un vocabolario quasi sconosciuto da quelle parti, dove a farla da padrone sono da sempre stati termini come estetica, possesso, bellezza. E inconcludenza, ça va sans dire.

Santos ha cestinato decenni di tradizione calcistica, facendo prima storcere il naso ai puristi per poi farli inesorabilmente ricredere. Il girone con Islanda, Austria e Ungheria con quei tre miseri punti portati in dote, appena sufficienti per passare il turno come peggiore tra le migliori terze, aveva mostrato il solito Portogallo, a tratti bello ma pur sempre incapace di indirizzare le partite su binari favorevoli.

“Ovviamente volevo vincere, ma non potevamo rischiare di perdere. Terzi o primi del girone vale poco, e per dirla con una battuta: “meglio un uccello in mano che due che volano e rischiare di non prenderne uno.”

Dagli ottavi lo spartito è cambiato radicalmente: Santos ha definitivamente grecizzato il Portogallo lasciando l’iniziativa ad avversari sulla carta più tecnici ed attrezzati (vedi soprattutto Croazia e Francia), preoccupandosi di intasare gli spazi e le linee di passaggio, rendendo del tutto sterili le offensive altrui. E provando a colpire alla prima occasione utile.

È andata sempre bene, perché ogni tanto dove l’organizzazione non basta arriva in soccorso la fortuna. O la Divina Provvidenza, nel caso di un devoto come Fernando: agli ottavi ha avuto il volto del trivela Quaresma, ai quarti quello di Kuba Błaszczykowski.

Santos ha creato un’amalgama perfetta tra senatori – CR7, Pepe, Nani, Carvalho – e giovani di grande avvenire, già vicecampioni Under 21 – Renato Sanches, Guerreiro e João Mario -, chiedendo ed ottenendo il sacrificio di tutti, soprattutto delle stelle più luminose. E non deve essere stato facile convincerli di come si possa vincere anche non tenendo mai il pallone.

Per gli amanti delle statistiche è sì doveroso ricordare come l’unica vittoria nei novanta minuti sia arrivata contro l’appagato Galles, ma è anche vero come la squadra di Santos abbia definitivamente cancellato la parola sconfitta dal proprio vocabolario.

“Spero che vadano avanti a dire che il nostro calcio non è granché. Noi fin qui abbiamo vinto e lo abbiamo meritato, spero di andare a casa molto contento e continuare a sentire questi commenti.”

In finale contro i padroni di casa, il contrappasso si è compiuto nella propria interezza: i favoriti questa volta erano gli altri, non come dodici anni prima. Il Portogallo si è definitivamente calato nella parte che fu di Charisteas e compagni, esorcizzando finalmente quel ricordo che chissà per quante notti li dovrebbe aver tormentati, chiudendo finalmente il cerchio con il passato. Ma non si dica che sia stato l’Europeo di Cristiano Ronaldo. È stato senza dubbio alcuno l’Europeo di Fernando Santos e del suo Portogallo orribile, sporco e soporifero. E finalmente vincente.

L’uscita di scena del fuoriclasse del Real Madrid, anziché stordire le certezze dei lusitani, come era preventivabile, ha al contrario reso il piano gara ancora più semplice e lineare. Il gol di Éder, poi, ha fatto il resto. La miglior definizione della propria filosofia l’ha data lui stesso al termine della finale, non senza un solenne tono da parabola biblica ad ammantare il tutto di epicità:

“Siamo stati semplici come colombe, furbi come serpenti”

C’è anche chi giura di aver visto un sorriso disegnarsi sul suo volto al triplice fischio di Clattenburg. Ma forse è solo una leggenda. Quella che è diventato Fernando Manuel Fernandes da Costa Santos in quello stesso istante.

Dio, Patria e Famiglia

“Il calcio non conta niente se comparato ai veri valori della vita, come la paternità o l’amicizia. Nulla, zero.”

Un allenatore per caso Fernando, più per contingenze che per vocazione. Quando era ancora un difensore di belle speranze si laurea in Ingegneria Elettronica all’Università di Lisbona.

Uomo di scienza e di fede, due elementi apparentemente inconciliabili, ma evidentemente necessari per costruire un percorso netto come è stato il suo, lineare e definito.

La grande consapevolezza che le cose debbano avere un ordine e che ogni piccola sbavatura possa far crollare l’intero sistema non poteva che venire esportata anche nella filosofia calcistica che da sempre lo accompagna. Organizzazione e coesione, la squadra come un circuito chiuso che per funzionare ha bisogno della piena efficienza di tutte le sue componenti.

Negli anni Ottanta ha lavorato anche come responsabile del “controllo di processo” nella catena di alberghi Palacio, cinque stelle extra-lusso, scegliendosi le squadre in base alle sedi di lavoro, Fuchal (e quindi Maritimo) prima ed Estoril poi. Proprio ad Estoril il presidente gli chiese di occuparsi ad interim della squadra, essendo l’unico laureato. Santos abbozzò con un: “Va bene. Ma solo per sei mesi, poi torno ad occuparmi dell’Hotel”Potete immaginare come è andata a finire.

“Non mi sono mai alzato una mattina pensando: ok, da oggi faccio l’allenatore. E posso affermare che tutta la mia carriera è stata un’unica, grande coincidenza.”

Fernando Santos

C’è poi la questione della fede, che lo accompagna indefessamente dal ’94. Al termine di ogni partita il suo primo pensiero va sempre a Dio e alla sua famiglia. Anche la notte magica di Saint Denis non ha fatto eccezione.

“Sono molto contento, prima di tutto voglio dire due cose. Ringrazio Dio, poi la mia famiglia… mia madre, mio padre, dovunque egli sia. E ringrazio anche la Grecia.”

Una fede riscoperta nel periodo più difficile della carriera; dopo l’esonero dall’Estoril “Sono andato a mettere ordine nella mia testa e quello che ho capito è che Cristo è vivo in ciascuno di noi, che dovevo alimentare la mia fede e che potevo farlo con l’Eucarestia”.

Una svolta spirituale, per chi da ragazzino credeva “nell’esistenza di Dio e poco più”, arrivata, seppur indirettamente, attraverso la famiglia, con Fernando che decide di accompagnare in prima persona il cammino della figlia Clara verso la Cresima, riavvicinandosi alla Chiesa in maniera definitiva e da quel momento incondizionata.

L’uomo Fernando Santos è questo, semplice come quel suo gioco che lo ha fatto scoprire, seppur tardivamente, al mondo e che in fin dei conti non è che un’amalgama perfetta tra conoscenze analitiche e fiducia in un disegno provvidenziale.

Portugal-as-simple-as-doves-and-as-wise-as-serpents-Fernando-Santos[1]

Uomo imperturbabile, cocciuto e dall’aria malinconica come quella parte di Oceano che si infrange costantemente sulla scogliera di Cabo de Roca, confine occidentale dell’Europa. La fine del mondo, la chiamavano un tempo. Per Fernando Santos è stato l’inizio. Da quella terra è partito, più volte, prima di farvi ritorno. Proprio come un protagonista omerico: da eroe. O da Santo. O meglio, da Santos. Subito.