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Quando parliamo di totaalvoetbal la mente rimanda alle gesta iconiche dell’Ajax di Rinus Michels, un guru in grado di dare una risonanza internazionale alle idee di Vick Buckingham o di altri carneadi dimenticati dalla centenaria storia del calcio.

La scuola olandese è stata per un paio di decadi la fucina di idee più prolifera d’Europa. Merito soprattutto dell’aria che si respira ad Amsterdam e dintorni, dove il sentimento indipendentista e l’instancabile processo creativo che ha spinto gli uomini olandesi a sottrarre un lembo di terra al mare, sfocia in un calcio dogmatico e allo stesso tempo estemporaneo capace di vedere 20 anni avanti.

Da quando Guardiola si è seduto sulla panchina del Barcellona è tornato di moda quello che ad oggi viene chiamato calcio posizionale, nel quale i giocatori devono essere capaci di spostare il pallone in base alla spazio libero affinché qualcuno possa attaccare quello spazio. Per ragioni prettamente economiche il fulcro della scuola olandese si è spostato proprio sulle ramblas catalane, dove il senso di alienazione e la supponenza di fare sempre le cose meglio degli altri sono alla stregua dell’Olanda.

Prima vennero trapiantati gli esponenti più significativi e poi venne creato in casa il prototipo del calciatore/allenatore (che oggi assume i connotati di Pep Guardiola) in grado di portare al livello successivo i concetti del calcio totale. Cruijff e lo stesso Michels aprirono la strada, percorsa in seguito dai vari Van Gaal, Rijkaard, Koeman e pure da Frank De Boer. Proprio il neo allenatore dell’Inter vestì blaugrana dal ’99 al 2003, espressamente richiesto da Louis Van Gaal suo allenatore anche all’Ajax.

Frank era un più che discreto centrale di difesa, non particolarmente roccioso ma con proprietà di palleggio insostituibili per l’architettura tattica del santone olandese. Nell’Ajax degli anni ’90 (l’ultima versione vincente in Europa) era il giocatore che teneva la linea alta e insieme a Danny Blind iniziava l’azione. Con il Barça non ando’ bene perché i ritmi della Liga erano decisamente più intensi rispetto a quelli dell’Eredivisie, con il Valencia di Hector Cúper – che eliminò il Barcellona in semifinale di Champions – vero archetipo di questa filosofia.

Uno dei momenti clou della carriera di De Boer, la sventagliata millimetrica per il capolavoro di Bergkamp a Francia ’98

Con l’allontanamento di Van Gaal si chiude anche l’avventura di De Boer, che dopo aver cercato alterne fortune in Turchia, Scozia e Qatar decide di appendere gli scarpini al chiodo ed iniziare la carriera da allenatore. Come ogni allievo che segue le orme del maestro l’influenza di quest’ultimo porta De Boer a sviluppare il suo calcio come un cocktail di idee nel quale i dettami di Van Gaal compongono i 2/3 del drink.

La soluzione è completata da rimasugli di calcio totale alla Johann Cruijff, ovvero un sistema nel quale il rigore tattico funge esclusivamente da sovrastruttura; una volta iniziata l’azione spetta al singolo far succedere le cose. Se però il profeta del gol demonizzava lo scarico immediato verso gli esterni e pretendeva dai suoi centrocampisti una giocata ragionata, Frank tende a favorire gli isolamenti e spesso utilizza il suo centrocampo come tramite e non come fonte di gioco. Questo anche perché il primo incarico del De Boer allenatore (insieme a quello di head coach delle giovanili dell’Ajax) è quello di assistant di Bert Van Marwijk durante il mondiale sudafricano. Come il collega e allenatore del PSV Phillip Cocu.

Van Marwijk e la nuova leva olandese: Cocu e De Boer

Van Marwijk e la nuova leva olandese: Cocu e De Boer

In quell’occasione il tecnico olandese utilizzava un doble pivote (De Jong-Van Bommel) deputato al recupero e alla giocata immediata verso un compagno più talentuoso o comunque più associativo. Nonostante una serie di centrocampisti molto più tecnici a disposizione di De Boer durante la sua permanenza all’Ajax, questo principio di gestione incentrata verso le corsie laterali, o comunque verso il giocatore più abile nel puntare l’uomo, è rimasto nelle idee calcistiche del nativo di Hoorn.

Diventa allenatore dei lancieri il 6 dicembre 2010 dopo l’esonero di Martin Jol e non si capisce bene se si tratti di un traghettatore o della scelta definitiva per la panchina aiacide. La prima partita è a San Siro, avversario il Milan, risultato 0-2. L’incarico è definitivo, senza ombra di dubbio. Non ci vuole molto per capire che tipo di filosofia (una parola tanto cara al nostro), calcistica e non, intenda applicare il nuovo allenatore che di Ajax se ne intende eccome.

Assomiglia ad un’esibizione canora di Renata Tebaldi, voce sublime e modello lirico prima che sulla scena irrompesse una certa Maria Callas. Melodioso, compassato, ripetitivo, anche quando si va su con la voce – in questo caso con il ritmo – non è per dare uno scossone, ma piuttosto per saggiare la tenuta difensiva avversaria, prima di tornare allo spartito iniziale. Gli unici liberi di svariare sul fronte offensivo sono gli esterni, sono loro che devono dare la sferzata quando la monotonia comincia a diventare controproducente.

Esterni e inserimenti negli spazi: la tesina di De Boer

Tutti gli altri sono attori di una recita scritta benissimo ma priva di colpi di scena, un calcio posizionale senza verticalità, una sorta di tesina nella quale il candidato esegue scolasticamente la mappa concettuale senza però fare collegamenti in grado di suscitare la curiosità di chi ascolta.

Se vi sembra la descrizione di una squadra allenata da Louis Van Gaal è normale, come già specificato, perché De Boer deve tantissimo del suo imprinting tattico al vecchio mentore. Quello che a un occhio inesperto di calcio olandese può sembrare uno schema fine a se stesso, “robotico” come hanno scritto in Inghilterra, è in realtà il primo passo per interiorizzare un sistema di gioco altrimenti di difficile attuazione.

De Boer ha avuto tre anni di tempo nelle giovanili dell’Ajax per insegnare ai suoi futuri giocatori le posizioni, i movimenti, la fase di non possesso, le distanze tra i vari reparti. Quando approdò sulla panchina “dei grandi” il suo primo pensiero fu quello di riproporre quanto fatto con gli under, per garantire un continuità tra giovanili e prima squadra. Ecco dove sta la filosofia. Il progetto di De Boer risiede nell’apprendimento e nel perfezionamento di un sistema che permetta a chi arriva 19enne o 20enne di inserirsi senza problemi in un calcio che conosce già.

Che poi è lo stesso ragionamento che nella Masia ripetono come un mantra. Martin Jol gli lascia una squadra quarta in Eredivisie e matematicamente eliminata in Champions League. Frank perderà soltanto altre due partite in campionato, arrivando a giocarsi il titolo nello scontro diretto contro il Twente all’ultima giornata. Il tutto dopo aver perso a gennaio due pezzi pregiati come Suárez ed Emanuelson.

All’Amsterdam Arena trionfano i padroni di casa, vincendo un campionato che mancava dal 2004, quando alle spalle di un certo Ibrahimovic agivano Van der Vaart e Wesley Sneijder. Non una bruttissima squadra. De Boer viene portato in trionfo, in parecchi sognano un nuovo ciclo di successi propiziato da chi era in campo quando l’Ajax spadroneggiava in Olanda e in Europa.

Maestro e discepolo

Maestro e discepolo

Effettivamente in patria nessuno riesce ad interrompere l’egemonia dei lancieri. I biancorossi comandano l’Eredivisie per quattro anni di fila (la striscia più lunga nella storia del club) grazie alla sapiente gestione del tecnico che, nonostante ogni estate debba separarsi da un paio di top player sedotti dalle big europee, riesce a dare continuità al suo progetto immettendo ragazzi cresciuti nel club e pescando giovani in grado di assimilare in breve tempo le proprie idee.

Sotto la guida di De Boer esplodono giocatori come Stekelenburg, Cillessen, Blind, Van der Wiel, Alderwield, Vertonghen, Eriksen, Siem De Jong, Kishna, Fischer, Milik (e sono prossimi all’esplosione Veltman, Bazoer e Younes). Tutti giocatori dotati tecnicamente ma capaci di fare il salto di qualità con un insegnante come De Boer, bravissimo ad esaltare le progressioni di Eriksen o la regia di Daley Blind (figlio del suo vecchio compagno di squadra) o i movimenti senza palla di Milik.

Sicuramente le accuse al suo 4-3-3 buono soltanto dentro i confini nazionali poggiano su basi solide. L’Ajax non è mai andato oltre i gironi di Champions né oltre gli ottavi di Europa League, scontrandosi sempre con realtà magari meno abituate al gioco di posizione ma con sistemi molto più elastici e capaci di imprimere un ritmo partita insostenibile per gli uomini di De Boer. E qui arriva un altro punto di domanda. Il nuovo tecnico dell’Inter è un talebano del 4-3-3? Assolutamente no.

Durante la sua esperienza all’Ajax ha sperimentato anche un più “europeo” 4-2-3-1 e alla sua prima uscita in Serie A ha adottato una difesa a 3. Al massimo può essere considerato un talebano del calcio posizionale e proattivo, ma dopo un anno di anarchia tattica tra Mancini e Mihajlović è bello che nella Scala del calcio si esibiscano due tecnici con una proposta di gioco chiara come De Boer e Montella.

Il vero problema dell’allenatore neroazzurro è quello di non avere ancora un’idea precisa di come affrontare la fase di non possesso. Nell’Ajax il pressing organizzato veniva effettuato molto alto il che permetteva di recuperare il pallone spesso anche prima della linea di metà campo. Tuttavia lo spazio eccessivo tra i reparti faceva sì che – nel momento in cui un uomo sbagliava un intervento – il castello crollava e il resto della squadra era costretta a rincorrere.

Il primo gol di Birsa ne è la riprova: Meggiorini viene incontro ed esegue magistralmente una ruleta ai danni di Miranda uscito alto sulla linea di centrocampo. Tutta la squadra deve rincorrere Birsa e Castro lanciati nello spazio, e ovviamente nessuno prende Cacciatore che arriva dalle retrovie e mette in area il pallone che poi lo sloveno lavora e spedisce in porta. Sicuramente la squadra messa in campo a Verona è soltanto una bozza estiva, figlia del pochissimo tempo nel quale una squadra costruita per un allenatore ha dovuto assimilare (almeno in parte) i concetti di un’altra persona che la vede in maniera totalmente diversa.

Nonostante ciò, l’eredità di Mancini potrebbe fare al caso del nuovo inquilino: De Boer gioca molto con gli esterni e gli isolamenti di Candreva e Perisic potrebbero rivelarsi una manna in quelle circostanze in cui le difese italiane dovessero presentarsi più ostiche di quelle olandesi (ovvero quasi sempre). Allo stesso modo Icardi non possiede nel bagaglio tecnico di continui movimenti senza palla che facevano di Milik un’arma tattica insostituibile all’Ajax, ma al contrario del polacco la percentuale realizzativa del 9 interista è da top player del ruolo e quindi va sfruttata.

A prima vista mancherebbe anche l’Eriksen o il Klaassen della situazione, quel giocatore che nelle idee di De Boer dovrebbe attaccare lo spazio lasciato libero dalla punta. Brozovic o João Mário sono i due profili che probabilmente copriranno questo ruolo, se resterà il croato allora andranno smussati quei lati troppo istintivi del suo calcio che lo portano spesso a tenere il pallone quando invece dovrebbe gravitare nei mezzi spazi. Se invece arriverà il portoghese bisognerà somministrargli un corso accelerato di finalizzazione, dal momento che quel giocatore deve anche vedere la porta. Così come non sembra adatto al ruolo Banega, dal momento che El Tanguito deambula esclusivamente con la palla tra i piedi.

Altro quesito che assilla le menti degli abbonati è la caratura di un tecnico che ha fatto molto bene in un campionato minore ma che in Europa non ha mai convinto. Come se non bastasse le ultime due stagioni si è dovuto arrendere anche in patria. Tuttavia se non è un allenatore da Inter un uomo che reinterpreta il 5 Maggio (anche se era l’8 poco importa) buttando un campionato in casa del De Graafschap, che comunque non è la Lazio, ditemi voi chi può esserlo?

L’8 Maggio 2016 dell’Ajax, l’equivalente del 5 Maggio 2002 interista

De Boer è stata la prima e unica scelta e aver trovato un profilo simile il 9 Agosto è già un bel successo. Le referenze sono ottime, la sua reale tenuta in un campionato impegnativo come il nostro rimane un’incognita ma il telefono di Guido Albers (agente e amico di Frank) ha registrato negli ultimi due anni le chiamate di Arsenal, Liverpool, Everton, Tottenham. Un motivo ci sarà.

Insomma, ci sono ancora molti punti di domanda che aleggiano tra i tifosi del biscione, e lo stesso De Boer potrebbe non avere tutte le risposte. È un tecnico giovane, sta imparando a camminare con le sue idee con il timore di distanziarsi troppo dagli insegnamenti di Van Gaal e ritornare a gattonare.

Il suo approdo all’Everton è saltato soprattutto perché nelle sue idee iniziali c’era un anno sabbatico da dedicare allo studio del suo calcio. Adesso, quest’anno lo dovrà passare nel campionato tatticamente più complesso dove lo studio viene verificato settimanalmente e i datori di lavoro sono soliti perdere la pazienza in breve tempo.

Con De Boer non andrà commesso questo errore, poiché il suo è un calcio propositivo, intelligente, moderno. Ha “solo” bisogno di tempo per diventare il nuovo modello olandese.