Uno strano caso divide una città. Correnti e fazioni agitano Firenze, generando una lenta quanto progressiva spaccatura che acquista consistenza nei media come nell’opinione pubblica: chi è davvero Federico Bernardeschi? Un talento fuori ruolo? O un potenziale buon giocatore rimasto tale? E ancora: in quale posizione dovrebbe giocare Berna per rendere al meglio?

Sembra uno scenario da noir à-la Robert Altman, dove trama e personaggi di varia natura s’intrecciano interagendo secondo opposti punti di vista, e consegnando un quadro finale dai toni sfumati e mai pienamente rivelatori. Cerchiamo di capire qualcosa in più sul numero 10 viola.

Un 10 per difetto

Uno dei passaggi chiave del giallo-Bernardeschi rimane il ruolo in campo. O meglio, quelle caratteristiche tecniche che dettano l’adattabilità – maggiore o minore – ad un determinato ruolo. Uno dei principali e più diffusi errori è credere che il 22enne carrarino sia un numero 10 nell’accezione “classica” del termine, probabilmente dettato da quel numero stampato sulle sue spalle fin dai tempi della Primavera. Perché, se per “dieci” s’intende una mezzapunta pura che galleggia tra le linee nell’ultimo terzo di campo o un playmaker offensivo, Bernardeschi non risponde a queste caratteristiche tecnico-tattiche.

Anzitutto, un playmaker offensivo deve rispondere ad un requisito: essere un calciatore oltremodo associativo. Un creatore di gioco e insieme un dialogatore. Perché nella visione proattiva di Paulo Sousa, declinata in un 3-4-2-1 in fase di possesso, la squadra si appoggia su un quadrato formato dal duo di pivote preferibilmente Badelj-Vecino – e dal duo di mezzepunte a piede invertito che giostrano fra le linee: Borja Valero-Ilicic.

Una soluzione pensata fin dall’arrivo del tecnico portoghese per schermare l’uscita bassa avversaria, pressandola fin da subito, e insieme garantire un’ulteriore linea d’uscita in fase di costruzione, attraendo fuori posizione un centrale difensivo o il centrocampista basso davanti alla difesa, spesso costretto a scegliere di volta in volta quale zona presidiata dalle due mezzepunte proteggere.

Il gol emblema del Sousa-pensiero: Borja va incontro a Vecino sul recupero palla attraendo fuori posizione Albiol, l’uruguayano ha a disposizione un’altra soluzione con l’appoggio ad Ilicic. Nel vuoto formatosi tra Koulibaly e Hysaj si fionda Kalinic, che riceve l’assist calibrato dello sloveno e segna.

Se escludiamo l’uruguayano, centrocampista completo nella doppia fase, gli altri sono giocatori che rispecchiano alla perfezione l’idea di calcio associativo che Sousa propone e ripete come un mantra da oltre un anno: calciatori capaci di trovare linee di passaggio pulite, che abbiano in dote un ottimo controllo orientato sul primo tocco e che riescano a dettare la superiorità numerica tra le linee attraverso il fraseggio. Palleggiatori che inneschino triangolazioni negli spazi, ricavati da una prima punta mobile ed aggressiva come Nikola Kalinic. E Bernardeschi, fin dalla stagione-clou a Crotone, non risponde pienamente a queste specifiche caratteristiche.

A differenza dello spagnolo e dello sloveno, Berna si porta dietro qualità innate nelle transizioni offensive e in generale nella fase di ripartenza ed accelerazione: quando una squadra ribalta il fronte di gioco cercando giocate in velocità oppure con tagli negli spazi di mezzo (quei corridoi di campo non protetti fra centrali ed esterni bassi o mediano). In queste particolari situazioni di gioco, Bernardeschi ha dato il meglio di sé facendo intravedere un bagaglio tecnico potenzialmente devastante come esterno offensivo nel 4-3-3 su cui Massimo Drago aveva impostato gli Squali. E qui entrano in gioco le caratteristiche tecniche del “falso dieci” viola.

Come, dove e quando Berna può far male agli avversari: a Crotone, ripartenza veloce sul lato sinistro, Bernardeschi accompagna l’azione sul lato debole e colpisce coi tempi giusti nello spazio vuoto creatosi tra centrale e terzino in area di rigore. Il repertorio di un’ala moderna.

Un concentrato di esplosività nei primi passi, resistenza aerobica allo sforzo e “gamba” in grado di sorreggerne la corsa sostenuta anche in spazi aperti, insieme ad una conduzione palla decisamente ravvicinata al piede. Insomma, se i princìpi del 3-4-2-1 di Paulo Sousa prevedono un dominio dello spazio e del possesso palla, orientati ad una giocata ragionata che sfrutti l’ampiezza di campo o la capacità di smarcamento e scambio fra centravanti e mezzepunte, lo stesso non si può dire per le caratteristiche-base di Bernardeschi. Da sempre giocatore di transizione, ripartenza e attacco degli spazi vuoti alle spalle della linea difensiva.

Perché, analizzandone la fase attiva, emerge la rappresentazione plastica di un calciatore con alcuni limiti: l’uso esclusivo e quasi forzato del piede sinistro, una malcelata difficoltà nel dribbling in spazi ridotti così come nel lancio lungo a cercare l’ampiezza verso l’esterno opposto. Di contro, Berna porta con sé un’invidiabile capacità di adattamento ai ruoli e all’interpretazione di essi in entrambe le fasi. Un potenziale tuttora in itinere che lascia una bizzarra ma affascinante sensazione di giocatore a metà del guado, che potrebbe essere capace di tutto e il contrario di tutto. Un po’ genio istintivo e un po’ elemento di caos.

Come questo gol in Under 21: probabilmente il più bello della sua carriera. Gol “pensato” che può far parte dei suoi colpi, o irripetibile figlio dell’istinto e del momento? Tuttora non è facile avere una risposta…

In altre parole: se le caratteristiche tecniche e soprattutto fisiche sono ben definite fin dagli esordi, meno lo è l’evoluzione del prototipo-Bernardeschi. Un processo di maturazione ancora in progress, che non manca di incertezze così come di prestazioni opache, spesso confusionarie, o fin troppo generose. Una serie di spigoli da smussare per consegnare il definitivo bozzetto con la silhouette del grande giocatore, magari in quel ruolo da esterno offensivo che un paio d’anni fa l’ha lanciato come next big-thing dell’Under 21 insieme a Domenico Berardi.

Berna sì, Berna no, Berna forse

Bernardeschi, insomma, al contrario di diffusi ritornelli fiorentini, non sarà mai un 10 nel senso classico o un “fantasista”, ma, in un calcio egemonizzato da esterni offensivi a piede invertito e ricerca dello spazio, si prefigura come un perfetto modello di neo esterno offensivo/ala che vive di strappi ed accelerazioni ad aprire le difese avversarie. Regalando grande dinamismo e verticalità alla propria squadra. Un ibrido contemporaneo: mutazione e insieme upgrade del canonico trequartista, privo del tocco aristocratico e della visione periferica tipiche del dieci old fashioned.

Proprio come le sue doti: ottimo ma non eccelso nel controllo orientato, mai realmente padrone del dribbling stretto come del passaggio filtrante per smarcare la punta, non particolarmente dotato nel tiro da fuori; eppure, stranamente completo nel suo repertorio che vive di piccole eclissi e improvvisi squarci d’intensità palla al piede e nell’attacco allo spazio, specialmente sul lato debole. Un’ideale pedina del calcio odierno: impostato su velocità, dinamismo e versatilità nel recitare più ruoli e più fasi all’interno dei 90 minuti.

Berna in versione esterno nel 4-2-3-1 visto contro il Barcellona. La posizione di ala lo porta a giocate più naturali e ad un avvicinamento frontale all’area avversaria già in fase di posizionamento, sfruttando la sua dote di lettura e attacco dello spazio alle spalle dei difensori, qui favorita da una linea del Barça piuttosto alta. Questa è la posizione più indicata nel sistema di Sousa, che non prevede un 4-3-3.

Una cosa, però, si può azzardare: Bernardeschi si è migliorato globalmente, completandosi in tutte le fasi. In questa maturazione la filosofia di Sousa ha pesato in maniera decisiva reinventandolo in un ruolo delicato e rischioso come l’esterno a tutto campo in una linea a 4. Perché se il 10 viola ha dimostrato qualcosa in Serie A, lo deve proprio a quel modulo che oggi è così discusso. Prevedibile, codificato dagli avversari, ormai sterile? Forse. Almeno nella carica d’intensità necessaria per portare il gegenpressing richiesto per scardinare le difese, che resta propellente base del Sousa-pensiero, e che ormai appare svanito in favore di una pressione dal baricentro medio più basso.

Come prevedibile, però, è diventato il gioco del carrarino: costantemente portato per istinto più che per razionalità a controllare il pallone soltanto col piede sinistro, rientrando verso il centro del campo e limitando così un raggio d’azione che prevederebbe anche la corsa nello spazio, per chiudere l’azione con dribbling o cross dal fondo. Così come le sue scelte – a volte cervellotiche – intraprese nell’uno-contro-uno, dove le qualità che lo rendono un prospetto di assoluto valore sono sacrificate da una scarsa lucidità di pensiero in rapporto alla giocata, forzata o fuori tempo massimo. Questi rimangono i suoi limiti più evidenti.

Un indizio dei suoi punti deboli e forti insieme: si fa trovare perfettamente sul cambio campo di Borja, avrebbe spazio per andare al cross dal fondo col destro, ma non si fida e cerca l’azione accentrandosi col mancino. Così, ignora lo scarico pulito per Rossi al limite e poi quelli su Badelj o Borja, perdendo interi tempi di gioco, nonostante riesca ad evitare un paio di interventi, e facendo finire l’azione in un nulla di fatto. Situazione ripetutasi spesso negli ultimi mesi.

Altro tassello del variegato puzzle-Berna è rappresentato dalla dimensione psicologica e dall’attitudine sportiva. Federico, già dai tempi della Primavera viola, si è imposto come professionista tout-court: concentrato sul lavoro in campo e attento a non deviare dal percorso di formazione fuori dal terreno di gioco. In questo senso, una scelta fatta agli albori della carriera colpisce più di altre. Quando gli Allievi della Fiorentina finirono nell’abbraccio del reality di MTVCalciatori: giovani speranze – Bernardeschi scelse di non firmare la liberatoria per il programma, motivandola con un pensiero tanto razionale quanto maturo:

“Finirebbe per distrarmi: devo pensare solo a giocare.”

Non pare l’atteggiamento tipico del calciatore che si sta giocando celebrità e fama attraverso una possibile scorciatoia, bensì quello del giovane professionista che ha già tratteggiato a grandi linee un percorso fatto di applicazione, sacrificio ed inevitabile gavetta. Ma proprio adesso, dopo l’opaco 0-0 in Europa League contro il Paok, il talento viola è finito sotto i riflettori per una strana polemica a firma Sousa. L’allenatore, nelle dichiarazioni post-partita, si è lasciato sfuggire un commento anomalo e sferzante sul suo numero 10: “Quest’anno lo vedo un po’ confuso: deve schiarirsi le idee, dentro e fuori dal campo”.

(credits: gazzettaworld.com)

(credits: gazzettaworld.com)

Quel “fuori dal campo” può sottintendere di tutto ed è materiale che stride accanto al giovane Berna, che, finora, ha sempre seguito i dettami di un immacolato bildungsroman professionale. Un romanzo di formazione che, però, non è arrivato all’epilogo e anzi, muta improvvisamente in noir dai toni cupi, con dubbi e gossip che si stanno addensando sopra le spalle del 10 viola. Che nell’ultimo periodo sembra finito stabilmente in ballottaggio con uno spaesato Cristian Tello, dimezzando così le presenze da titolare proprio in quel ruolo che l’ha portato alla convocazione per l’Europeo.

Dopo gravi infortuni, annate in ascesa e attese non del tutto rispettate, a 22 anni si può definire come il passaggio decisivo nella carriera di un predestinato. In definitiva, siamo davanti ad un talento ancora da scoprire nella sua interezza: dalle potenzialità non completamente espresse alla definizione del ruolo fino ad arrivare all’affinamento di alcune situazioni di gioco.

Un percorso che potrebbe affrancarlo dall’abusata e generica etichetta di “promessa”, elevandolo al ruolo di erede moderno di quel numero così ingombrante in maglia viola. Magari in un nuovo modulo – il 4-2-3-1 – che il tecnico portoghese pare orientato a lanciare. Da questo punto di vista la strada per il giovane Berna, però, appare ancora lunga.