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“La dote principale di un capitano è quella di dare l’esempio. Le parole sono importanti, ma è l’esempio quello che trascina il gruppo, giorno dopo giorno, verso qualcosa di grande”. (F. Magnanelli, 2013)

Fino ad un paio di anni fa i cittadini di Umbertide – tipico paese umbro da 16.000 anime ed altrettanti sanpietrini nel selciato del caratteristico centro storico – potevano fregiarsi di far parte di un luogo che nel XV secolo aveva adottato per un periodo Pico della Mirandola, che vi aveva scritto il “Manifesto dell’Umanesimo”.

E se fino a l’altro ieri gli argomenti di conversazione andavano poco oltre il come restaurare il castello che aveva ospitato il genio modenese, oggi si discute orgogliosamente delle gesta di un altro concittadino. E non parliamo del “principe del Piemonte” Emanuele Filiberto di Savoia, pure lui nato da queste parti, bensì di Francesco Magnanelli; curiosamente adottato dalla cittadinanza un paio di anni fa dopo la sua silenziosa ascesa alle cronache nazionali.32 anni compiuti nel novembre 2016, Magnanelli è attualmente il faro della squadra più sorprendente d’Italia. Ed è l’unico giocatore che non viene mai avvicendato da coach Di Francesco; neanche durante il massiccio turn-over europeo che non risparmia nessuno. È lui uno dei principali artefici del calcio propositivo, aggressivo ed equilibrato del Sassuolo, a prescindere dagli interpreti che si trovano in campo. Perché Biondini, Missiroli e Duncan sono buoni calciatori, ma probabilmente non renderebbero allo stesso livello se al loro fianco non ci fosse Magnanelli.

Eppure, la storia del capitano neroverde avrebbe potuto andare in tutt’altra maniera. Dobbiamo interrogarci sul perché abbiamo cominciato solo nel 2013 ad ammirare le giocate di questo straordinario regista basso, più simile a Pirlo di quanto si possa credere ad un primo sguardo e mai realmente considerato da squadre che non vestissero il black&green.

Già, perché Magnanelli la prima partita in Serie A l’ha giocata soltanto a 29 anni, nonostante abbia fatto parte nel 2002/03 della rosa del Chievo di Marazzina, Perrotta e Delneri. Oltre che – e qui la parziale spiegazione delle zero presenze oltre alla giovane età – di Eugenio Corini.Possibile che il suo talento sia sfuggito agli occhi di tutti gli addetti ai lavori? Evidentemente sì, se anche la Fiorentina – in Serie B – non lo ha fatto esordire come professionista. Una parziale spiegazione ce la fornisce lo stesso Magnanelli quando afferma:

Ho sempre messo la squadra prima di tutto. Se non giocavo o lo facevo in una posizione non mia, non ho mai parlato con l’allenatore per essere più impiegato o spostato sul campo: davo per scontato che se non giocavo, c’era sicuramente un valido motivo. Quando giochi male, principalmente è colpa tua”.

Inoltre, Magnanelli è personaggio mediaticamente refrattario e ha un modo di giocare che è poco o nulla appariscente. Sbaglia pochissimi passaggi, che spesso sono corti o in zone di campo (apparentemente) poco calde. Le sue precise verticalizzazioni raramente sono assistmentre il gioco del Sassuolo solo sporadicamente prevede il “lancio millimetrico di 40 metri” che pure sarebbe nel suo bagaglio tecnico. Solitamente i suoi passaggi sono indirizzati all’esterno di turno che viene incontro per lo scarico o al centrocampista che s’inserisce oltre le linee del centrocampo, e quasi mai sono conclusivi dell’azione.

È lui che nel 90% dei casi permette al Sassuolo di superare la prima linea del pressing, ma non è lui a lanciare in porta Defrel, Politano o Berardi, o a concludere l’azione con un tiro. Interessante è come interpreta il ruolo di regista basso: raramente tocca la palla più di due volte prima di liberarsene, nonostante da lui passi gran parte del volume di gioco del miracolo-Sassuolo. Come sa bene Eusebio Di Francesco, che – come detto – se ne è privato solo una manciata di volte, nonostante una concorrenza sempre presente.

Senso della posizione, lucidità in una situazione di pressione e scelta di gioco corretta.

Al contrario, Magnanelli fuori dal campo è una presenza spettrale: schivo e oltremodo riservato. Non sfascia le Ferrari, non va a Speciale Calciomercato con Di Marzio e non frequenta veline ma liberi professionisti (la moglie è ingegnere civile, così come i suoi amici più stretti). Anche i tifosi del Sassuolo sanno poco di lui: uscendo raramente la sera e non puntando i piedi per richieste di rinnovo al rialzo, non ha mai regalato motivi di interesse per qualcosa che non fossero le giocate sul campo.

La svolta della sua carriera arriva nel 2005: Magnanelli ha 21 anni e fa fatica a giocare in C1 con la Sangiovannese; per sua stessa ammissione, è indeciso se iscriversi all’Università o persistere nel tentativo di fare il calciatore professionista, visto che neppure lo speaker dello stadio sembra in grado di ricordarsi il suo nome (“entra in campo Manganelli”). Il Sassuolo è dal 2002 nelle mani del patron Giorgio Squinzi, presidente della Materiali ausiliari per l’edilizia e l’industria (nota come MAPEI), fondata dal padre Rodolfo nel periodo pre-bellico e che aveva già sponsorizzato la squadra negli anni ’80.

Squinzi è molto abile nell’affidarsi alle persone giuste e pure molto ambizioso: dal 2005 inizia ufficialmente il progetto che nel giro di 10 anni avrebbe dovuto portare la squadra dalla C2 alla massima serie.sassuolo-3803-660x368Appare come un’utopia che la squadra di una città di 40.000 abitanti possa affermarsi nel gotha del calcio italiano. E invece, contro ogni aspettativa, il progetto si concretizza nel 2012/13 dopo sole otto stagioni e nonostante un paio di promozioni sfumate al fotofinish. Gli unici giocatori che vivono interamente l’avventura fin dal principio sono Francesco Magnanelli, Gaetano Masucci e il portiere Pomini. E pensare che la sua acquisizione era stata casuale:

“In realtà mi presero assieme a Luca Baldo, che era il vero obiettivo della dirigenza. Era talmente forte che all’inizio gli facevo da riserva. Poi, cominciammo a giocare insieme. Purtroppo si è perso come molti altri in storie di droga, mentre io ho proseguito”.

La sua esplosione avviene proprio in quell’annata decisiva, quando tutti capiscono che il centrocampo gira meglio se a guidarlo c’è quel ragazzo dal fisico normale, senza manie di protagonismo e che ha una capacità di lettura del gioco come pochissimi altri. Crescendo Magnanelli, cresce pure il Sassuolo: in una sola stagione viene raggiunta la C1, mentre dopo due anni arriva la promozione in Serie B. Infine, dopo cinque anni di purgatorio arriva il traguardo della Serie A.

In questo lungo periodo di ascesa, non esiste un solo mister che sia stato un mentore per Francesco. Anche se le guide tecniche che ha avuto rimangono di assoluto spessore: da Pioli ad Allegri, da Sarri a Mandorlini: è quasi difficile da credere alla qualità degli allenatori che Magnanelli ha incontrato nella lunga èra di Sassuolo, perfino nelle serie minori.maxresdefaultNon che questo fosse sufficiente per emergere: come lui stesso sostiene, infatti, il suo percorso è stato minato di difficoltà, terrore da fallimento e sacrificio. Il successo non è arrivato senza sforzi, ma è figlio di un grande lavoro di miglioramento: della capacità di adattamento a diverse filosofie di gioco, della versatilità e dell’applicazione mentale. Oltre che del talento tecnico di base, che ha relegato in secondo piano quella modesta fisicità che lo aveva frenato nei primi anni di carriera. Magnanelli è un geometra del gioco, con i polmoni del mediano e la lucidità del regista. Un paziente artigiano, che intaglia e smussa gli angoli di una partita per regalare ordine e pulizia dove spesso regnano contrasti, pressing ed iper-cinetismo.

“In realtà sono pigro, ma solamente quando me lo posso permettere. Pigrizia non è svegliarsi alle 10 quando puoi, ma non venire in anticipo all’allenamento, non fare qualcosa in più per te stesso o non rimanere concentrato sull’obiettivo. Di giocatori inallenabili non ne ho mai incontrati, ma di egoisti ed egocentrici parecchi. Dal canto mio non sono stato baciato dalla sorte: ho limiti fisici e ci devo lavorare molto”.

Se il soprannome Puma lo si deve alla corsa un po’ ingobbita simile a quella dell’ex fenomeno romanista Emerson, il vero punto di riferimento è senza dubbio Andrea Pirlo. Mentre l’elemento che spiega meglio il Magnanelli uomo è il suo unico tatuaggio, che tiene ben nascosto: un’araba fenice. Simbolo di rinascita e rigenerazione, rappresenta al meglio una caratteristica fondamentale di Francesco: la resilienza. Che è seconda solo alla voglia di mettersi costantemente in gioco.

“Sono curioso, ho voglia di imparare, è veramente eccitante quello che mi aspetta. Non vedo l’ora di giocare a Milano, a Roma. Spero di salvarmi, di segnare un gol, di conquistare i primi tre punti: tutto quello che ho davanti è un sogno, anche se ne ho paura”. (Magnanelli a un’ora dall’esordio in Serie A)

Tre intuizioni con relativi lanci da vero regista basso.

Troppe volte è stato bocciato. Troppe volte lo hanno definito lento, scarsamente dinamico o reattivo. Troppe volte lo hanno dato per spacciato con il salto di categoria. E tante volte è caduto, rialzandosi e imparando quei concetti necessari per evolvere e sopravvivere tra i più grandi. Rigenerandosi come una fenice, se necessario.

Appassionato di politica – è un fervente sostenitore nell’accordare fiducia all’Islam moderato -, è stato uno dei pochi calciatori che, a seguito dello scandalo calcio-scommesse del 2012, si è schierato apertamente con Simone Farina; nonostante ammetta che “A fine stagione spesso ho giocato meno motivato a livello mentale, ma non regalerei mai un gol o una partita: ne andrebbe della mia dignità”.

Per la definitiva consacrazione della carriera manca soltanto una chiamata in Nazionale. Probabilmente è troppo tardi, considerando l’inizio di un nuovo ciclo in rapporto alla sua età e la concorrenza nel ruolo. Ma se in cinque anni Magnanelli è passato dalla C1 all’Europa League, sognare è lecito. Anche se nessuna big lo ha mai davvero cercato e in azzurro non ha giocato neanche una partita con le selezioni giovanili. Do you believe in miracles?