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Federico Buffa non è persona comune: le telecronache di basket con Flavio Tranquillo e le storie di calcio raccontate su Sky negli ultimi anni, lo hanno elevato a figura di culto per chi si avvicina a questi due sport.

Anche io sono rimasto folgorato dal suo stile quando vidi la prima puntata di Storie Mondiali sull’Uruguay del 1930: l’incredibile capacità di partire dall’evento calcistico per arrivare ad una riflessione più ampia, passando per molteplici ambiti come la letteratura, la musica, l’arte, la storia, mi colpì subito e da quel momento non ho perso nessuno dei suoi lavori sul mondo del calcio, cercando di imparare il più possibile dal suo stile narrativo.

Sono andato a vederlo anche al “San Carlo” per il suo spettacolo teatrale Le Olimpiadi del ’36, tratto dall’omonimo libro scritto a quattro mani con Paolo Frusca: lo spettacolo iniziò alle 23 per poi terminare oltre tre ore dopo in un crescendo di emozioni, storie e musica. Intorno alle 2:30 riuscii a farmi l’agognata foto con l’Avvocato e quasi mi ero dimenticato che il giorno dopo avrei dovuto sostenere la seconda prova della mia maturità scientifica.

I bambini aspettano Federico Buffa.

Così, quando ho saputo che sarebbe venuto a San Giovanni a Teduccio, in provincia di Napoli, per inaugurare il campo da street basket della scuola “Sarria-Monti”, ho fatto di tutto per esserci e per intervistarlo.

Ci sono riuscito lo scorso 22 settembre, realizzando uno dei miei sogni da appassionato e aspirante giornalista calcistico: parlare di calcio a quattr’occhi con Federico Buffa. L’Avvocato è una persona speciale, riesce a rapirti perché è uno straordinario cultore della parola, la sua cultura pare non avere limiti e così siamo arrivati a parlare degli argomenti più disparati. Partendo, ovviamente, dal calcio.

Cos’è, per Federico Buffa, la “nostalgia”?

“Bella domanda, perché io vorrei tanto non essere nostalgico, non lo trovo un sentimento di cui vorrei nutrirmi, però mi accorgo che lo sono. Mi dispiace esserlo, perché è corretto guardare in avanti. Però non si possono dimenticare le persone che ti hanno formato. Spesso nostalgico lo diventi, anche se non vuoi.”

Oggi, 22 settembre, è un giorno particolare per il calcio visto che Ronaldo compie 40 anni: cos’è stato, per Federico Buffa, il Fenomeno?

“È un giocatore per cui ho sofferto perché ero tifoso, sono tifoso, dell’altra squadra di Milano, ma contestualmente l’ho amato tantissimo. Se le condizioni fisiche – ovvero la sua struttura muscolare così pronunciata sulle ginocchia – glielo avessero permesso, e se avesse gestito meglio la sua parte alimentare alla voce carboidrati, si sarebbe potuto sedere tranquillamente al tavolo con gli altri due grandi numeri 10 della Storia. Non ho nessunissimo dubbio su questo, però gli è mancata sia la fortuna che la cultura per potersi sedere insieme a quei due. Perché io credo semplicemente che non ci sia mai stato un calciatore che ha giocato con quella tecnica a quella velocità.”

Federico Buffa ha rivoluzionato lo “storytelling”, facendo del calcio una letteratura, ma come si può evitare di cadere in luoghi comuni quando si racconta?

“Domanda difficile: io credo che dipenda tutto da quale impegno una persona mette in quello che fa, io non ho un giudizio di merito sotto questo aspetto. Chi lo fa, è perché ama quello che sta facendo e perché ha voglia di raccontare qualcosa. Dipende da quanto una persona ci crede e quanta passione ha per le storie che racconta.”

La Preside del "Sarria-Monti" accoglie Federico Buffa.

La Preside del “Sarria-Monti” accoglie Federico Buffa

Nel suo ultimo lavoro ha parlato del calcio a Rosario, che è una delle città del calcio. Crede che il calcio argentino sia l’unico ancora lontano dal business e possa ancora emozionare chi lo guarda?

“Ci sono tante città del calcio, però il rapporto tra gli argentini e il calcio è davvero speciale. E quando vai là te ne accorgi: l’Argentina di adesso è come l’Italia degli anni ’60, un posto dove esiste tuttora una solidarietà popolare e ci si aiuta facilmente. Visto che le squadre sono di quartiere, i tifosi attuali si incontrano negli stessi luoghi dove si vedevano i loro nonni e giocano ancora oggi a metegol, cioè il biliardino. Quel loro modo di stare e vivere tutto assieme è ciò che rende il calcio argentino, o comunque lo sport argentino in generale, diverso da tutti gli altri. E lo trovo particolarmente attraente.”

Visto che siamo a Napoli, non si può non parlare di Diego Maradona…

“È normale parlare di Diego quando si tratta di Napoli: ci sono parti di Buenos Aires che somigliano a Napoli e viceversa, ma è così per tutte le città di mare italiane. Come Genova, città da dove partirono i fondatori del Boca Juniors, che è al 100% italiano. L’Argentina ha la lingua degli spagnoli per motivi di dominazione, ma in fondo è un’Italia dove sono arrivati quegli italiani che non parlavano la stessa lingua ma che hanno messo lì le loro radici. Sono stati i primi landscape designer – come si direbbe oggi -, hanno perfino piantato le piante che vedevano nei propri territori: i piemontesi piantavano il castagno, i calabresi la palma e così via, ricreando così l’Italia. È quasi impossibile trovare un luogo come l’Argentina per l’Italia, e viceversa.”

Parlando del Buffa appassionato di calcio, qual è il ricordo a cui tiene di più?

“Io sono tifoso del Milan, quindi sicuramente il ritorno in macchina da Barcellona dopo la vittoria della Coppa dei Campioni del 1989. Durante la serata ero pazzo di gioia, ma non capivo. Poi, il giorno dopo metabolizzai: sulla lunghissima strada che attraversa la costa francese, ci sono tantissimi caselli autostradali e noi ad ogni casello scendevamo a festeggiare e a raccontare la nostra vittoria ai francesi increduli. Quando rivedo gli amici con cui ero in macchina, non facciamo che parlare di quella finale e di quel viaggio…”

Il ricordo più brutto? Troppo facile dire la notte di Istanbul del 2005?

“Ho sofferto di più in altri momenti: la sassaiola al “Sinigallia” di Como, quando era chiaro che il Milan sarebbe retrocesso in Serie B, è stata molto peggio che perdere una finale di Champions. Perché, come ha detto l’avvocato Prisco, una volta ci sei andato pagando, l’altra gratis. È una battuta perfida, ma che assomiglia molto alla verità. Ricordo benissimo quel pomeriggio difficile. Molto più della Cavese che vinse 2-1 a San Siro.”

Un'istantanea dell'intervento di Federico Buffa.

Un’istantanea dell’intervento di Federico Buffa

Qual è la vera patria del football, se ce n’è una?

“Il calcio è del mondo, poi ci sono i vari modi per interpretarlo. Ma il calcio è di tutti: è l’esperanto del pianeta. Non c’è una patria ‘del’.”

Lei parlò di Victor Húgo Morales e di cosa significasse raccontare in venti o trenta secondi una condizione emozionale fuori dal comune…

“Loro non sono dei telecronisti, sono dei relatores, perché hanno un altro modo di raccontare: Morales – purista integralista – non ha mai fatto una telecronaca in tutta la vita, ma ha sempre commentato per radio. Raccontare in una radiocronaca è molto diverso che descrivere. E lui ha quella cultura personale fuori dal comune e che è simile a quella della nostra letteratura e della nostra storia, anche se non ha origini italiane. Poter passare delle ore con lui, ad ascoltarlo, è stato magnifico, impressionante: ho imparato tantissimo da un uomo sofferente, che non ha vissuto facilmente pur essendo un benestante.”

Da noi è possibile avere una figura di questo livello?

“Mi piacerebbe che questo tipo di figura non appartenesse solo al mondo sudamericano, e che raccontare con quella finezza possa esistere anche da noi. Fino agli anni Sessanta/Settanta questo gusto della ricercatezza della parola si trovava sulle pagine dei giornali, ma è cambiato il mondo e molti dei ragazzi di oggi non capirebbero quel modo troppo enfatico di scrivere perché oggi bisogna dare la notizia subito e senza fronzoli. Il mondo si è asciugato e oggi tutto deve essere immediato. Io però non amo molto la “schiavitù del presente”, quella per cui quello che è successo oggi è storia e quello che è successo domenica scorsa è preistoria. Questo per me non è corretto; però il consumo è questo e quindi non potrebbe essere che così.”

Federico Buffa

Il calcio inglese nasce come movimento di operai che giocavano dopo il lavoro nelle fabbriche e questo c’è ancora nei livelli più bassi della piramide inglese. Ha verificato anche lei questa cosa?

“Questo succede ancora oggi in tutto il mondo anglosassone, perché hanno l’idea che siano dei dilettanti e ci hanno messo molti anni per diventare dei professionisti. In tutto l’ex Commonwealth e i Dominions, lo sport è inteso come un qualcosa che riaggrega le persone, o meglio il mondo maschile. “Sport” da quelle parti è una parola che viene usata sia come sostantivo che come aggettivo. In moltissimi luoghi della Nuova Zelanda tuttora le persone si bevono una birra assieme, giocano a rugby e poi bevono di nuovo insieme. Giusto per farti capire come funzionano le cose nello sport anglosassone.”

Cosa ne pensa Federico Buffa della cosiddetta “Favola Leicester“?

“Non è una favola, è una bella storia. La favola è Cenerentola: le zucche diventano carrozze, le carrozze diventano zucche. Il Leicester fattura quanto il Napoli e l’anno prossimo di più, perché gli inglesi, come fanno gli americani, dividono i proventi dei loro mostruosi contratti tv per il 75% alla stessa maniera per tutti, e solo il restante 25% per meriti sportivi. Così club come il Leicester possono ambire a fare qualcosa di importante e vincere, se le super-squadre sbagliano la stagione. Lo stesso potrebbe succedere all’Atalanta, se avesse lo stesso budget con cui lavorare – circa 100 milioni – e se le big sbagliassero la stagione. Io preferirei un campionato dove tutti avessero le stesse possibilità di competere, ma gli italiani e gli spagnoli la vedono diversamente perciò vincono più o meno sempre le stesse.”

Quale sarà il prossimo lavoro di Federico Buffa?

“Mi piacerebbe dirlo, ma lo deve fare l’azienda per cui lavoro. Posso soltanto svelarvi che entro due settimane partirò per realizzarlo…”.

Ringrazio di cuore Federico Buffa per la disponibilità con cui si è concesso a domande di calcio in una giornata che doveva riguardare soltanto il basket. Lo ringrazio anche perché mi ha insegnato una cosa fondamentale, che dovrebbe essere il manifesto per tutti coloro che cercano di fare storytelling: la ricerca e lo studio della storia calcistica non devono mai interrompersi perché “c’è sempre bisogno di ricordare storie dimenticate”.

Disclaimer: ci scusiamo per la qualità del video integrale, dettata da alcuni problemi tecnici nella messa a fuoco. L’intervista è comunque fedelmente riportata nell’articolo.

  • Tancio90

    Flavio Tranquillo*