“Il nostro sport ha bisogno di attaccanti letali, marcatori, eroi. Ma il calcio è molto più del momento del trionfo. Il calcio è lavoro di squadra, unità, difesa, assist e sacrificio”. (Philipp Lahm)

Anche se per il titolo alla fine ho scelto un gioco di parole che rimandasse al capolavoro di Florian Henckel von Donnersmarck – Le Vite degli Altri -, per descrivere al meglio la carriera di Philipp Lahm forse avrei dovuto citare il film simbolo del cinema tedesco post-muro: Lola Rennt. Perché – come l’ominimo personaggio cult intepretato da Franka Potente – questo fa Philipp Lahm da 15 anni: corre, per mettere una pezza agli errori altrui.

Che si tratti di salvare un fidanzato poco lungimirante minacciato da un boss della mala o di rimediare con una chiusura difensiva ad un errore di posizionamento di un compagno, poco importa: sia Lola che Philipp hanno sempre dovuto correre. Velocemente e col gulliver settato al massimo. Il che può essere un problema, se sei stato soprannominato “Zauberzwerg”, il Nano Magico, per quel fisico non propriamente da quattrocentista e col quale teoricamente non ci sarebbe storia contro avversari più prestanti.

Franka Potente in "Lola Rennt - Lola corre".

Franka Potente in “Lola corre”.

Eppure, Philipp Lahm all’alba dei 33 anni ha vinto un Mondiale, sette campionati, una Champions League e 10 coppe Nazionali, venendo inserito nella Top 11 del torneo in tre diversi campionati del mondo. Come se non bastasse, è vice-campione europeo e da 9 anni consecutivi viene inserito nella Top 20 delle nominations per il Pallone d’oro. Anni dorati in cui non ha praticamente mai saltato una partita, dato che si avvicina alle 700 presenze in carriera.

Ammirato tanto dai compagni quanto dagli avversari, non esiste un allenatore che non avrebbe fatto carte false per averlo in squadra. È la parabola di uno dei più grandi capitani della storia del Bayern Monaco, soprannominato Wireless dai suoi tifosi per l’incredibile velocità d’esecuzione anche sotto pressione.

Philipp Lahm nasce l’11 novembre del 1983 a Monaco di Baviera. Cresce assieme alla sorella maggiore Melanie in un ambiente ultra-protetto sotto la guida di nonno Hermann; appartenente alla Zweite Heimat Generation – la prima generazione arrivata dopo l’incubo nazionalsocialista -, sarà lui il principale riferimento dell’adolescenza di Philipp. Che cresce per lo più nella casa del progenitore a Gern, storico quartiere famoso per le costruizioni in stile jugendstil.

Da subito la famiglia lo educa allo spirito di sacrificio e all’altruismo, spingendolo fin da piccolo ad aiutare i vicini nei lavoretti di casa e a fare del volontariato durante le festività nazionali.680full-philipp-lahmCome se non bastasse la rigorosa educazione domestica, tutti i membri di casa hanno fatto parte del Turnerschaft, un’organizzazione studentesca con struttura simile a quella delle confraternite americane. Philipp, come il padre, muove i primi passi proprio con l’FT Gern, la squadretta gestita dallo Turnerschaft baverese.

All’età di 12 anni s’interessano a lui sia il Bayern Monaco che il Monaco 1860: il che non deve sorprendere, se consideriamo che Philipp è tanto basso ed esile quanto abile col pallone, eccezionale in marcatura e rapido nelle scelte perfino in tenera età. Insomma, sembra già il jolly perfetto per ogni squadra.

Alla fine la spunta il Bayern che nel programma-giovani, a differenza dei cugini, ha inserito la possibilità per i più meritevoli di essere chiamati come raccattapalle durante i match casalinghi; il che naturalmente significa osservare le partite gratis da bordo campo. L’idolo di Lahm è il talento di casa Stefan Effenberg, a cui non lesina richieste di consigli e suggerimenti di ogni genere.philipp-lahm-bayern-munichPhilipp nel 1995 inizia un percorso che lo porta a giocare in ogni formazione giovanile del Bayern, rigorosamente titolare e laterale destro. I maggiori successi rimangono quelli nel campionato Juniores del 2001 e 2002, che gli valgono le prime chiamate con le selezioni giovanili tedesche. In particolare, è in campo nella sfortunata finale dell’Europeo U19 persa contro la Spagna; a spegnere i sogni teutonici è un giovane Fernando Torres, che Lahm avrebbe poi più volte incrociato nella sua carriera.

Ancora nel 2002 Lahm diventa titolare della squadra riserve e viene convocato per la prima volta in prima squadra, esordendo pure in Champions League contro il Lens. Tuttavia, lo spazio è poco e a fine campionato Lahm decide di passare allo Stoccarda per un prestito biennale.

Nella città epicentro della produzione automobilistica tedesca, Lahm diventa immediatamente titolare. Curiosamente il tecnico Felix Magath lo vede meglio come esterno sinistro. Lui, che nel Bayern II veniva impiegato sulla fascia destra o come perno davanti alla difesa, si vede costretto ad adattarsi in un ruolo che non aveva mai ricoperto in quanto destro naturale; ovviamente, ci riesce senza alcun problema.philipp-lahm-bayern-munich-borussia-dortmund-bundesliga-04042015_etpfkyi9lmew185gc0q9zar11Lahm versione terzino sinistro è chirurgico nelle giocate, veloce e assolutamente disciplinato come pretendeva nonno Hans. Durante il primo anno colleziona 31 presenze in Bundesliga e ben 7 in Champions, e sorprendentemente arriva la prima chiamata in Nazionale dal CT Rudi Völler, alla disperata ricerca di giovani leve autoctone nel desolante panorama del calcio tedesco post-2002. Lahm risponde talmente bene alla chiamata che ben presto diventa un punto fermo della Nazionale strappando il pass per gli Europei del 2004.

In quella che probabilmente è la peggior Germania di sempre – oltre ai grandi vecchi Kahn e Ballack, le stelle vengono considerate Lukas Podolski e Kevin Kurányi – Lahm trova subito spazio. Gioca da titolare nelle tre partite del girone contro Olanda, Lettonia e Repubblica Ceca, fino alla prematura eliminazione.

Oltre ai sopracitati, le uniche note liete della spedizione tedesca sono proprio Lahm e un altro giovane prospetto del Bayern Monaco: Bastian Schweinsteiger. Tuttavia, alla ripresa del campionato Philipp si rompe subito il metatarso del piede destro prima e i legamenti del ginocchio poi, vedendo così bruscamente interrotta la sua seconda stagione nei Die Schwaben.

Consapevole che il prestito non verrà rinnovato, Philipp va contro la decisione della dirigenza e si opera in Colorado anziché a Berlino, completando la riabilitazione nel centro sportivo del Bayern. È così che il 22enne Philipp inizia la sua seconda avventura al Bayern: sudando come mai in fase di riabilitazione, periodo scandito da timori diffusi riguardo la futura tenuta fisica.

Superfluo dire che il Nano Magico non molla, tornando in campo all’inizio del campionato a soli 5 mesi dall’operazione e dichiarando davanti ai media: “Quando inizi a temere gli infortuni, è quello il momento in cui arrivano”Infine il cerchio (apparentemente) si chiude: Lahm – sempre con Magath in panchina – a novembre si prende la fascia sinistra del Bayern e non la lascia più, nonostante un infortunio al tendine del gomito sinistro lo faccia finire nuovamente sotto i ferri bloccandolo per due mesi.

Sono quei due mesi che formano definitivamente il carattere d’acciaio di Philipp: la stampa ne loda la capacità di recupero quanto ne evidenza la fragilità, e il Nano si ritrova in una posizione difficile: quella tra diventare un campione o rimanere confinato in un limbo di anonimato a causa di quel fisico troppo gracile per lo sport professionistico moderno.fcbayernmuenchenvchelseafcuefachampionsxpojecjrcjdlIncurante dei dubbi sussurrati a mezzo stampa, Lahm torna in campo a tempo record con la Germania per il Mondiale casalingo. Per fortuna nostra, l’ascesa trionfale della selezione teutonica s’interrompe in semifinale, in quella che Lahm ha sempre definito “La partita più deludente della mia carriera”. Ciononostante, è ormai evidente come abbia assurto al ruolo di leader emotivo della Nazionale.

E anche tecnico, dato che trascende il ruolo di terzino assumendosi la responsabilità di guidare i centrocampisti, e dare inizio alla fase di costruzione e di uscita dal primo pressing o di completare i ribaltamenti e le risalite di campo. Stazionando a pochi centimetri dalla linea laterale, è in grado di accentrarsi e coprire mediani o interni, come di sostituirsi come esterno alto nelle fasi di gioco a maggior possesso palla e di regalare ampiezza in fase di costruzione sfruttando una lettura degli spazi degna di un computer. È sostanzialmente l’erede in miniatura, in un ruolo diverso e con un quinto del talento del suo idolo Johann Cruijff:

“Nella sua carriera, Cruijff è stato assistente del regista, scenografo e attore principale. Io ho fatto appena il tecnico del suono. Lui apparteneva alla generazione di giocatori che hanno reso grande il calcio con gente come Uli Hoeness, Franz Beckenbauer ed Eusebio. L’idea di Cruijff era, letteralmente, di giocare a calcio: niente di più, niente di meno; non era basata sul controllo dell’avversario, ma sulla palla ed il gioco. E io non posso che condividere tutto quanto”. (P. Lahm)

Perché, a suo modo, Lahm segna una rivoluzione nel ruolo: è in grado di attaccare gli spazi così come di contrastare qualsiasi ala; ha un piede delicato e può dialogare con pochi tocchi e in spazi ridotti con i compagni più tecnici, ma non si tira indietro quando c’è da sporcarsi le mani in fase di non possesso. Inoltre, funge da ulteriore fonte di gioco nei corridoi quando la manovra è congestionata negli spazi centrali.

Copre sia centrocampisti che difensori, mantenendosi sempre in movimento e facendo costantemente da valvola di sfogo per il gioco tedesco che rischia di stagnarsi centralmente contro squadre speculative e dal baricentro schiacciato. A 23 anni da compiere, è già il simbolo – poco osannato – della generazione del riscatto. È pragmatismo teutonico e raffinatezza italiana, concentrati in un corpo scattante e leggero di 170 cm.

Nonostante non manchino le incomprensioni, Lahm conserva il suo ruolo di leader silenzioso e imprescindibile pure nelle squadre guidate da Klinsmann prima e Van Gaal poi. Se gli alti sono sempre maggiori, le cocenti delusioni non mancano: nel 2010 perde nel giro di due mesi una finale di Champions e una semifinale del Mondiale. Milito e Iniesta. Grandi giocatori… purtroppo per me”, commenta piuttosto tranquillo il capitano del Bayern all’inizio della nuova stagione.

E, nel frattempo, capitano pure della Germania. Löw infatti lo preferisce a Ballack, rendendolo il più giovane capitano di sempre della più giovane squadra tedesca ad un mondiale (24,9 anni la media). Benché sconfitti, i tedeschi sono la novità più interessante del palcoscenico mondiale: giocano un calcio propositivo e di dominio degli spazi, che abbina ritmi “inglesi” e possesso palla di stampo iberico al gegenpressing tipico del nuovo calcio tedesco. Sintetizzando il tutto e aggiungendo il pragmatismo proprio del DNA teutonico. Prende così forma la nuova Mannschaft, quella destinata a dominare il palcoscenico mondiale.borussiadortmundvfcbayernmuenchenuefay6tnxabogrulLahm nel sistema tedesco è a dir poco fondamentale: è il collante fra i reparti, guida i compagni con esempio e applicazione massima ed è di una banalità ricercata ma geniale in conferenza stampa. Ben consapevole dei propri mezzi, così come dell’arroganza dei connazionali, ha sempre preferito agire da pompiere più che leader incendiario. Di un’intelligenza finissima, di lui non si ricordano frasi minimamente pungenti: quelle le ha sempre tenute per lo spogliatoio.

“Come mi sono ripreso dopo le sconfitte del 2010? Non avevo niente da cui riprendermi. Nel calcio vinci o perdi. E io quell’estate in fondo ho anche vinto, sposando la mia fidanzata Claudia Schattenberg. Sì, il 2010 è stata una gran bell’annata”.

Il matrimonio ha luogo nell’abbazia benedettina di Sant’Emmerano a Ratisbona, mentre il viaggio di nozze è breve e avviene nel totale anonimato. Se non lo avesse annunciato attraverso la società, nessuno avrebbe saputo della luna di miele in Grecia, tanto meno del matrimonio. Il capitano, i tifosi lo sanno, non si può disturbare nella sua aurea di raccoglimento ed abnegazione: una condizione esistenziale quasi zen.

Tra prestazioni buone e picchi d’eccellenza, il Bayern costruisce progressivamente la corazzata che oggi vede il suo culmine. Il fil-rouge è rappresentato da Ribery, Robben, Schweinsteiger e soprattutto Lahm, in campo nella sconfitta contro il Chelsea nella finale di Champions del 2012 così come nella semifinale degli Europei persa con la Nazionale, che diede all’Italia l’illusione di avere un piccolo campione (Balotelli). Ma, ancora una volta, la vita extra-campo ne riscatta le delusioni professionali: ad agosto del 2012 nasce la sua unica figlia.

La nuova stagione al Bayern inizia con una decisiva novità: il direttore sportivo Christian Nerlinger viene licenziato, e i giocatori vengono interpellati per scegliere il successore. Lahm opta per Matthias Sammer, e lo spogliatoio si schiera unanimamente con lui. Inizia così il periodo d’oro del Bayern: complice un mercato che mira ad indebolire le dirette avversarie in Bundes, oltre che rafforzare i bavaresi in specifiche posizioni richieste dall’allenatore di turno. Il Bayern, insomma, diventa uno schiacciasassi.

La squadra tedesca più titolata domina il campionato con 80 reti segnete e solo 18 subite. E ha finalmente la sua notte di gloria in Champions League: grazie ad Arjen Robben, i bavaresi piegano il rampante Borussia Dortmund di Klopp con un 2-1 finale. Al termine della stagione arriva Pep Guardiola.

Sotto la guida del tecnico catalano Lahm risorge a nuova vita. Il suo apporto non è mai mancato, ma il suo ruolo si era ridimensionato da costruttore di gioco a non-distruttore. Bloccato nella sua specializzazione di terzino destro o sinistro, l’impressione è che non venisse completamente sfruttato. Se ne accorge Guardiola, che non esita a schierarlo come interno o perfino esterno di un centrocampo a 5 in fase di possesso palla. Nonostante le prestanza fisica sia calata, l’apporto di Lahm rimane tatticamente imprescindibile.

Inoltre, il suo spostamento lancia definitivamente nell’Olimpo degli esterni David Alaba. Non solo: in situazioni d’emergenza, Lahm viene trasformato in un ruolo à-la Mascherano in uno dei tre centrali difensivi. Se con Guardiola non arrivano particolari soddisfazioni a livello di trofei, lo stesso non si può dire con la Nazionale: il 13 luglio 2014 Lahm alza – da capitano – la Coppa del Mondo vinta contro l’Argentina. Senza averne mai fatto un obiettivo imprescindibile, Lahm corona col successo più alto un palmarès ricchissimo.

A soli cinque giorni dalla vittoria, annuncia il ritiro dalla Fußballnationalmannschaft. Ha appena compiuto 30 anni, ma si è reso conto che il Bayern non può più averlo in campo al 100% delle sue possibilità a causa del doppio impegno. Perché, nella mentalità lucida e über-competitiva di Lahm, il livello delle prestazioni deve costantemente rimanere massimale, oppure si può lasciar perdere. Attualmente viaggia per la 617ma partita da professionista. Moltissime da titolare e quasi mai sostituito: un attore principale con l’allure del caratterista.lahm2-1405961441Infine, l’8 Febbraio 2017 arriva l’annuncio-choc: Lahm ha deciso di ritirarsi dal calcio a 34 anni non ancora compiuti e con ancora un anno di contratto davanti.

“Amo il calcio, mi ha dato molto, ma prima o poi arriva la fine. Voglio essere io a decidere quando. Nel mio modo di essere capitano bisogna dare sempre tutto e questo posso garantirlo fino a fine stagione, non oltre”.

Sulla spiaggia, nella calura estiva leggerete un articolo a lui dedicato sulla sesta pagina della Gazzetta dello Sport, tra l’ennesimo gossip e un trafiletto di mercato sulle piccole di Serie A. Magari non ci farete neanche troppo caso, ma si è ritirato il miglior giocatore del Bayern Monaco dell’ultimo ventennio. O almeno fino alla prima partita del Bayern, che naturalmente ha già trovato il sostituto (Sebastian Rudy): lì noterete una netta quanto impercettibile differenza, una sottile sensazione di vuoto. A cui, però, non saprete dare una precisa connotazione.