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È passato più di un anno dal 6 agosto 2015. Poco tempo dopo l’uscita nelle sale del film Ant-Man, il pubblico americano iniziava ad accorgersi di un altro piccolo supereroe, in cerca di riscatto proprio come il minuscolo Scott Lang, che con la sua nuova maglia rosso fiammante del Toronto Football Club giocava contro l’Orlando City, squadra della stella brasiliana Kakà. Un rigore, una punizione sotto l’incrocio e un sinistro all’angolino dopo uno scatto bruciante. La tripletta è servita.

Il nome di questo nuovo eroe, prodotto non dai fumetti della Marvel ma dai campi di calcio della nostra Serie A, è tutto un programma: Atomic Ant, la Formica Atomica. Il soprannome di Sebastian Giovinco è un ossimoro che lo definisce perfettamente, dato che l’attaccante italiano è sempre stato un giocatore con un potenziale incredibile, che tuttavia non è mai esploso completamente, almeno non con la continuità che gli addetti ai lavori si aspettavano.

Forse la colpa è della sua dimensione, e non è ancora chiaro se stiamo parlando per l’ennesima volta dell’altezza oppure del talento, che non è bastato per portarlo ai vertici del calcio mondiale. Cosa manca a Giovinco? Tira le punizioni divinamente, è in grado di giocare con entrambi i piedi, di saltare l’uomo, di mettersi al servizio dei compagni, di segnare gol facili e alcuni che solo lui riesce a immaginare. È una seconda punta veloce e imprevedibile, eppure nessuno gli ha mai assegnato il posto da titolare in un top club.

A gennaio Seba ha compiuto ventinove anni, Euro 2016 poteva essere per lui il momento della consacrazione internazionale. Invece, ancora una volta, la consacrazione non è arrivata, sostituita da un’esclusione difficile da accettare. Nella Bibbia Davide ha avuto la meglio sul gigantesco Golia, nella vita reale le cose vanno quasi sempre nella direzione opposta.

Una cosa è certa: il problema di Giovinco non è mai stato un deficit di personalità, basti pensare all’esultanza con la linguaccia alla Del Piero in un Juventus Roma del 2012, quando al giornalista del Corriere dello Sport che gli chiedeva una spiegazione, anche a nome dei tifosi irritati dal possibile sgarbo alla leggenda, rispose così: “Nessun riferimento, io sono Giovinco ed esulto alla mia maniera”. Non dimentichiamo neanche l’esultanza della mano messa ‘a spanna’ sulla testa, ideata ai tempi della sua esplosione a Empoli, per far notare ai critici che, nonostante il suo metro e sessantaquattro, Seba vuole sempre dimostrare di essere più alto ‘dentro’, più forte delle critiche che gli piovono addosso.

Germogli Ph 16/12/2007 Empoli Empoli-Genoa

Parlando di sé dice di essere un testardo, e guardando alla sua storia juventina, squadra in cui tra giovanili e prima squadra ha militato per 19 anni, si fatica a dargli torto. Non si può dire che non abbia provato con tutte le sue forze a diventare una stella della sua squadra del cuore. È nato a Torino ed è cresciuto in un paesino della periferia torinese, Beinasco, pur rimanendo sempre legato alle sue origini meridionali. Il legame con la Vecchia Signora ha radici profonde ed è legato anche ai suoi natali umili (padre metalmeccanico, mamma casalinga).

Il pallone con cui inizia a giocare non gli appartiene, è quello fornitogli dal settore giovanile della Juventus. Già nei primi anni da professionista emerge la grande consapevolezza di sé, non comune per un ragazzo così giovane. Con uno sfoggio di sicurezza e personalità si chiuderà anche la sua prima esperienza alla Juve. Dirà infatti queste frasi, piuttosto significative, a Tuttosport nel maggio del 2010: “Quando si punta su un giocatore bisogna metterlo nelle condizioni di rendere al meglio. […] Se la società non mi vuole, cosa ci sto ancora a fare qui? Dopo due stagioni, non passo un altro anno ad ammuffire in panchina, non avrebbe davvero senso. Penso anche di non meritarmela la panchina. Anzi, non me la merito di sicuro per come mi sono comportato dentro e fuori il campo”.

Con la maglia del Parma non mancherà mai di ricordare alla Torino bianconera che lui è un giocatore che vale, timbrando il cartellino ben quattro volte in due stagioni contro la sua ex squadra. In Emilia la Formica trova un allenatore, Franco Colomba, che crede in lui e non lo mette mai in discussione, e soprattutto gli cambia ruolo. Lo fa giocare non più da trequartista ma come seconda punta dietro a un attaccante forte fisicamente, Amauri prima e Floccari poi, come avverrà anche in Canada con lo statunitense Jozy Altidore.

L’exploit della stagione 2011/12 è stato sicuramente il momento migliore della carriera di Seba, in una squadra che girava intorno a lui e un contesto in cui la fiducia incondizionata che sentiva gli permetteva di tentare giocate impensabili, che gli riuscivano con una facilità disarmante. Giovinco segnava davvero in tutti i modi.

Verso la fine della stagione si sente parlare addirittura di un interesse del Barcellona, casa di talenti dal baricentro basso, come Xavi, Iniesta e un certo Messi. Le sirene catalane, che torneranno a farsi sentire anche durante la prima stagione in Canada, vengono ignorate, e la sua testardaggine lo riporterà invece a Torino, a toccare con mano che la maglia bianconera per lui è una madre-Medea, alla quale non riuscirà a sfuggire nemmeno questa volta.

Pochi saranno i momenti di gloria, tra esultanze rabbiose e un desiderio di prendersi il posto da titolare che non verrà mai esaudito. Della sua seconda esperienza a Torino rimarranno impresse nella memoria dei tifosi solo alcune fiammate estemporanee. Il momento di Giovinco titolare inamovibile alla Juventus, e quindi la sua definitiva consacrazione, non arriveranno mai.

Sebastian ci ha provato, ha provato ad inseguire il mito di Del Piero. La rincorsa al suo idolo si è infranta contro le ambizioni frustrate, contro la concorrenza troppo agguerrita. Forse si era già simbolicamente interrotta con la scelta, certo non sua, del numero di maglia, il 12 al posto del 10, dopo il ritorno alla Juventus nell’estate del 2012.

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Che bella la casetta in Canada

Molti hanno parlato del viaggio di Giovinco verso Toronto e del suo nuovo contratto concentrandosi solo sulla scelta economica, sul suo stipendio, oppure parlando di una rinuncia, dopo l’ennesimo tentativo fallito con la Juventus. Quando Seba decide di trasferirsi dall’altra parte dell’oceano la voglia di dimenticare in fretta le polemiche bianconere si mescolerà alle forti motivazioni scaturite in lui davanti alla sfida della MLS, un campionato che non aspettava altro che essere conquistato dalle sue giocate. Nella conferenza stampa di presentazione non si nasconde: “In Italia ho avuto tanti problemi… si è sempre parlato di me come uno che non poteva giocare ad alti livelli però ho sempre dimostrato coi fatti che non era così.”

La Major League Soccer accoglie la nuova star con grande entusiasmo. Il deserto di talento dei primi anni è un ricordo lontano, non esiste più il cimitero degli elefanti dove i vecchi campioni andavano a svernare e a monetizzare il loro declino. Certo la lega americana, all’epoca NASL, la North American Soccer League, qualche motivo per sognare lo aveva fornito, come la visione di George Best occupato a dribblare mezza squadra avversaria, irridente ed elegante allo stesso tempo, come solo lui sapeva essere.

All’epoca la presenza di Best non era ancora abbastanza perché il soccer potesse affermarsi come uno degli sport più seguiti d’America, una strada che oggi sembra più facile da percorrere considerando i finanziamenti, le ambizioni, i nuovi impianti e l’interesse del pubblico.

La Formica Atomica sembra avere trovato nella MLS quello che evidentemente in Italia gli mancava: lo status del campione, riconosciuto dall’ambiente che lo circonda dentro e fuori dal campo, un giocatore che finalmente si sente messo in condizione di tirare fuori dalla notorietà cui è condannato solo il meglio. Colpisce la serenità che traspare dalle sue dichiarazioni e il genuino stupore che manifesta di fronte all’approccio rispettoso dei tifosi d’oltreoceano. Tutta un’altra atmosfera rispetto all’Italia, dove il calcio è vissuto con un’esasperazione che è estranea alla MLS, e forse lo sarà per sempre. La cultura sportiva che Seba ha trovato oltreoceano sembra avergli fatto bene, e il suo talento ha iniziato subito a risplendere.

The Atomic Ant è diventato il primo giocatore nella storia del torneo a segnare 20 gol (alla fine saranno 22) fornendo almeno 10 assist nella stessa stagione. Il record è impreziosito da gol incredibili come la trivela contro Chicago o la rete contro i New York Red Bull, messa a segno dopo aver dribblato mezza squadra avversaria (vi ricordate di Best?), e dopo aver superato anche il fuso orario dovuto all’impegno con la Nazionale di Antonio Conte.

A fine stagione si porta a casa il premio di miglior giocatore della MLS e la prima qualificazione ai play-off della storia di Toronto, un’avventura che però finisce al primo turno dopo la sconfitta contro i Montreal Impact di Piatti e Drogba, aiutati dalla disastrosa fase difensiva della squadra di Giovinco. Le basi ci sono, per competere al massimo livello c’è ancora della strada da fare.

Azzurro sbiadito

Questa estate il c.t. Conte non ha chiamato Giovinco per spiegargli l’esclusione dall’Europeo nonostante fosse stato proprio lui a volerlo alla Juventus quattro anni fa, ma Sebastian ha accettato la decisione senza fare polemiche, come è nel suo stile.

Il 2016 era iniziato nel migliore dei modi, con un rigore trasformato e la vittoria contro i New York Red Bull. Da segnalare la strana esultanza dopo la prima rete della stagione: la Formica Atomica simula un’impennata con il motorino. Un piccolo show presto diventato virale e idea originale partorita dai due comici foggiani Pio e Amedeo, recatisi in Canada per accertarsi della scarsa conoscenza dell’inglese del malcapitato attaccante e naturalmente, come dice il nome del loro programma, Emigratis, per scroccare qualche soldo in cambio delle loro battute irriverenti.

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Il resto della stagione regolare vede Toronto recitare un ruolo da protagonista, grazie al miglioramento complessivo della rosa e alla leadership di Seba, che continua a far sognare i tifosi canadesi inventandosi giocate come queste.

Anche in Canada ci sono stati momenti complicati. Quest’anno Giovinco ha incontrato qualche difficoltà, come le otto partite senza reti o il doppio strappo al quadricipite e all’adduttore che lo tiene lontano dal campo da fine agosto, ma era prevedibile che una stagione magnifica come quella d’esordio fosse impossibile da eguagliare. Certo, i 16 gol messi a segno fino ad ora non sono pochi, Seba però è concentrato sull’attualità ed è pronto a tornare presto a competere. I play-off si avvicinano e Toronto può permettersi di puntare in alto, potendo annoverare tra le sue fila il giocatore più talentuoso della MLS, il primo campione europeo ad arrivarci all’apice della carriera.

A luglio la Formica Atomica non ha avuto paura di ricandidarsi per un posto in Nazionale, ma il nuovo c.t. Ventura non sembra intenzionato a dargli questa possibilità. E pensare che la sua avventura in azzurro era iniziata con i migliori auspici, con un assist di tacco per Matri alla seconda presenza, in un’amichevole contro l’Ucraina. La fiducia di Prandelli gli ha garantito l’esordio e le convocazioni per Euro 2012 e la Confederations Cup dell’anno seguente, dove ha trovato il suo primo gol, ma l’esperienza della Formica Atomica con la Nazionale è un lungo elenco di partite da subentrato e pochi squilli.

Le qualificazioni a Russia 2018 profumano di ultimissima chance per un giocatore affermato, ma prossimo ai trenta. Ventura gli concederà un’opportunità se Seba continuerà a stupire nei play-off in arrivo a ottobre? Solo il tempo potrà darci una risposta. Intanto a Toronto continuano ad esaltarsi per The Atomic Ant, e questo al di là dell’Atlantico basta e avanza.