Di Massimiliano Iollo

In certi casi, il cuore deve essere messo da parte, provando a ragionare solamente con la testa. Probabilmente così ha agito Arsène Wenger quando ha accontentato Wilshere nel suo desiderio di trasferirsi in prestito al Bournemouth, quando all’orologio del mercato estivo mancavano pochi giri di lancette prima di fermarsi. Neanche nei pensieri più nascosti di un tifoso medio dell’Arsenal era presente l’idea di vedere un figlio del club, in biancorosso sin dall’età di 9 anni, con un’altra maglia addosso; eppure le dinamiche del football moderno fanno sì che l’impensabile possa realizzarsi.

Il dispiacere per il momentaneo addio è stato comprensibile, ma non ho potuto fare a meno di vederci un pizzico di qualunquismo e poca lucidità. Mi sono chiesto, con molta franchezza, chi sarebbe mancato ai tifosi: il gangsta dissoluto o il giocatore capace di far ammattire il Barcellona e guadagnarsi l’ammirazione di Andrés Iniesta e Xavi?

Che sia stato accettato o meno da una parte di tifoseria, il giocatore trascorrerà i prossimi mesi lontano dall’Emirates Stadium, provando a ricostruirsi una carriera sia come calciatore che come professionista. I noti problemi dentro e fuori dal campo hanno fatto sì che Jack Andrew Garry Wilshere, from Stevenage, negli ultimi cinque anni, finisse sui giornali più per le notti brave passate all’esterno dei night club, piuttosto che per le gesta in campo.

Al netto del debutto in un pomeriggio settembrino a Blackburn, la stella di Wilshere ha iniziato a brillare in una notte di Febbraio di oramai quasi sei anni fa, quando all’Emirates Stadium sfilarono le stelle del Barça di Pep Guardiola in una sfida per gli ottavi di finale di Champions League. Il minùto centrocampista inglese, all’epoca con il numero 19 dietro le spalle, mostrò una sicurezza invidiabile nell’affrontare mostri sacri come quelli del centrocampo blaugrana, lottando su ogni pallone e caricandosi sulle spalle una squadra che incarnava tutti i pregi e i difetti del proprio allenatore.

Da quella sera sono passati più di cinque anni, è cambiato l’Arsenal ed è cambiato Wilshere, messo più volte a dura prova dal destino e dalla durezza dei difensori d’Oltremanica.

“Ci ho giocato contro, l’ho osservato con attenzione. E se riuscirà a superare gli infortuni, sono sicuro che diventerà uno dei migliori centrocampisti centrali del mondo.” (Xavi, 2014)

Il calvario, iniziato durante una amichevole contro i New York Red Bulls di Titì Henry in Emirates Cup, e finito (almeno per il momento) con un intervento di Gabriel Paulista un po’ troppo violento per una normale sessione di allenamento, ha restituito all’Arsenal un giocatore logorato nel fisico e nella mente. Del Wilshere leader della Academy vincitrice di una FA Cup di categoria, e guidata dall’attuale allenatore in seconda Steve Bould, è rimasto solamente il rimpianto.

Nei giorni di magra calcistica, al bimbo prodigio è iniziata a crescere la barba, ha conosciuto la sua storica compagna, ha fatto in tempo a sposarla, a mettere al mondo due splendidi bambini e vivere come un comune 24enne pieno di soldi, nella città più glam del mondo e con decine di persone pronte ad abbeverarsi all’ambita fonte della fama, saprebbe fare. Neanche un sempre misurato Wenger, più volte in chiaro imbarazzo, ha potuto impedire che l’onda dei giudizi tranchant travolgesse la vita privata del giocatore (descritto – con giuste motivazioni – come un modaiolo capriccioso non lontano dal paragone con un altro bad boy come Mario Balotelli).

Quelle serate londinesi un po’ così: fermato dalla Polizia alle 2:30 in stato di ubriachezza davanti a un night club.

Le stoccate più pesanti non sono arrivate solo dai giornali scandalistici, ma anche da addetti ai lavori con un certo peso mediatico. Alla vigilia della finale di FA Cup del 2014, momento cruciale per la stagione e per la storia recente del club del Nord di Londra, sulle caviglie di Jack Wilshere non intervenne il solito difensore poco elegante, ma un totem come Paul Scholes, mai banale e scontato in quelle poche volte in cui ricorda di avere una parte del corpo deputata ad emettere suoni.

Secondo l’ex centrocampista-icona del Manchester United, l’allora trequartista dei Gunners non stava facendo nulla per migliorarsi, vivendo in una fase di stallo perenne, cullandosi in quello che aveva fatto vedere agli esordi. Due anni e mezzo dopo siamo ancora allo stesso punto, come se la carriera di Wilshere fosse un loop continuo.

Ora il Bournemouth, altra scelta criticata da Scholes perché ritenuta scontata e da comfort zone per un giocatore che necessitava di mettersi in discussione ed imparare a gestire la pressione, rappresenta per Jackie l’ultima chance di rimettersi in sesto mentalmente e fisicamente; evitando che colui in cui il calcio inglese ripose tutte le speranze per una rinascita mai realmente avvenuta, guardi al futuro con un enorme punto interrogativo davanti a sé, con una ritrovata integrità fisica ed un’idea precisa sulla collocazione tattica in mezzo al campo.

I segnali che arrivano sono fortunatamente incoraggianti. Il lavoro dei primi due mesi e mezzo con Eddie Howe sta iniziando a fruttare nelle ultime settimane. Con l’ultima sfida contro il Tottenham, sotto gli occhi del CT ad interim Gareth Southgate, Wilshere ha raggiunto le sei partite consecutive disputate in Premier League dal 2013 ad oggi, complice anche l’assenza del triplo impegno settimanale, che sta permettendo a medici e preparatori dei Cherries di trattare con i guanti bianchi quelle gambe fragili come il cristallo, ma capaci di erigere l’ex numero 10 dei Gunners ad uno dei migliori “passatori” della Premier League.

In quanto a stile di gioco, però, Jack Wilshere non sta cambiando di una virgola. La responsabilizzazione derivata dall’essere la stella della squadra non ha ancora intaccato un modo di giocare parecchio rischioso sia per lui (il gioco in velocità, specie in Inghilterra, è sinonimo di conseguente scontro col diretto marcatore) che per la squadra in cui milita.

Da classico box-to-box qual è, nella camaleontica formazione dei Cherries, si è ritrovato a ricoprire il ruolo di perno centrale nel 4-5-1 da assetto difensivo (modulo che Howe sceglie quando raramente vuole aspettare il 90° a braccia conserte), e di playmaker offensivo nelle occasioni in cui la squadra del biondo manager ha la libertà di allargarsi come le ali di una farfalla, e mutare le posizioni sullo scacchiere di gioco in un 2-4-3-1 abbastanza inusuale per una compagine che ha nella salvezza l’obiettivo primario.

Il compito principale del numero 32 è quello di ricevere palla dai compagni di reparto Arter e Gosling/Surman, smarcandosi dal pressing avversario fornendo un riferimento per l’uscita, e cercare il passaggio taglia-linee per la punta avanzata, o lo scarico sull’esterno per le ali offensive. Un insieme di compiti in cui Jackie eccelle, soprattutto per ciò che riguarda la fluidità di gioco: Wilshere rimane un playmaker naturale, portato a velocizzare la costruzione sfruttando la rapidità di pensiero e la pulizia di calcio. E se i criteri per giudicare se l’esperienza al Vitality Stadium saranno il minutaggio raccolto, la responsabilizzazione in campo – a Wilshere vengono lasciati quasi tutti i calci piazzati – e la serietà in allenamento, allora il responso a fine anno sarà più che positivo.

Ben più difficile sarà il giudizio se qualcuno si aspetterà di trovarsi davanti un giocatore nuovo. Jack, in maglia rossonera, non sta né ricoprendo il ruolo di regista classico da lui tanto richiesto nel corso degli ultimi due anni – il gioco del Bournemouth non prevede la figura del defensive playmaker -, né quello da finta mezz’ala come proposto da Wenger prima di metterlo sul treno per il sud-ovest dell’Inghilterra.

Questa, a detta anche di Arsène Wenger, è la strada giusta per tornare l’anno prossimo a London Colney con le credenziali giuste per pretendere di far parte di un gruppo che ha in Santi Cazorla il leader tecnico, divenuto “falso ocho”, che può contare sulla duttilità di Aaron Ramsey ed Elneny, sulla classe di Özil ormai adattatosi ai ritmi della Premier League, sulla forza di Francis Coquelin e sul nuovo arrivato Granit Xhaka che pare avere tutte le caratteristiche per indossare il frac, impugnare la bacchetta e trasformarsi nel nuovo direttore d’orchestra.

Mezzi tecnici di base e tempo per diventare uomo sono ancora dalla parte del giocatore. Se entrerà nell’ottica di idee che l’Arsenal Football Club abbia bisogno del Giocatore con la G maiuscola, prima che del guerriero con velleità da capitano, dell’anti-Spurs e dell’oltremodo goliardico character che rovescia la bottiglia di champagne alla ricerca dell’ultima goccia da prosciugare, allora quello sarà il momento di tirare un lungo sospiro di sollievo per il pericolo scampato.

Il pericolo di vedere l’ennesimo giocatore buttare via il talento, come se la mattina dopo si potesse ritrovare in offerta al mercato.