Atalanta batte Inter 2-1. I nerazzurri sono ora al 14esimo posto e no, non sto parlando dei bergamaschi. È l’Inter ad essere scivolata così in basso in classifica, rimediando la terza sconfitta consecutiva in campionato rivelando uno spartito ormai a metà tra dramma e farsa. Colpevole individuato: Frank De Boer.

Ad agosto, nelle immancabili previsioni di redazione, dissi – insieme a parecchie altre boiate – che De Boer sarebbe stata “la rivelazione, o di contro il flop dell’anno“. Ma non mi aspettavo questo disastro, né tantomeno che maturasse in questa maniera.

Riepilogo: Frank De Boer arriva l’8 di agosto, scelto da un presidente non più proprietario a pochi giorni dall’inizio del campionato. Di fatto, è un subentrante in corsa, che prende in mano una squadra non sua, con una società in mano ancora a nessuno, in un calcio che non conosce e con buona parte dei media sportivi che gli sono velatamente ostili fin dall’inizio. L’olandese sbarca in Italia e (metaforicamente) non c’è nessuno ad accoglierlo: deve fare tutto da zero, non ha niente a cui appigliarsi.

La partenza dell’Inter è un disastro: contro il Chievo a Verona è una Caporetto, l’1-1 con il Palermo è a tutti gli effetti un passo falso. Dovevano essere sei punti, ne arriva uno solo. Ma queste gare servono all’olandese per conoscere il gruppo, per fare una cernita dei giocatori sui quali può contare. Quanto interismo c’è in questa prevedibile situazione? Al pronti via, De Boer deve usare le partite di campionato come amichevoli estive, e la distinzione tra chi sia un calciatore e chi un orpello fuori dal progetto tecnico-tattico si paga in punti (persi) in classifica.

FdB procede, cerca le misure, si aggrappa a Banega e João Mario (riuscendo peraltro con apparente successo ad inquadrarli nel suo 4-2-3-1 elastico), tenta il recupero Perisic, punta giustamente forte su Candreva, si affida per i gol all’unico vero attaccante a disposizione, Icardi. Infila tre vittorie consecutive, fa il colpo grosso a San Siro battendo la Juve con un’ottima prestazione (anche tattica), e prova a respirare, a tracciare una strada, nonostante in mezzo ci sia la clamorosa sconfitta di Europa League contro il Be’er Sheva.

De Boer ha le “attenuanti generiche”: in coppa è costretto al turnover, e oltretutto non ha nemmeno João Mario, già perno del nuovo sistema interista. Insomma, si conferma la totale inaffidabilità delle riserve, ma la squadra comincia ad esserci.

Poi arriva il Bologna. De Boer perde prima del match Murillo e soprattutto João Mario, per sostituirli rispolvera Ranocchia e Kondogbia. Il francese gioca oscenamente i primi 28 minuti nei quali l’Inter va sotto con una mezza papera di Handanovic e viene sostituito da Gnoukouri. Apriti cielo. Polemiche a pioggia sull’olandese, complice il risultato finale di 1-1 (con Icardi e Ranocchia che falliscono due gol fatti allo scadere), quando in realtà il cambio aveva dato una sveglia ai nerazzurri, che poi avevano disputato una discreta gara.

La precaria situazione inizia a sfuggire di mano mentre si fa del sonoro sarcasmo sulle conferenze stampa in italiano dell’ex Ajax. A Praga (dove João Mario è ancora assente, poiché indisponibile in Europa League) è un altro disastro come in Israele: l’Inter perde 3-1, rimane in 10 e subisce un indescrivibile gol del 2-0.

gol sparta

I ritmi degli impegni, però, sono serrati: l’Inter disputa una buona gara all’Olimpico contro la Roma ma cade 2-1, decisiva una sfortunata autorete di Icardi. L’argentino, mattatore nella striscia positiva contro Pescara-Juventus-Empoli, pare in calo, e questo bagna non poco le polveri della fase offensiva interista. C’è il Cagliari dopo l’ennesima pausa per le nazionali, e scoppia il putiferio della biografia di Maurito. La Nord è inferocita e lo bersaglia prima e durante la gara, Zanetti e Ausilio lo scaricano e lui va fuori giri sbagliando tutto il possibile (compreso un rigore).

Segna il solito João Mario, ma due svarioni difensivi ribaltano la partita: è 2-1 per i sardi. De Boer ci mette del suo, toglie Banega per Gnoukouri e questo fa ulteriormente spegnere l’Inter, ma è possibile che senza l’ex Siviglia gli 11 in campo non sappiamo gestire il vantaggio contro il Cagliari?

Ed eccoci a Bergamo, c’è Atalanta-Inter. De Boer ci arriva sulla graticola. Di fatto, la tragicommedia contro il Cagliari l’ha pagata l’olandese. La panchina scotta, la fiducia è ambigua da parte della dirigenza. Che poi, quale dirigenza? Quella milanese, con la difesa a caldo (tremendamente d’ufficio) di un Ausilio furioso o quella cinese, che lo conferma a minacce pretendendo risultati? E Thohir, che lo ha voluto, che dice?

Serve a poco l’ossigeno di coppa, ottenuto battendo il Southampton 1-0 con un gran gol di Candreva ma giocando sottoritmo e male, badando soprattutto al sodo, cioè a mettere in classifica 3 punti senza i quali la situazione nel girone sarebbe disperata. D’altronde De Boer è un pragmatico, non un esteta, non ha problemi a cambiar modulo purché la sostanza del suo gioco e le sue direttive vengano applicate: allora ripesca un riottoso Brozovic (poi espulso) e rinuncia a Banega, c’è il 4-3-3, così in EL come – soprattutto – a Bergamo.

Ma come l’Inter pur vincente era parsa (troppo?) abulica contro gli inglesi, così lo è con l’Atalanta. E sempre come era stata imbarazzante contro lo Sparta Praga in occasione del 2-0, lo è contro i bergamaschi sull’1-0 di Masiello: calcio d’angolo, tutti fermi, sponda sul primo palo di Kurtic per un facile appoggio in rete. Con buona pace delle direttive.

 

L’Inter è nel pallone totale, e lo rimane fino a metà ripresa, quando una bomba di Éder su punizione raddrizza apparentemente la gara. Ma non c’è niente di organico in questo: l’Atalanta accusa la botta, i milanesi vanno all’assalto, Berisha fa i miracoli e sul ribaltamento di fronte un Santon mentalmente bollito stende Kessié: rigore trasformato da Pinilla per il 2-1.  C’è un che di De Graafshap – Ajax in questa partita, almeno nella misura in cui tutto sembra andare in pezzi: quella gara costò clamorosamente lo scudetto ai Lancieri lo scorso maggio, questa potrebbe costare la panchina a De Boer.

Volano gli stracci ad Appiano Gentile. De Boer va, De Boer resta. Alla fine è confermato, ma a tempo, fino alla gara contro il Torino di mercoledì. Forse solo per l’impossibilità di trovare un sostituto in due giorni. Paga tutto l’olandese: colpe sue e non sue. Paga persino il momento di grazia dei cugini milanisti, anche loro vincenti a San Siro contro la Juve e al secondo posto insieme alla Roma, a -2 dalla capolista. Parecchio ingenuamente, si fa uno sconfortante confronto tra i punti delle due squadre dopo nove giornate, e non solo: si rincara la dose sottolineando il (presunto) vantaggio tecnico dell’Inter da una situazione di base similare (stagioni disastrose, passaggio di proprietà ecc.)

“Ma che state a dì?”

Troppo facile, così. Si tralasciano cose ovvie: ad esempio che Montella non ha iniziato a lavorare sulle macerie come De Boer. Perché in primis non è arrivato il 9 agosto ma il 1° luglio, e in secundis ha avuto una base di lavoro da poter utilizzare, ovvero quella di Mihajlovic, che per quanto poco congeniale allo stile di Vincenzino era comunque un punto di partenza, non certo andato disperso nel breve ed inutile interregno di Brocchi. De Boer era con nulla in mano, visto che l’Inter si trovava allo zero assoluto post-manciniano, che veniva dallo zero assoluto mazzarriano, che veniva dallo zero assoluto stramaccioniano che al mercato mio padre comprò.

Montella, dopo gli sbandamenti iniziali, ha raccolto i frutti di questo lavoro, archiviando il suo approccio “guardiolesco” alle gare e optando per una squadra più attendista: principalmente compatta, di ripartenza e di attacco degli spazi in profondità.

Infine, per quanto secondario possa sembrare, il Milan non ha le coppe, mentre l’Inter ha il doppio impegno, che comunque la si veda limita le possibilità di lavoro tattico in settimana. Problema non da poco per il tipo di allenatore che è De Boer, sia in termini di filosofia di gioco che di gestione del gruppo e metodo di allenamento.

Senza contare che la fortuna sorride a Montella, mentre a De Boer fa le pernacchie: ad esempio, l’incertezza sulla cessione della società Milan, ha avuto come conseguenza indiretta di liberarlo dalle solite cariatidi da 4.5 milioni d’ingaggio che popolavano lo spogliatoio rossoneri, dando giocoforza spazio ai giovani che escono da un (eccellente) settore giovanile. Anche questa, strada indicata da Sinisa: prestigioso Lopez, bandiera Abbiati, ma gioca Donnarumma. Ora con Montella se Montolivo si rompe, gioca Locatelli.

Sempre in quest’ottica, il mercato bloccato ha sostanzialmente impedito a Galliani di fare veri disastri, nonostante tutto l’impegno del geometra: Bacca (decisivo) alla fine è rimasto, Suso e Paletta sono rientrati dai prestiti, per José Sosa non ci si preoccupa di giustificarne l’investimento facendolo giocare, idem per Gustavo Gomez e Lapadula (quest’ultimo, comunque, è una buona riserva), mentre Mati Fernandez funge più che altro da talismano montelliano.

De Boer invece, che ha avuto in dote i 70 milioni di João Mario e Gabigol (oltre ai 25 di Candreva), in realtà ha ben poco per sparigliare, dato che in una rosa sulla carta ampia non gli è possibile trovare nemmeno con il lanternino né un terzino decente, né un’alternativa ad Icardi, né un sostituto per Banega e lo stesso João Mario, né un difensore centrale di riserva, tantomeno uno che gli permetta un’uscita bassa pulita. Ancora macerie. Dei giovani di qualità, che ad Amsterdam tanto sapientemente aveva tirato su dal vivaio dei Lancieri, poche tracce.

riserve

Titolo: “Le alternative di De Boer”

E sempre in tema di fortuna e sfortuna, c’è quella in campo: un mese fa, mentre l’Inter rimontava a metà il Bologna e poi infilava le tre sconfitte consecutive (con il gol del pari a Bergamo nei minuti di recupero annullato ingiustamente), il Milan pareggiava a Firenze con Ilicic che colpiva il palo su rigore (primo errore in serie A), poi in casa con il Sassuolo rimontava dall’1-3 al 4-3 tra gli sfondoni arbitrali (rigore negato ai neroverdi sull’1-1, rigore del 2-3 di Bacca inesistente), vinceva a Verona contro il Chievo 1-3 con due gol improvvisi a cavallo dell’intervallo, e infine batteva la favorita Juventus con la macchia del gol valido di Pjanic annullato sullo 0-0 (ma senza un rigore per fallo su Romagnoli nel finale).

Vittorie di cuore più che prove di forza, con una buona dose di fattore C, fattore mancato all’Inter già a Roma, presente per il Milan già a Genova contro la Samp e pure nel match d’esordio contro il Toro (bravo Donnarumma, ma Belotti che sbaglia un rigore al 93esimo…).

Comunque, al netto di una “disparità di trattamento mediatico” tra le due milanesi (e dei destini del soldato Montella sulle spiagge di Omaha a Milanello), De Boer era già solo quando la squadra sembrava digerire il suo calcio, figuriamoci ora quando i giocatori paiono rigettarlo violentemente. Verrebbe quasi da pensare ad una rivolta interna dello spogliatoio, tanta è l’insipienza di molti nerazzurri in campo, tanto è il non seguire l’allenatore. E verrebbe da pensare pure che l’eventuale fronda sia nient’altro che il culmine di due mesi di ostilità velata di tutto l’ambiente (tifo escluso).

Kondogbia e i rischi da minimizzare in fase di possesso

La mia giovane memoria di allenatori finiti così sotto tiro fin dal loro arrivo segnala solo il povero Donadoni, chiamato a sostituire il Lippi campione del mondo come ct azzurro. E se per Donadoni nessuno in FIGC si scoprì troppo per difenderlo, per De Boer nessuno dell’establishment interista si è sbilanciato granché in sua difesa, né la società si sforza granché a controllare le voci che girano intorno alla Pinetina. D’altronde, come da più parti si fa notare, i ruoli nella società Inter sono tutto meno che definiti.

Ma è quantomeno curioso come gli spifferi sull’olandese siano sempre filtrati, specie se si pensa come si faceva quadrato (ai limiti del masochismo) su Mancini. “Eh, ma Jovetic vuole rassicurazioni” “Eh, ma Brozovic vuole rassicurazioni” Eh, ma anche FdB, forse, avrebbe voluto rassicurazioni. Dai suoi giocatori, dai suoi dirigenti, da qualcuno che contasse un po’ più dei tifosi. Invece no, l’impalpabilità – in campo e nei piani alti – pare essere l’unico credo del mondo interista attorno a De Boer.