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“L’oblio è una forma di libertà”. (Kahlil Gibran)

Una strana Top 11

Nell’ottobre del 2016 è uscita post-mortem la Top 11 ufficiale di Hendrik Johannes “Johan” Cruijff: se non sorprende più di tanto l’assenza di italiani, degli idoli contemporanei Ronaldo e Messi o al contrario la presenza di Bobby Charlton, Maradona o Franz Beckenbauer, ci sono invece un paio di nomi che lasciano perplessi. In particolare, a balzare all’occhio è la presenza in formazione dell’allenatore del City Pep Guardiola e di Piet Keizer. Piet chi?screen-shot-2016-10-18-at-22-44-37Nel caso del catalano ha probabilmente prevalso l’elemento affettivo: Pep è stato il perfetto tramite – a livello pratico così come ideologico – tra il Cruijff allenatore e i giocatori durante la seconda vita del Profeta in terra catalana. Una sorta di prolungamento cognitivo sul campo dell’olandese.

Il nome più sorprendente tuttavia è quello di Piet Keizer – che tradotto letteralmente dall’olandese suona come Pietro l’Imperatore” – semi-sconosciuto ai più e, a detta delle cronache dell’epoca, l’unico che per anni sia riuscito ad affascinare l’altezzoso Profeta del gol. Per chi non crede alle coincidenze, è curioso constatare come Keizer abbia idealmente ricalcato la parabola di un avanguardistico e omonimo connazionale: il pittore neoplasticista Piet Mondrian.

Entrambi eclettici e polivalenti, entrambi tanto esuberanti e visionari quanto mai perfettamente accettati dai connazionali, hanno segnato un punto di svolta nei loro rispettivi campi, aprendo la strada ad altre personalità che ne hanno perfezionato il lavoro e portato avanti le intuizioni. In un crescendo di exploit, spesso alternati a cadute e fraintendimenti. piet-keizer Parliamo di colui che Cruijff ha velatamente omaggiato definendolo uno dei suoi pochi punti di riferimento calcistici, e non solo (Keizer è stato il primo olandese ad ottenere un contratto professionistico), ma al tempo stesso finito per oscurare con la sua grandezza. È l’amsterdammer doc Peter Johannes Keizer, nemesi dimenticata del giocatore più rivoluzionario di sempre.

Il figlio della guerra

Piet si definisce il tipico figlio della licenza: nasce infatti nel 1943, in pieno conflitto bellico. La regina e i membri del governo olandese erano fuggiti in Inghilterra già nel 1940, e l’Olanda si era ritrovata occupata dai Nazisti. A differenza di Francia e Belgio, però, non aveva conservato un governo autonomo e di fatto era politicamente parte integrante del dominio tedesco.

Avvenimento che spacca in due il paese: da una parte troviamo i collaborazionisti – soprattutto industriali e colletti bianchi, che traggono vantaggio economico dalla situazione e pendono dalle labbra del governatore civile austriaco Arthur Seyss-Inquart -, mentre dall’altra i partigiani olandesi che guidano già da anni una non meglio definita Resistenza.

Ghetto ebraico di Amsterdam durante l’occupazione nazista

Nel mezzo, si trovano i civili indecisi che hanno due sole alternative: cercare la fuga in Inghilterra (ed essere dichiarati nemici della patria a conflitto concluso) o combattere una guerra non loro per un ideale in cui non credono minimamente. In balìa del susseguirsi degli eventi, il padre di Piet opta per la seconda opzione e – proprio durante un permesso – sposa una ragazza di Amsterdam che pochi mesi dopo darà alla luce il futuro talento dell’Ajax.

Piet cresce dunque in un contesto di rinascita post-bellica, tra ottimismo diffuso, rifioritura dell’economia ma anche incertezza per il futuro delinearsi della società olandese. Ben presto, si rende conto di avere un raro dono per il calcio, e scala le gerarchie cittadine mettendosi in mostra nei tornei invernali con la sua squadra di quartiere, finché non attira le inevitabili attenzioni dell’Ajax, che lo aggrega in rosa – con colpevole ritardo – nel 1960.

Cruijff prima di Cruijff

Piet si mette in mostra grazie a quello che sarebbe diventato un tratto distintivo pure per Cruijff: la capacità innata di correre e accelerare con la palla al piede. È inevitabile notare come da questo punto di vista lo stile del primo Cruijff ricalchi quello del poco più anziano compagno: testa sempre alta, fisico asciutto e longilineo (anche se Keizer era più muscolare), dribbling pluridirezionale tanto semplice quanto imprevedibile e letale nella sterzata, e l’innata capacità di non cadere mai, sono gli indizi di quanto i due si siano influenzati.

Anche il “genoma” dell’abitudine ad allargare il campo se schierati da ala o a buttarsi tra le linee nel caso in cui il gioco si sviluppasse dalla parte opposta è sintomatico di un interscambiabile tratto di affinità tra i due talenti dei Lancieri. Naturalmente, Keizer è stato meno eclettico riguardo la sua posizione in campo: ha sempre giocato come ala sinistra, nonostante avesse le capacità tecnico-tattiche per ricoprire ogni ruolo avanzato.

Totalmente ambidestro, Keizer diventa presto l’11 per antonomasia del calcio olandese, trovando sulla fascia sinistra il dorato esilio dove liberare la sua creatività: lì è pericoloso sia rientrando col destro – ha un tiro secco e preciso –  sia defilandosi verso il fondo col sinistro, dove può incrociare sul secondo palo o servire i compagni meglio piazzati in area. Mentre Cruijff diventa un giocatore a tutto campo, Piet diventa il miglior esterno sinistro d’attacco d’Europa, incantando per l’abbinamento di classe ed atletismo.

Per molti contemporanei, Piet negli anni Sessanta viene considerato più forte ed incisivo di Johan. Inoltre, sarà per quel carattere così “olandese” tanto introverso e taciturno in pubblico quanto riservato in privato, ma per i tifosi biancorossi è lui il simbolo ideale della squadra; impossibile non identificarsi con quel ragazzone dai tipici connotati della gioventù figlia della middle-class della capitale: un accanito fumatore, capellone, che stava rompendo schemi, regole e conformismi di vecchia data. In campo come fuori.

Per capire meglio quanto fosse considerato all’epoca basta citare un curioso aneddoto raccontato da Vesovic, capitano del primo Ajax vincitore in Europa:

“Era il 1966 e stavo per firmare con loro, così andai a vedere una partita. Rimasi impressionato dal ragazzino che giocava a sinistra, un certo Johan Cruijff. Lo dissi ai miei accompagnatori in tribuna, che senza batter ciglio mi risposero all’unanime che il titolare, Keizer, era ancora più forte. Risposi che se avevano qualcuno meglio di Cruijff potevano anche fare a meno di me”.

AFC Ajax European Cup, the special moments.Piet inoltre non ha mai fatto le bizze per un rinnovo al rialzo o criticato pubblicamente un compagno o un allenatore – cosa che puntualmente è capitata a Cruijff -, né soprattutto ha scelto di esiliarsi in terra iberica per una fascia da capitano negata (affidata dai compagni proprio a Keizer). Piet, nonostante tutto, ha sempre preferito rimanere nel club che lo aveva lanciato, formando un sodalizio che neanche le successive incomprensioni avrebbero scalfito.

La nemesi del Profeta

Come detto, Piet è sempre stato un riferimento per il giovane Cruijff. Keizer era colui che aveva sdoganato nel calcio il blind passpoi ribattezzato no-look, che aveva introdotto il concetto di calciatore professionista ed incontrato e sconfitto la morte quando, nel 1964, si era fratturato il cranio all’altezza delle meningi in uno scontro di gioco durante il derby cittadino contro l’FC Amsterdam, rimanendo in coma per tre giorni prima che il coagulo formatosi venisse drenato salvandogli la vita.

E pensare che l’infortunio era arrivato a pochi mesi dall’esordio – dopo soli 3 mesi di giovanili -, quando si stava affermando come la star della squadra, nonché il riferimento tecnico-tattico per i compagni. Ed è stata probabilmente quella botta alla testa a cambiare il corso degli eventi: tornato dall’infortunio, infatti, Piet ha trovato al centro del progetto e al suo posto quel ragazzino terribile che giocava curiosamente col 14. Col quale ha sviluppato subito un buon feeling, ma anche molti contrasti.

È celebre l’aneddoto secondo il quale Cruijff si fosse offeso per un Rolex regalato a Piet da un principe Saudita, dopo un gol segnato in Coppa Campioni contro il Fenerbahçe. Molti sostengono che Johan se ne sia comprati due molto simili nei giorni seguenti.

In ogni caso, il trio che formano insieme a Neeskens funziona: i maggiori successi dell’Ajax arrivano proprio in Coppa dei Campioni, che alzano assieme per ben 3 volte (1971, 72 e 73); e oltre alla coppa dalle grandi orecchie, la priemiata ditta olandese porta a casa 6 campionati e 5 coppe nazionali. Palmarès che per Keizer significa fama, gloria e diverse chiamate con la Nazionale Oranje.

La meno scontata è quella per i Mondiali argentati del 1974: un anno prima, infatti, Cruijff se n’era andato in Spagna, e per supporter e addetti ai lavori il capro espiatorio ideale era proprio Keizer. Benché fosse rimasto un idolo per gran parte dei tifosi dell’Ajax, i connazionali di altra fede ma soprattutto i giornalisti, lo accusavano di aver privato l’Eredivisie di un’icona sacra, più che di un calciatore.

Nonostante una carriera da 150 gol e 200 assist parli per lui, Piet diventa per tutti il “nemico giurato di Cruijff” e, a neanche 30 anni, si trova nella spiacevole posizione di dover dimostrare di essere migliore di colui che viene ritenuto il migliore al mondo. Soprattutto in Nazionale, dove ad allenare non c’è più Rinus Michels, ovvero colui che da subito lo aveva inquadrato come ala piuttosto che interno.

epa05228955 (FILE) A file picture dated 01 November 1972 of Dutch national soccer team players (top row, L-R) goalkeeper Jan van Beveren, Theo de Jong, Dick Schneider, Aad Mansveld, Ruud Krol and Barry Hulshoff; (front row, L-R) Piet Keizer, Theo Pahlplatz, Johan Cruyff, Johan Neeskens and Wim van Hanegem before the FIFA 1974 World Cup qualifying soccer match against Norway in Rotterdam, Netherlands. Dutch soccer legend Johan Cruyff died of cancer at the age of 68, his official website announced on 24 March 2016. EPA/STAFF B/W ONLY

L’imperatore fantasma

L’addio al calcio giocato per Piet arriva nel 1975, a soli 31 anni. A convincerlo è una stagione densa di tante polemiche e poche soddisfazioni, iniziata con la delusione cocente del Mondiale del ’74 e proseguita da leader di una squadra che senza Cruijff e Neeskens non riesce a rivivere i fasti del recente passato.

Le vere polemiche, pero’, arrivano in Nazionale durante il Mondiale: dopo una scialba prestazione nello 0-0 contro la Svezia, su pressione dei senatori Piet perde il posto da titolare e viene relegato definitivamente in panchina. Mossa che si rivela azzeccata, visto che l’Olanda prende letteralmente il volo perdendo soltanto in finale contro la Germania Ovest.

Tanto deluso per non essere più utilizzato quanto felice per la propria Nazionale ma disilluso per le critiche che piovono da ogni dove, Piet getta la spugna lasciando la Nazionale e presentandosi in ritardo nel ritiro dell’Ajax, in aperta polemica con chi lo considera una sbiadita e mal riuscita imitazione del Profeta.

Secondo leggenda, Keizer dopo il ritiro dell’anno seguente è rimasto talmente scioccato dal trattamento ricevuto (“mi aspettavo più solidarietà da persone che giocano con me da 20 anni” ) da decidere di non toccare mai più un pallone. Tanto da evitare di farlo pure col figlio, a cui neanche restituisce il pallone, rotolato dalle sue parti durante una partita con gli amici: “Spiacente figliolo, con quella cosa lì ho chiuso”.piet-keizer-vs-panathanaikosDal 2001 ha ricoperto vari ruoli – soprattutto da osservatore – nell’Ajax, spesso voluto e coadiuvato dall’eterno nemico-amico Johan Cruijff col quale ha continuato a scontrarsi pure dietro a una scrivania. Facendo di tutto per farsi dimenticare da tifosi ed opinione pubblica – fino alla sopracitata Top 11 -, Keizer è diventato una sorta di fatiscente figura di fondo. Uno spettro che vive solo nei ricordi dei tifosi più romantici e agée.

Nonostante sia stato indispensabile per il Grande Ajax e propellente nel motore di Johan Cruijff, la gente si è rapidamente scordata di lui. Che dal canto suo ha profuso impegno per finire nell’oblìo, data l’ostinazione con la quale ha mantenuto quel low profile che aveva meticolosamente coltivato da calciatore.

A pallone non ha praticamente più giocato, se non per un paio di partite di beneficenza. Naturalmente, ad invitarlo e insistere per la sua presenza è stato Johan Cruijff. Che, in fondo, ha sempre un po’ sognato di essere come Piet Keizer: l’artista solitario della fascia sinistra, in cerca di pace.

“Don’t you, forget about me
Will you stand above me?
Look my way, never love me
Rain keeps falling, rain keeps falling
Down, down, down”.
(Don’t you forget about me, Simple Minds)