La Roma è seconda in campionato e ci può stare. Ha il capocannoniere della Serie A e nonostante suoni un po’ strano ci può stare. Ha il miglior attacco della Serie A e di conseguenza al precedente assunto è pronosticabile. Allora cos’è che rende questa squadra degna di un interesse maggiore rispetto a ciò che la sua tradizione merita?

Sarà che quel secondo posto, a -4 da una delle dinasty più dominanti degli ultimi trent’anni di Serie A, sembrava un’utopia dieci mesi fa. Sarà che quel capocannoniere è la personificazione di come si può essere utili anche senza fare gol, ma quando inizi a metterla dentro si nota di più. Sarà che quell’attacco non vive più di fiammate improvvise ma è una delle proposte posizionali più avanzate in Italia. Magari uno sguardo questa squadra lo merita.

La Roma 2016/2017 basa la sua narrativa su una provocazione: l’assioma quasi incontrovertibile che l’attacco fa vendere i biglietti ma la difesa fa vincere le partite, è già stato ribaltato da Dzeko e soci.

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Vi fo lo scherzetto

Si può dire che la stagione della Roma è iniziata dopo la débâcle contro il Porto; da quel momento la squadra di Spalletti ha buttato punti per la mancanza di una struttura difensiva solida soltanto contro il Torino. Nel pareggio empolese ad esempio è mancata lucidità sotto porta e un pizzico di fortuna, nella sconfitta di Firenze sono pesati gli evidenti difetti di impostazione dalle retrovie, fattori non imputabili alla fase di non possesso.

Nelle occasioni in cui la linea arretrata ha commesso degli errori c’è sempre stato il reparto avanzato a spostare l’equilibrio della partita e a deciderne le sorti. Contro il Sassuolo non si è vista una squadra brillante, il vantaggio degli emiliani era legittimato da un controllo delle fonti del gioco al quale la Roma sembrava non riuscire ad opporre contromisure. Nel secondo tempo è bastata una combinazione Florenzi-Salah-Dzeko per ridare fiducia all’intera squadra e giocare sulle trasmissioni di palla dei neroverdi, assai meno precise nella seconda frazione.

La partita più esemplificativa rimane, però, quella contro il Napoli: Spalletti ha deliberatamente lasciato il controllo del corridoio centrale agli avversari, mossa evidentemente in controtendenza vista anche la verticalità che uno come Hamsik riesce a dare alla manovra. Tuttavia il Napoli non è riuscito a sfruttare questa superiorità posizionale, un po’ per l’assenza di Milik (indispensabile spalle alla porta) e un po’ per l’ottima partita di Juan Jesus su Callejon. A quel punto la Roma ha saputo sfruttare un’incertezza di Koulibaly sulla pressione esercitata da Salah e una punizione di Florenzi per consentire a Dzeko di segnare i due gol che poi hanno indirizzato la partita.

In una squadra così votata all’attacco, che produce 19,6 tiri a partita (più di tutti nella massima serie italiana), un terminale come il bosniaco l’anno scorso è mancato. Attualmente viaggia a 5,3 tiri per game (testa e spalle il primo in Serie A, Immobile – secondo – tira 1,2 volte in meno) con una shot accuracy del 57%. La stessa percentuale di Higuaín, con la differenza che il Pipita ha effettuato 26(!) tiri in meno rispetto al bosniaco.

Vuol dire che Dzeko adesso non è soltanto una macchina da tiri verso lo specchio, non è soltanto un giocatore capace di alzare ed abbassare a piacimento la linea avversaria, non è soltanto il giocatore deputato alla creazione del gioco una volta superata la metà campo (15 chance create, nella Roma soltanto Salah fa accadere più cose). Adesso segna. Ripetutamente.

Per la precisione sono 12 gol in 17 partite stagionali. Dzeko non è più il semplice terminale dell’azione, ma accompagna costantemente la manovra, senza mai isolarsi ma anzi accorciando sugli esterni per svuotare lo spazio attaccabile in area. Contro il Palermo manda via anche un cioccolatino che El Shaarawy si dimentica di scartare.

Best Highlights Roma vs Palermo 4-1 {Serie A Oct-23-2016}

La vena realizzativa ritrovata del numero 9, però, è anche merito di chi gli gravita intorno. Perotti ha dimostrato che la sua indole da dribblomane è quasi del tutto scomparsa; a dire la verità i 22,6 passaggi a partita (convertiti con un confortante 81%) sono ancora un po’ pochini, ma intanto perde appena 1,6 palloni a partita e comunque un assist e 11 key passes danno la dimensione di un giocatore sempre più propenso alla ricerca del compagno e alla giocata più efficiente.

Il vero crack però è Salah. Nessuno in Serie A crea problemi alle difese avversarie come l’egiziano: 3,2 key passes per partita, 35 occasioni create in totale, leader per Expected Assist e quarto per ExpGoal. In una squadra che ricerca molto il fraseggio anche nella trequarti avversaria, la sua capacità di imprimere accelerazioni improvvise lo rende un’arma tattica irrinunciabile. Tuttavia la comfort zone di Salah non è esclusivamente l’out di destra.

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Le percentuali rappresentano le zone da cui scaturiscono le occasioni create dall’egiziano.

Come si evince dall’immagine può far male anche quando viene dentro il campo, sfidando la difesa schierata palla al piede o attaccando lo spazio dietro la prima linea di pressione. Se la Roma può cambiare pelle nel corso del match, adattandosi alle situazioni proposte dagli avversari, gran parte del merito va ricercato nelle qualità sempre meno nascoste di Mohamed Salah.

Il grande problema irrisolto della squadra di Spalletti continua ad essere l’uscita pulita del pallone. Nel calcio moderno sempre più squadre attuano un meccanismo di pressione volto a recuperare la sfera prima della metà campo, quando ancora il possesso non è consolidato e gli uomini sopra la linea del pallone fanno fatica ad accorciare. La Roma è la squadra che sbaglia più passaggi corti in Serie A (60,4 a partita uno in più dell’Inter), a testimonianza di quanto il possesso palla giallorosso manchi di pulizia, specialmente nelle prime fasi.

In un contesto storico simile la presenza di Paredes è quanto mai necessaria per il fraseggio della Roma. Qualche tempo fa un mio amico romanista mi spiegava come Paredes giocasse un po’ con il freno a mano tirato, come se la pressione di essere il giocatore più tecnico in mezzo al campo lo portasse ad eseguire giocate scolastiche per evitare l’errore.

Ora, partendo dal presupposto che non sempre la giocata più facile è un errore o un segno di scarsa personalità (specialmente nell’uscita del pallone), i numeri di Paredes parlano di un giocatore incredibilmente accurato nella giocata (il 91% dei suoi passaggi trovano un compagno) la quale, però, non è sempre volta a creare superiorità. Tuttavia il primo controllo dell’argentino è roba per palati finissimi, così come qualche suo laser pass vale da solo il prezzo del biglietto.

Nella partita contro l’Empoli ha sbagliato dieci passaggi, tutti nella trequarti offensiva, a testimonianza che quando può alzare l’asticella cerca di farlo. Poi tanto c’è Nainggolan che nelle seconde palle è uno dei migliori al mondo, e passa la paura. Il ragazzo deve sicuramente migliorare alcuni aspetti del suo gioco, magari qualche lezione da Totti su come calciare dietro alla difesa può far comodo, ma stiamo parlando comunque di un ragazzo da 15 passaggi chiave in stagione a 22 anni. Materiale su cui lavorare ce n’è in abbondanza.

Se non altro perché senza Paredes sono Strootman e De Rossi ad alternarsi come vertice alto del triangolo di impostazione. Tuttavia entrambi assumono uno stampo molto conservativo anche quando il possesso è della Roma, preoccupandosi più di non prestare il fianco ad un eventuale contropiede piuttosto che muoversi senza palla per fornire un’alternativa al portatore.

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La mia faccia quando giocano entrambi

Di conseguenza, se la squadra avversaria esce molto alta, la mancanza di riferimenti per i due centrali complica molto l’uscita del pallone e spesso spinge la Roma a rifugiarsi sugli esterni. Contro l’Inter ad esempio il giocatore ad aver toccato più palloni tra i giallorossi è stato Juan Jesus, così come contro la Samp sono stati Florenzi e Bruno Peres. La concomitante presenza di De Rossi e Strootman, quindi, obbliga la Roma ad aggirare il pressing avversario orizzontalmente, dove ad aspettarli c’è il difensore più forte del mondo: il fuori.

Bisogna dire però che i terzini della Roma hanno spiccate doti associative, il che li rende utili quando il corridoio centrale è occupato dagli avversari. Specialmente Florenzi, giocando 46,6 passaggi a partita, dimostra che il gioco si può articolare anche nelle zone meno nevralgiche del campo, purché esista una valvola di sfogo (spesso rappresentata dall’esterno che viene dentro il campo o dall’onnipresente Nainggolan).

Capitan futuro-futuro ha assorbito brillantemente i concetti del terzino in fase di possesso, il problema è che sbaglia ancora la posizione quando la palla ce l’hanno gli altri, costringendo i suoi compagni di reparto a scalate improvvise e male organizzate.

La vera sorpresa del reparto arretrato romanista è però rappresentata da Fazio. L’ex Siviglia e Tottenham ha avuto la fortuna di lavorare con due maestri della fase di non possesso come Emery e Pochettino, fattore che in Serie A si nota parecchio come dicono i suoi 2,8 intercetti (migliore della rosa) e le 4,5 clearances a partita. Inoltre tra i due centrali è lui quello che si prende più responsabilità in fase di impostazione, non tanto nel numero di passaggi (Manolas ne gioca 5 in più a partita), quanto nella zona d’influenza.

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La pass map di Fazio contro l’Empoli

Non è che faciliti granché l’uscita della palla, ma è tecnicamente dotato per provare a saltare la prima linea di pressione o per andare a giocare dove c’è meno densità. In campionato soltanto Fiorentina e Napoli hanno valori più alti di possesso palla; di conseguenza se questo possesso è di qualità la Roma può sfruttare le illimitate potenzialità offensive, senza subire troppe transizioni negative (vero tallone d’Achille della retroguardia di Spalletti).

Dopo l’incubo del preliminare di Champions in parecchi si aspettavano l’ennesima versione della Roma schizofrenica e invece attualmente è una squadra in grado di imporre il proprio gioco, fluida ma non speculativa (a dispetto di quello che si poteva credere dopo la perdita di Pjanic).

Nonostante un’infermeria quasi sempre affollata Spalletti non ha mai voluto rinunciare al suo credo tattico, adattandosi alle situazioni della singola partita senza però stravolgere lo spartito iniziale. L’unico che finora ha dimostrato di viaggiare su frequenze diverse è Francesco Totti, colui che cambia le dimensioni del campo a piacimento, spostando il centro gravitazionale sulla tomaia del suo scarpino destro.

Roma 3-3 Austria Wien | Highlights & All Goals | Europa League | 20/10/16

In un contesto tattico del genere, il 10 della Roma è meglio spendibile a partita in corso dove può far viaggiare l’immaginazione dei tifosi con passaggi che assomigliano di più ad una pennellata di Kandinsky che a un gesto prettamente calcistico. Che sia l’ultima stagione o meno del capitano giallorosso, la squadra ha il dovere di concedergli un’ultima rincorsa verso quel gagliardetto ormai troppo ingiallito dal tempo.

Battere una Juventus che ancora deve emergere nella sua versione migliore non sembra essere cosa di questo mondo. Arrivare alla partita dello Stadium con questa classifica susciterebbe la fantasia di tanti che aspettano la consacrazione di una squadra abbonata ai vertici della classifica, ma mai abbastanza pronta da arrivare in cima. Negli ultimi anni si è sempre data la colpa all’ambiente oppressivo della capitale, ma a sentire Spalletti è l’ennesima scusa per legittimare il dominio bianconero. Il tecnico di Certaldo sembra essere stufo, adesso però bisogna passare dalle parole ai fatti.