Di Massimiliano Iollo

Se proprio dovessi usare un termine per descrivere tout-court Stefano Pioli, probabilmente userei «normalità».

Pioli è un uomo normale, che fa dell’efficacia e dell’essenzialità le sue cifre stilistiche e caratteriali. Neanche nei momenti di ilarità e di rilassatezza – quando la tensione della panchina è allentata al massimo – pare essere capace di uscire dal personaggio e dare l’impressione di qualcuno che da un momento all’altro possa lasciarsi andare a qualche atteggiamento fuori dagli schemi. Non avesse fatto il calciatore prima e l’allenatore poi, scommetto che sarebbe diventato uno dei tanti operai metalmeccanici che al sorgere del sole si avviano verso enormi capannoni fumanti, in cerca della forza per poter arrivare alla pensione con il dolore alla schiena meno acuto possibile.

La discreta capacità di saper stare nel rettangolo verde, però, gli ha aperto altre porte. Il suo nome è comunemente associato alla Lazio e al Bologna, ma prima della squadra biancoceleste e dei felsinei, c’è stato molto altro.

Ricordando vagamente e con meno appeal narrativo la parabola di Maurizio Sarri, Stefano Pioli ha dovuto ingoiare parecchi bocconi amari prima di trovare un po’ di tranquillità e ricevere quei giudizi positivi che ne riconoscessero l’impegno e le capacità con cui porta avanti le sue giornate da mister. Cacciato da Modena e Sassuolo, il primo a credere veramente in lui è stato Enrico Bondi – presidente del Parma all’epoca – offrendogli la possibilità di sedersi sulla panchina della sua squadra del cuore.

Tre vittorie in tutto il girone di andata, una squadra tatticamente allo sfascio e l’eliminazione in Coppa Uefa furono motivi abbastanza validi che portarono il nuovo proprietario Tommaso Ghirardi ad indicargli la via d’uscita del centro tecnico di Collecchio, per affidarsi a ben più sagge mani come quelle di Claudio Ranieri.

La stessa fiducia la ritroverà qualche anno dopo sempre in Emilia – a Sassuoloscrollandosi di dosso l’etichetta di perdente (alla luce dei fallimenti con Grosseto e Piacenza) e trascinando i neroverdi alla finale play-off persa contro il Torino, salvo poi dimettersi per la ghiotta tentazione di prendere l’ascensore, comunque arrivare in Serie A e mettersi alla guida della squadra “normale” per eccellenza: il Chievo.

A Verona, visto l’ambiente, ebbe per la prima volta la tranquillità di guardare negli occhi i suoi collaboratori e buttare giù un piano tattico in base alla squadra datagli in dotazione da Campedelli. Chiarita la titolarità di due colonne come Stefano Sorrentino in porta e Sergio Pellissier in attacco, Pioli disegnò un 3-5-2 in cui di vitale importanza era il lavoro degli esterni difensivi e delle mezz’ali. La durezza dei tre centrali di difesa faceva il paio ai polmoni instancabili di Sardo e Costant e alla versatilità di Gelson Fernandes e Bogliacino. I veronesi difendevano in cinque – sei con l’apporto del mediano – ed attaccavano in cinque.

Roba da mandare in estasi Oronzo Canà e fuori di testa le grandi che persero tutte punti al Bentegodi, rispolverando l’espressione old school de “La Fatal Verona, riferita non più soltanto all’Hellas. Il Napoli in particolare non riuscì a trovare il bug nel sistema architettato da Pioli, perdendo malamente entrambi i confronti. A fine stagione la classifica sorrise al Chievo, piazzatosi 11esimo e con la quarta miglior difesa del campionato, testimoniando come un uomo normale, in una città normale, in una società normale, ha alte probabilità di successo.

Uscito dalla comfort zone di Verona, Pioli accettò di sottoporsi alla terapia Zamparini, interrotta per volere del patron rosanero dopo neanche due mesi per una qualificazione in Europa League buttata al vento contro gli svizzeri del Thun.

Il ritorno alla normalità avvenne in Emilia. Ad Ottobre inoltrato, il board del Bologna mise alla porta Pierpaolo Bisoli e cercò di salvare il salvabile, ingaggiando il normalizzatore Pioli in un momento di terribile confusione tra le mura dello spogliatoio e degli uffici della dirigenza. Come col Chievo, Stefano Pioli ripartì dalle fondamenta, dando solidità a una difesa che iniziò a lavorare a quattro ma che finì per scendere in campo quasi sempre con uno schieramento a tre – protetta dai muscoli di Diego Pérez e Mudingayi – lasciando il lavoro offensivo alle due punte e perdendosi tra le braccia del talento di Gastón Ramírez.

Quell’effimera ed ingannevole stagione in cui sembrava che Gaston Ramirez potesse dominare l’Italia

In due anni e mezzo, complice anche la lucida normalità tattica e mentale di Pioli, il Bologna dormì sonni tranquilli. I problemi iniziarono in concomitanza con l’ennesimo tentativo “pirandelliano” del tecnico di uscire dalla figura di normalizzatore, e di entrare nell’ordine di idee di doversi mettere al passo coi tempi iniziando ad avere come orizzonte/obiettivo non la linea del centrocampo, ma l’area di rigore avversaria. Nell’esatto momento in cui Pioli abbandonò i suoi princìpi per iniziare un percorso che l’avrebbe portato ad essere l’allenatore di una squadra dall’identità moderatamente offensiva – o comunque non più basata su occupazione degli spazi e ripartenze verticali – iniziarono i problemi.

Il 4-2-3-1 con in campo almeno tre giocatori proiettati all’attacco, fece tutt’altro che bene a Gilardino e compagni. Una sola vittoria nelle ultime dieci giornate del campionato 2012/13 e solamente tre nell’intero girone d’andata del campionato successivo, gli valsero un meritato esonero.

Poi è arrivata la Lazio, è arrivato Lotito, ed è tutta storia recente. In biancoceleste Stefano Pioli è rimasto l’uomo normale di sempre, ma tatticamente si è scrollato di dosso l’etichetta di prudente o speculativo. La sua Lazio è scesa spesso in campo con un 4-3-3 (mascherato da 4-5-1 in fase passiva a seconda della presenza o meno di Mauri sulla trequarti) con la novità di un giocatore tecnico e d’impostazione in mediana, Lucas Biglia, in totale rottura col passato.

In maniera semplicistica, l’idea tattica dello Stefano Pioli 3.0 potrebbe essere riassunta con la novità dell’impiego di due esterni difensivi con attitudini offensive (a Lotito venne espressamente richiesto l’ingaggio di Dusan Basta dall’Udinese), del “volante” davanti alla difesa, di due giocatori di sostanza a centrocampo che partecipino attivamente alle due fasi di gioco, di un’ala vecchia maniera e di una seconda punta atipica a supporto di una prima punta, che possa anche permettersi il lusso di partecipare poco allo svolgimento dell’azione “limitandosi” a vestire i panni sia di finalizzatore che di creatore degli spazi da attaccare con gli inserimenti verticali delle mezz’ali (Parolo) o i tagli degli esterni offensivi (Felipe e Mauri).

Il gol-manifesto del 4-3-3 laziale di Pioli: creazione del vuoto centrale, costruzione dei triangoli in fascia, inserimento verticale nello spazio della mezzala. Brozovic, annota sul tablet.

Tutto ciò fa da contraltare a chi afferma che Pioli non sia in grado di gestire una squadra di medio-alto livello perché incapace di “sopportare” il peso delle competizioni intercontinentali, di applicare il turnover con raziocinio e di giocare sull’avversario piuttosto che badare alla propria proposta di gioco. E questa teoria è tutt’altro che campata in aria, almeno se si confronta la prima stagione di Pioli in biancoceleste con la seconda.

Durante il suo primo anno – senza l’impegno della Champions o dell’Europa League – la Lazio è stata la seconda squadra con più vittorie (21), seconda per gol segnati (71) e terza per reti subite (38), ottenendo a fine stagione la qualificazione ai play-off di Champions ai danni del Napoli e arrivando fino alla finale di Coppa Italia, poi persa contro la Juventus.

Il secondo anno invece è iniziato e proseguito in modo totalmente diverso. Complice la cocente eliminazione dalla Champions per mano del Leverkusen ed il conseguente impegno di Europa League al giovedì, al traguardo intermedio della pausa natalizia la sua Lazio galleggiava tra parte destra e sinistra della classifica, con al passivo 24 reti e solamente 3 punti raccolti contro le dirette concorrenti per un piazzamento europeo.

Tutto questo sembra aver convinto il comparto sportivo della dirigenza interista, deciso ad ingaggiare un uomo normale dopo il ciclone De Boer, e a mettere il nome di Pioli in cima alla lista dei candidati allenatori della squadra. La sua praticità e la maggior conoscenza, per forza di cose, del campionato italiano, sembrano le carte vincenti per aggiudicarsi le chiavi della Pinetina.

Tatticamente, se vorrà riproporre il suo 4-3-3, nella nuova Inter potrebbero ritrovare spazio elementi fino a ieri ai margini come Kondogbia in mediana o in ballottaggio come Ivan Perisic (utilizzabile sull’esterno con compiti di seconda punta) per l’attacco. Allo stesso tempo, verrebbero messe ulteriormente in discussione le posizioni di numerosi giocatori ad oggi oggetti misteriosi della rosa. Stefano Pioli potrebbe vedere in Éver Banega l’ideale erede di Lucas Biglia come equilibratore e leader dei tempi di gioco, con la notevole differenza che l’ex Sevilla non ha mai giocato da numero 4 puro ma spesso in posizione da 8 e come playmaker a tutto campo.

Avvenisse la trasformazione, a catena, nascerebbero problemi di collocazione per Gary Medel (troppo poco tecnico per essere schierato oltre la prima linea), Felipe Melo e Kondogbia. Se venisse confermata la fiducia in Antonio Candreva – con cui pare abbia qualche grana irrisolta dai tempi della Lazio -, cosa ne sarà poi di Gabriel Barbosa? Se l’Inter uscisse dall’Europa League a breve, Gabigol potrebbe vedere il campo meno che con De Boer. Avrebbe Pioli la capacità di coltivare e gestire un talento acerbo quanto lunatico come l’ex Santos? Anche in questo caso restano alcuni dubbi, per quanto il modulo di base possa aiutarlo.

Ad ora, di certo, c’è solo che dopo i molti nomi passati al vaglio dalla dirigenza interista in una sorta di reality su chi potesse conquistare il trono della Pinetina, Pioli, nonostante sappia di non scatenare la fantasia dei tifosi e di non essere la primissima scelta della dirigenza, è pronto a mettersi in gioco nel complesso scenario di una big del campionato.

La domanda più impellente, che molti si stanno ponendo nelle ultime ore, è se basterà un’iniezione di normalità per salvare l’Inter o se questa caratteristica rimarrà il limite più grande di Stefano Pioli. I prossimi mesi trasformeranno in esclamativi tutti i punti interrogativi che aleggiano sulla vicenda. E specialmente sulla travagliata, anomala stagione interista.