Adem Ljajić ha appena compiuto venticinque anni. Ci si aspetta sempre molto da un giocatore tecnico come lui, eppure spesso, in passato, non è sceso in campo il calciatore serbo ma il suo “doppio”: un artista svogliato, sfacciato nella sua indolenza, che non si applica e non ha voglia di dimostrare il suo valore. Le progressioni palla al piede e il destro magico non bastano a nascondere un’immaturità che si riflette nelle prestazioni, nei momenti in cui si assenta dalla partita e smette improvvisamente di incidere.

Quando il Torino lo ha comprato quest’estate, l’acquisto più oneroso della gestione Cairo è diventato la punta di diamante di una squadra che vuole ammirare soltanto la sua parte migliore. Al comando, un allenatore che lo conosce bene e del quale parleremo più avanti, il connazionale Siniša Mihajlović.

Per Ljajić l’inizio della stagione 2016/17 non è esaltante. Due spezzoni di partita interrotti da altrettanti infortuni. Il secondo, contro il Bologna, è quello più preoccupante: lesione muscolare alla coscia sinistra. Adem esce dal campo disperato, con le mani che nascondono il viso.

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Se guardiamo al passato, però, è stata proprio una partenza difficile a farlo conoscere al calcio che conta. Un giovanissimo Ljajić stava facendo intravedere le sue potenzialità nel Partizan Belgrado, quando arriva l’occasione di una vita: il Manchester United, che lo mette sotto contratto. La strada verso una carriera ai vertici sembra spianata, ma gli inglesi ci ripensano, decidono di puntare su altri giocatori e fanno crollare le speranze del ragazzo. A quel punto entra in scena Pantaleo Corvino, rabdomante sempre alla ricerca di talenti, che lo porta alla Fiorentina. L’ambientamento è difficile, ma l’arrivo di un allenatore che parla la stessa lingua, Mihajlović, lo aiuta a cogliere le prime soddisfazioni.

Quando segna il primo gol in maglia viola, su rigore contro la Lazio, i riccioli che quasi gli coprono gli occhi sono da ragazzino, la freddezza e la tecnica con le quali mette la palla in fondo al sacco da predestinato. È campione e bambino al tempo stesso, avviluppato in un dualismo inestricabile che non lo vuole abbandonare.

Mihajlović sa alternare il bastone e la carota, redarguisce Adem per i suoi eccessi a base di Nutella e Playstation però si adegua alla sua natura indecifrabile, mentre chi lo va a sostituire nella stagione successiva preferisce usare le maniere forti. Ljajić ci mette del suo provocandolo con un applauso ironico, ma il suo nuovo allenatore Delio Rossi perde completamente il controllo dei nervi e anche la panchina viola. Stavolta la natura del doppio si manifesta forte nella persona deputata a mantenere il controllo di sé e degli altri dentro e intorno al rettangolo di gioco, una guida che appare come un inappuntabile Jekyll ma soccombe improvvisamente a un Hyde che deve sfogare le sue frustrazioni.

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Le cose non vanno meglio per Ljajić, che finisce fuori rosa. La stagione successiva, però, tutto cambia con una velocità incredibile. Grazie a Vincenzo Montella, Ljajić si avvicina alla porta e la buca undici volte in campionato. Inserimenti, punizioni, segna in tutti i modi, perfino di testa, dimostrando che il suo problema non sarà mai tecnico, ma solo una questione di attitude. Proprio quando il giocatore sembra aver trovato l’allenatore in grado di capirlo e di farlo rendere al massimo, la rottura improvvisa. Il contratto con la Fiorentina non soddisfa il suo doppio inquieto, e il ragazzo se ne va a Roma abbandonando chi aveva creduto in lui.

Si fa sul serio

Torniamo al 2016. I tempi di recupero dopo l’infortunio sembrano allungarsi molto, invece il 2 ottobre rieccolo di nuovo in azione, partita dell’ex proprio contro la Fiorentina. Tanti ricordi gli avranno attraversato la mente nella mezz’ora in campo: non sprigiona nessun lampo, non è ancora tempo.

Il momento giusto arriva quando si gioca a Palermo, il Torino subisce subito un gol ed è in difficoltà. Ljajić prende palla vicino al vertice destro dell’area di rigore: è solo, i difensori avversari si sono dimenticati di lui. Stoppa la palla con la suola e la sposta in avanti con un unico movimento, alza la testa per una frazione di secondo a guardare la porta, poi colpisce il pallone di collo destro. Botta secca sotto l’incrocio dei pali, la sua modalità di tiro preferita messa in atto con una facilità di esecuzione disarmante.

Non è finita. Passano quindici minuti, un cross di Zappacosta lo cerca sul secondo palo. Stavolta la difesa del Palermo è più attenta, Adem la stoppa elegantemente col petto, sembra non avere lo spazio che gli serve per essere pericoloso. Decide di crearselo, e gli basta un leggero tocco di esterno per mettere la palla nella posizione giusta, dove chiede solo di essere colpita. Il difensore che lo marca, Vitiello, non fa in tempo a intervenire, anzi si china in avanti, in quello che sembra un gesto di deferenza verso l’avversario ma è solo incapacità di adeguarsi alla velocità dell’azione. La palla si è già infilata in rete vicino al palo lontano, Ljajić esulta coi compagni.

La giornata seguente è ancora quella di Adem: si gioca contro la Lazio, squadra contro la quale è abituato ad esaltarsi.

Nel primo tempo ecco una classica azione alla Ljajić, progressione con pallone incollato al piede da sinistra verso destra, sterzata con tocco morbido d’esterno per evitare un avversario, tiro da fuori area che per un soffio non trova la porta: una giocata eseguita con estrema naturalezza, quasi fosse parte della memoria ram del serbo. Nel secondo tempo solo una punizione centrale che non impensierisce Marchetti. La partita sta per finire senza un acuto del nostro, che decide di svegliarsi. Avversario dribblato al limite dell’area, in un fazzoletto, con un movimento di gambe incredibile. Poi il tiro, che incontra il braccio di Parolo sulla sua strada. Rigore.

Va lui, il portiere si tuffa e lui la mette al centro della porta. Pareggio al 92°. Ancora un rigore contro la Lazio, dopo il primo gol in A passando per quello, importantissimo, nel derby alla sua prima stagione in giallorosso.

Torniamo ancora al passato. L’addio alla Fiorentina si è appena consumato, ma l’inizio alla Roma nel 2013 è travolgente. Gol all’esordio e soprattutto il gol nel derby che, nelle parole del suo allenatore Garcia, rimette “la chiesa al centro del villaggio”. Poi, una prestazione deludente dopo l’altra, il doppio indolente torna a manifestarsi. Il ragazzo viene accusato di scarso impegno, il minutaggio diminuisce e così le speranze di una stagione all’altezza di quella esaltante con la Fiorentina di Montella.

La stagione 2014/15 a Roma è difficile da decifrare. Con otto gol è capocannoniere giallorosso in Serie A insieme a Totti, purtroppo nel girone di ritorno le sue prestazioni sono opache come quelle della squadra e a minare il suo rendimento ci sono anche problemi fisici. Nell’ultimo giorno di mercato, un altro cambio di rotta, stavolta in direzione Milano.

All’arrivo nella squadra nerazzurra fatica, poi sfodera una prestazione di qualità e di sacrificio proprio contro la Roma, mostrando concentrazione per tutto l’arco della gara e un’abnegazione sorprendente per chi è abituato a prendersi delle “pause di riflessione” troppo frequenti. L’idillio però dura poco, e tra una condotta non esemplare e l’ennesimo calo di rendimento, un altro addio si avvicina. Sarà il Torino la nuova meta, una squadra meno ambiziosa delle precedenti ma dalla grande tradizione.

Luci dopo San Siro

Mercoledì 26 ottobre 2016, il Meazza si conferma luogo inospitale per Ljajić. L’esperienza interista si è conclusa male, poi, al ritorno a Milano in questa stagione, l’infortunio alla prima giornata. Nella serata di fine ottobre la scena se la prendono i bomber, Belotti e Icardi, in una partita costellata dagli errori delle difese. Il match finisce con il serbo costretto a scappare negli spogliatoi con il mal di pancia, una conclusione degna della serataccia della squadra.

Cinque giorni dopo, a Udine, si riparte. Il primo gol nasce da una percussione centrale di Ljajić, che consegna il pallone a Belotti dopo un magnifico cambio di direzione. Il Gallo poi è bravo a immaginarsi un filtrante fantasioso, e Benassi può portare avanti il Toro. Poco dopo è Adem a fare da ispiratore per Belotti, che però spreca il suo assist. Ancora una volta la partita diventa una situazione da raddrizzare, e con l’Udinese in vantaggio di un gol Ljajić deve inventarsi qualcosa dal nulla. Lo fa con un sinistro a giro, dopo un guizzo di velocità in area a disorientare la difesa friulana.

La partita seguente contro il Cagliari lo vede tornare a un’esecuzione classica del suo repertorio. Cambio di direzione con l’esterno e tiro di collo dal limite dell’area, naturalmente partendo da sinistra. Storari è colpevole. Poco importa ormai, la palla è già nel sacco. Fanno otto presenze e cinque gol, in quella che si prospetta come la sua migliore stagione in Serie A.

Secondo Edgar Allan Poe, eliminare il doppio vuol dire anche suicidarsi, come accade al suo personaggio William Wilson, che nel racconto omonimo elimina il suo doppio condannando così anche se stesso. Per Ljajić si prospetta una fine meno angosciosa, per lui liberarsi dal doppio vuole dire esprimere finalmente tutte le sue potenzialità, diventare l’uomo e il giocatore che tutti pensavano potesse diventare. Ljajić è finalmente arrivato, quando tutti si erano ormai stancati di aspettarlo.

Nessuno è profeta in patria

Quello tra Adem e la Nazionale serba è un rapporto travagliato. E non potrebbe essere altrimenti, con il nome che porta. A questo punto della storia non è così sorprendente scoprire che anche il suo nome sta a indicare un’ambivalenza. Il nome Adem e il cognome che finisce in “ić” indicano che i suoi genitori sono bosgnacchi, vale a dire bosniaci convertiti all’Islam durante l’occupazione ottomana in Bosnia.

Ljajić è nato a Novi Pazar, città fondata nel 1455 dai turchi sulla strada che collegava Costantinopoli a Ragusa, l’odierna Dubrovnik. Con la disgregazione della Federazione Jugoslava del 1991, la regione del Sangiaccato, zona di confine della Serbia con il Kosovo in cui si trova Novi Pazar, si ritrova in territorio serbo. Ancora oggi le minoranze che abitano il Sangiaccato contestano il governo di Belgrado perché si sentono discriminate. Con queste premesse, non stupisce scoprire che Ljajić abbia avuto sempre difficoltà a sentirsi parte integrante della Nazionale del suo paese.

La prima convocazione, nel 2010, arriva grazie al suo sponsor principale in quel momento, Siniša Mihajlović, il suo allenatore alla Fiorentina. Il rapporto tra i due a Firenze è buono, Siniša gli insegna a calciare le punizioni, ma presto Mihajlović deve lasciare il posto a Delio Rossi. Lui e Ljajić si incontrano di nuovo quando Siniša diventa il nuovo commissario tecnico della Serbia. Mihajlović, serbo nato in Croazia e nazionalista convinto sia ai tempi di Tito che durante e dopo la guerra, ha vissuto insieme alla sua famiglia il trauma della dissoluzione della Jugoslavia, simboleggiato dalla Nazionale che non si riconosceva più nell’inno comune.

Prima dell’amichevole contro la Spagna, la prima partita da tecnico della Nazionale, Mihajlović fa firmare un foglio con le regole che devono essere osservate dal gruppo, una di quelle è cantare l’inno serbo. Guardando la registrazione della partita, l’allenatore vede Ljajić chinare la testa senza muovere le labbra.

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I due si parlano, Ljajić ammette di non avere alcuna intenzione di pronunciare quelle parole prima delle partite. Se leggiamo il testo, non è difficile capire il motivo: il Dio a cui fanno riferimento le strofe della canzone è quello del cristianesimo ortodosso, religione molto lontana dalle credenze di Adem.

Mihajlović capisce la situazione, ma non può perdere la faccia di fronte a tutti e tornare sui suoi passi per trovare un compromesso. I due avranno poi modo di ricucire il rapporto, tanto è vero che sarà Siniša uno dei più convinti nel portare Adem a Torino. Sulla questione dell’inno però Ljajić non ha mai cambiato idea, e il suo esilio dalla Nazionale si concluderà solo nel 2014.

Anche al suo ritorno, dopo l’addio di Mihajlović alla Serbia, le cose non andranno per il meglio. Il selezionatore Advocaat avrà da ridire sul suo impegno e lo escluderà di nuovo, anche perché Ljajić aveva mostrato il suo doppio svogliato in allenamento e aveva anche litigato con il capitano Ivanović. Con Radovan Ćurčić le cose miglioreranno e arriveranno anche i primi gol, ma i risultati della squadra non si dimostreranno all’altezza delle aspettative.

Nel maggio 2016 si materializza l’ennesimo cambio di allenatore, un cambio che stavolta sembra dare dei buoni frutti. Il nuovo commissario tecnico, Slavoljub Muslin, è partito benissimo, in questo momento la Serbia è dietro solo all’Irlanda nel gruppo di qualificazione per i Mondiali, ma soprattutto è una squadra con un’identità precisa, che sa cosa deve fare in campo.

Muslin ha messo al centro del progetto Dušan Tadić, escluso dall’ex Ćurčić nelle amichevoli di marzo e diventato ora playmaker offensivo imprescindibile. Per Ljajić la situazione sembra essere meno idilliaca. Adem è stato chiamato per la partita d’esordio di Muslin, poi più nulla. In vista delle partite contro Galles e Ucraina è stato convocato addirittura Aleksandar Pešić, che al momento all’Atalanta sta scaldando la panchina.

Non è chiaro se i motivi dell’esclusione siano una prudente attesa per non rovinare il “giocattolo” guidato dalle intuizioni di Tadić, che sta facendo molto bene nel tridente con Mitrović e Kostić, o magari la percezione che Ljajić sia ancora un corpo estraneo rispetto al gruppo. Il futuro svelerà quali sono le vere motivazioni di questa sorprendente esclusione. Se è solo questione di tempo prima che arrivi un’altra convocazione, Ljajić avrà l’opportunità di esprimere le sue qualità sia con la Serbia che con il Torino, in un ruolo, doppio, che stavolta dovrà essere una dimostrazione di forza e non un imperdonabile spreco di talento.