19 min read

Thomas Tuchel è attualmente l’allenatore europeo Under 45 col maggiore tasso di hype, sia da un punto di vista strettamente tecnico – leggi alla voce “tattica” – che per modelli di riferimento e risultati del suo Borussia Dortmund.

In linguistica esiste il concetto di “falso amico”, riferito a quei lemmi che pur vantando una notevole somiglianza con termini di un’altra lingua hanno significati diversi. Un esempio classico è lo spagnolo “burro” che significa “asino” e che spesso è causa indiretta di tragicomici errori per un italiano in terra iberica. Lo stesso concetto si potrebbe applicare tout-court al rapporto stretto ma speculare tra il dominus del modello-Borussia, Jürgen Klopp, e l’attuale tecnico dei gialloneri, Thomas Tuchel.

Affinità-divergenze fra il compagno Klopp e me

Il rapporto tra la provincia tedesca e l’avanguardia del calcio internazionale passa obbligatoriamente dal tandem Klopp-Tuchel: entrambi, attraverso radici comuni, sono riusciti a catturare l’essenza tattica di un nuovo modello europeo filtrandolo secondo una visione personale. Ed è in questo bizzarro legame tra profonda provincia teutonica – Magonza, cuore della Renania-Palatinato – e avanguardie tattiche continentali che risiede la grandezza e insieme la difformità del duo Jürgen-Thomas.

Affinità e divergenze, come avrebbero cantato i CCCP in una pietra miliare della punk-wave. Divergenze che si esprimono plasticamente fin dal primo impatto: muscolare, adrenalinico, sorridente ed istrionico Klopp; ossuto, raccolto e iper-professionale Tuchel. Due facce della stessa medaglia, quella dell’officina tecnico-tattica del Mainz 05: trampolino di lancio per entrambi i tecnici, destinati poi a consegnare il proprio bozzetto tattico definitivo tra le mura del Westfalenstadion di Dortmund. Un percorso formativo comune, la prima reale affinità.

Ma non solo. Perché entrambi – in modi e tempi diversi – rappresentano l’emblema del tecnico della provincia tedesca dalla modesta carriera calcistica che ha dapprima maltrattato convinzioni e visioni tradizionali e poi le ha frullate in un tritatutto tattico ipermodernista: scientificamente calcolato per Tuchel, furiosamente creato ex-novo per Klopp. Due attitudini con relativi stilemi opposti che, però, partono dagli stessi assiomi: controllare ritmo e spazio. Gegenpressing per Klopp, gioco di posizione per Tuchel.

Se Klopp si è sempre definito un iconoclasta del gioco con la sua sete atavica d’intensità, ritmo e spettacolo, ben riassunta in due dichiarazioni – “Il Gegenpressing è il miglior playmaker del mondo” e “Il mio calcio è heavy metal. A me piace vedere il pallone di qua, di là, i tuffi dei portieri, pali, traverse, noi che voliamo dall’altra parte” -, Tuchel si avvicina più ad uno studioso accademico della materia: una sorta di dottorando in scienze e tecnologie applicate del calcio, con un occhio di riguardo per Pep Guardiola.

Il Borussia di Klopp e la manifestazione del gegenpressing come miglior creatore di gioco. Il possesso del pallone viene letteralmente regalato al Bayern, ma in una zona di difficile gestione: linea laterale, vicino al corner. Scatta il meccanismo della riconquista: immediato ed orientato su uomo e palla, non sulle linee di passaggio. Urgente, intenso, primordiale. Esiste qualcosa di più simile a Klopp?

Come testimoniano un paio di virgolettati datati 2010: “Credo che il Barcellona sia l’esempio migliore di come le vittorie passino da applicazione e passione collettiva, in tutte le fasi e situazioni di gioco. Guardate due campioni come Iniesta e Busquets, è la loro umiltà nell’approcciarsi al massimo livello in tutte le fasi di gioco – e soprattutto nella riconquista del pallone – a fare la differenza”.

Divergenze che si ritrovano anche nella sfera comportamentale a bordo campo: coinvolgente, adrenalinico e straripante Klopp, che vive le partite come esercizio di catarsi delle proprie paure; teso, riflessivo ed analitico Tuchel, che vive i 90 minuti come esame delle proprie teorie empiriche. Empirismo e razionalismo a confronto, allargando la metafora in campo filosofico.

…del conseguimento della maggiore età

Magonza e l’eredità del maestro Klopp come formazione iniziale al massimo livello del professionismo, e poi, seguendo un’invisibile quanto sottilmente ironica riproposizione, Dortmund come palcoscenico principale, Mecca europea dell’avanguardismo tattico e delle sue numerose correnti di pensiero. Al Westfalenstadion Tuchel ha il compito più difficile e affascinante: affrancarsi dal refrain mediatico che risuona cupo e pesante lungo il suo cammino professionale, quello che lo dipinge come una sorta di prodotto derivativo del capostipite del calcio tedesco contemporaneo di successo.

La fluidità del Borussia di Tuchel in fase di costruzione. Si potrebbe tranquillamente intitolare “Pinball Wizard”.

Tuchel sbarca nell’estate del 2015 a Dortmund e le cose, fin da subito, cambiano. Insegue e riesce a realizzare con grande maestria la sua visione personale, quel calcio che unisce insieme due avanguardie europee: quella tedesca e quella spagnola, influenzata a sua volta dal seme piantato dai pionieri olandesi in Catalogna. È un esercizio di sintesi che, come capita con tutti i creatori spinti da influenze variegate ma mossi da una precisa visione personale, partorisce un soggetto originale, inedito, futuribile. Il suo Borussia è il risultato di più campi di studio, ascendenze e applicazioni. Tuchel, nel giro di poche settimane, diventa per tutti “der FuβballWissenschaftler”, lo scienziato del calcio.

Buona parte di questo soprannome evocativo si deve al suo approccio analitico alla materia, rafforzato da un insieme di nozioni e sperimentazioni che portano il concetto di allenatore su un piano elevato, quasi complesso, in bilico tra demiurgo, statistico e scacchista. Perché le novità introdotte da Tuchel sono molte, alcune inusuali e curiose, come se si trattasse di una rivoluzione in formato Excel del gioco più popolare del mondo. Una visione che gioca con le forme, le geometrie composte, le infinite possibilità all’interno di un contesto dalla cornice rigida come quello di un semplice campo da calcio.

Tradotto: addio agli angoli. Brutalmente cancellati dai campi di allenamento della Westfalia. Il rettangolo verde, per una migliore assimilazione dei princìpi di gioco del tecnico, si trasforma in un diamante/rombo. Bizzarro, eppure straordinariamente razionale. Perché la filosofia tattica del tecnico prevede un controllo, tramite il gioco di posizione, del centro e dei corridoi interni del campo – o spazi di mezzo – ovvero delle zone statisticamente più pericolose e “spendibili” per creare un’occasione da gol e controllare il gioco, creando dei triangoli di costruzione nel centro del campo e usando le ali del suo 4-1-4-1 asimmetrico e ricco di scalate per far muovere gli avversari verso un lato, per tornare poi a colpire in porzioni di campo intermedie.

Sostanzialmente, quando l’avversario di turno crea grande densità al centro o quando lascia scoperte le ali, solo in quelle situazioni il Borussia attacca portando gioco sulle fasce tramite le sue catene laterali. E come in ogni sito geek-nerd-tattico degno di tale nome, spazio all’illustrazione esemplificativa del primo Borussia a firma Tuchel.

“Asimmetria centrale”. Così è stato ribattezzato il pensiero-Tuchel in fase di costruzione. Weigl copre, Gündogan controlla e avanza verso lo spazio in profondità, mentre Kagawa dà un’opzione per lo scarico tra le linee, scivolando verso il lato sinistro, creando superiorità e liberando gli esterni bassi. Ricorda vagamente il Barcellona di Guardiola. Chi l’avrebbe mai detto?

Gioco di posizione, rottura e riscrittura del dettame tedesco dominante, che vede nel gegenpressing e nella sua carica di aggressività l’arma su cui impostare una squadra – tratto ereditario dell’intera Bundesliga – e poi composizione di un modello ibrido, mutevole, mai dogmatico. Se Klopp è un creatore istintivo che si muove e produce pensieri tattici con la veemenza di un Lucio Fontana davanti ad una tela, Tuchel supera le convenzioni con metodo e calcolo: come un novello Kubrick che spazia tra i generi, alla ricerca della perfetta messa in quadro che possa rivelarsi la più efficace possibile.

Ma l’opera dello Scienziato non si ferma nel campo applicativo della tattica e dei sistemi di gioco. Come detto, la sua è una visione profonda, avanguardistica, perfino sperimentale. Oltre ai celebri allenamenti sul campo dalla forma romboidale e dalle diverse misure per consolidare possesso, smarcamenti e combinazioni con passaggi in diagonale o l’uscita dal pressing alto, Tuchel porta avanti altre strane forme d’innovazione. Una su tutte: costringe la linea difensiva, in particolar modo i centrali, ad allenarsi con palline da tennis strette nelle mani.

Ennesima bizzarria che farebbe pure sorridere, non fosse partorita in funzione di un miglioramento globale del difensore: scoraggiare fin dall’allenamento l’uso delle mani, soprattutto nel contatto con la maglia del diretto avversario, per diminuire drasticamente il numero di punizioni e cartellini.

Fascia, centro, movimenti tra le linee, salto della linea di pressione, creazione dello spazio sul lato debole e attacco di quest’ultimo in superiorità. Sembra del tutto naturale. Lo è grazie a un perfetto sincronismo collettivo di tempi, smarcamenti, scalate e letture.

Insomma, la visione di Tuchel è sfaccettata e va dai metodi di allenamento fino allo studio di statistiche avanzate – come l’analisi dell’efficacia del “tiro in porta” in rapporto alla distanza e alla posizione del giocatore – per proseguire in ambito psicologico e cognitivo, studiando vari metodi di apprendimento concettuale. Nel mezzo, c’è pure una laurea in Economia Aziendale appesa in camera, un anno sabbatico passato a studiare modelli statistici da poter applicare al calcio e un aggiornamento continuo nel campo della scienza dell’alimentazione.

È forse il più brillante e paradigmatico allenatore della new-wave tedesca, quell’opera di profondissima rifondazione che prese il via all’indomani del Mondiale del 2002 e che oggi non conosce uguali per qualità e quantità di nuovi tecnici professionisti – o sarebbe meglio dire manager – formati in rapporto all’età media (scandalosamente bassa).

The Man-Machine?

In una regione prevalentemente industriale, ma al tempo stesso proiettata nello sviluppo di tecnologie all’avanguardia applicate in più campi, Thomas Tuchel sembra perfettamente a suo agio. Ideale prosecuzione e insieme upgrade di quella corrente sperimentale che 20 chilometri a est di Dortmund sconvolse il panorama musicale europeo tra la fine degli anni ’60 e i primi ’80, conosciuta col nome di krautrock. Kraftwerk, Neu, Cluster: band di straordinaria importanza per il futuro sviluppo di pop, rock e dei mille sottogeneri che li caratterizzano. Di più: veri e propri influencer, che spostarono in avanti la concezione stessa della creazione di un’armonia allargando le sonorità con l’introduzione dei primi sperimentali synth.

Traslando la parabola al calcio europeo, quello che queste band hanno preconizzato creando sonorità moderne, originali e riconoscibili e mischiandole con un’estetica essenziale, fredda e stilizzata – quasi da galleria d’arte moderna -, può vagamente ricordare l’opera di creazione di Tuchel applicata al calcio tedesco. Un’opera mai immobile, costantemente in divenire, aperta a migliorie e sperimentazioni d’ogni sorta; eppure lucida, essenziale e geometrica nell’applicazione dei suoi princìpi-base sul campo.

Come se si trattasse di una derivazione postuma dell’album capolavoro The Man-Machine, perfettamente rappresentato da una cover iper-modernista con richiami al passato. Credo che se fosse nato 30 anni prima, probabilmente Tuchel sarebbe finito nel Kling-Klang studio dedito alla ricerca di nuove sonorità da proporre su scala globale.

E ora ditemi se Tuchel non sembra fuoriuscito da questa cover…

È in questo humus tipico della Germania sperimentatrice di nuove tecniche e tecnologie applicate che la creazione dello Scienziato si conferma avanguardia calcistica da sviscerare nelle sue intuizioni e nei dettagli più minuziosi. Come una piccola forma d’arte in movimento. I gialloneri di Tuchel, dopo una sorprendente annata di ricostruzione chiusa da protagonisti alle spalle del cannibale Bayern, oggi si confrontano con un campionato sempre più ricco di tecnici giovani, preparati ed innovativi – leggi alla voce Julian Nagelsmann: 29enne, terzo in classifica con l’Hoffenheim e “allievo” di Tuchel – e veleggiano al primo posto nel girone di Champions.

Un risultato invidiabile, considerate le premesse post-apocalittiche del dopo Klopp: squadra quasi retrocessa, uomini chiave ceduti o fisicamente logori. Un nuovo regno che ha spalancato le porte a clamorosi ritorni: su tutti, il figliol prodigo Götze. E alla costruzione di un modello fluido, capace di fare a meno di giocatori chiave del calibro di Gündogan, Mkhitaryan e Hummels. Il Borussia 2016/17 di Tuchel è l’ennesima evoluzione della specie. Un’evoluzione rapida, mimetica e coerente perché basata su una chiara visione generale, del campo come del lavoro.

Tiki-Tuchel

Il dettaglio affascinante del Dortmund 2016/17 risiede nella possibilità di osservare la trasposizione plastica del pensiero del coach in un team, per la prima volta, costruito seguendo le sue indicazioni. E fin da subito due caratteristiche rubano l’occhio: la sagoma romboidale del Borussia e l’abbassamento del contagiri dell’intensità del gegenpressing, caso raro in Bundesliga e ancor di più all’ombra del Westfalenstadion. Insieme ad un’adattabilità alla singola gara che ricorda da vicino la scuola tattica italiana.

La passmap del Borussia nel 2-2 di Champions contro il Real Madrid. Rombo power. A parte quel magnifico elemento di disordine che è Dembélé.

Come è facile notare, la struttura in fase di possesso del Dortmund sembra fuoriuscire direttamente dal subconscio tucheliano: quella dimensione parallela dove s’incrociano vettori, diamanti e rombi, che finiscono per tratteggiare “codici di geometrie esistenziali”, come quelli cantati un tempo da Battiato. Al centro di questi si staglia una giovane figura: Julian Weigl. Catalizzatore e distributore di gioco dei gialloneri, con una personalità e un’accuratezza nelle giocate da far impallidire qualsiasi pari-ruolo europeo. Soprattutto considerando la sua data di nascita: 8 settembre 1995.

Weigl è la figura chiave del Tuchel-pensiero e dopo aver guadagnato i galloni di titolare a scapito di Bender, ha giocato un campionato di straordinario rendimento nel ruolo più delicato per una squadra con una proposta posizionale così avanzata. È il vero decision-maker dei gialloneri: allarga e stringe il campo, non sbaglia mai (e per mai è da intendere veramente mai: 91,9% di pass accuracy, primo in Bundes sopra un monumento come Xabi Alonso), e soprattutto ha un senso della posizione e della giocata in rapporto al momento specifico senza uguali. È insomma il talento perfetto per esaltare – ed essere esaltato da – il sistema-Tuchel.

È un altro aspetto affascinante di quello che in Germania è stato ribattezzato tiki-Tuchel, una proposta di gioco che riesce ad adattarsi a cambiamenti di mercato e assenze di uomini-chiave lanciando nella mischia giovani di prospettiva plasmando una proposta di gioco flessibile ed accurata. Senza timori riverenziali o tipici ritornelli nostrani ripetuti come mantra “troppo giovane per…”, “rischia di bruciarsi”.

Perché, in fin dei conti, quella di Tuchel è una visione collettivista, dove l’uno e il collettivo si fondono e dove l’affermazione del primo è subordinata alla tenuta del secondo. Weigl è la rappresentazione plastica di questo assioma. Il prodotto più riuscito grazie alle sue doti innate, ma anche alla rigorosità con cui riesce a mettere in pratica un copione di giocate basato su essenzialità ed efficacia collettiva.

weigl

Un piccolo esempio dell’intelligenza e delle doti tecniche di Weigl. Contro il Darmstadt, che fa grande densità nelle zone centrali, Weigl riceve palla e anziché cercare uno scarico veloce sul terzino, attrae volutamente su di sé la pressione di 3 avversari prolungando il possesso. Così facendo libera un corridoio attraverso cui servire un 2 vs 1 sulla fascia.

In altre parole: siamo davanti ad un’eccellenza formativa, oltreché puramente tattica. Un altro simbolo dell’efficienza del sistema è un ex desaparecido milanista, che non ha mai debuttato in Serie A: Pierre-Emerick Aubameyang. Sul gabonese si potrebbe aprire una parentesi senza fine, ma sintetizzando la questione basta accennare che dall’arrivo di Tuchel a Dortmund – statistiche alla mano – il centravanti si è trasformato in una macchina da gol ed occasioni create per i compagni.

Impossibile anche solo pensare un giocatore più adatto e funzionale al sistema-Tuchel. Rapidissimo, completo, affamato, giovane ma già plasmato dalla scuola-Klopp, rapace nella finalizzazione, eppure straripante per atletismo e capacità di estrarre anche giocate raffinate nei 90 minuti. Aubameyang è il nuovo profeta giallonero in tacchetti: una media di un gol o un assist ogni 67 minuti nel 2015/16 parla per l’ex enfant-prodige dell’Africa nera. Quello che ha preso la carriera come un bildungsroman dalle lunghe pause e dall’improvvisa consacrazione, piegando il tempo al suo volere: sballottato tra Francia, Milanello e Germania in attesa di una fiducia che tardava sempre ad arrivare.

Se oggi i numeri alla voce realizzazioni lo collocano sopra un moloch come Lewandowski, buona parte del merito va anche allo Scienziato e al suo oliato meccanismo tattico, che – tra i molti aspetti studiati a fondo – pone la qualità delle palle gol prodotte come zenit degli schemi offensivi. Aubameyang, nonostante piccoli screzi da primadonna e qualche alzata di cresta da poser gangsta-rap, rimane la valvola di sfogo dell’industria giallonera, che occupa spazi e domina il campo come pochissimi altri.

E in questa stagione, se possibile, la consuetudine si è trasformata in vera e propria dipendenza: il gabonese viaggia con uno score di 12 reti in 10 presenze in Bundes e 3 gol in 3 partite in Champions.

E se inizia anche ad infilare gol così, diventa un problema serio…

Il soprannome che circola tra i tifosi del Borussia, Batmobile, rimane il più adatto per descrivere caratteristiche ed impatto di un centravanti che viaggia a velocità forsennata negli spazi della Bundesliga strappando le partite come un tessuto logoro. Oltre ad Aubameyang è d’obbligo citare un talento come Pulisic, ala destra classe ’98 che sta incenerendo gerarchie e timori reverenziali grazie all’alta formazione nell’Università di Tuchel.

Ma oltre tattiche sofisticate e continuo perfezionamento sia tecnico che professionale, il tecnico tedesco ha dovuto affrontare anche l’essenza di un gioco umano e quindi mai esatto: quel mix di irrazionalità, emozionalità e significati che vanno oltre i numeri del campo, e che l’ha messo davanti alla serata più inspiegabile della carriera: l’incrocio col Liverpool di Jürgen Klopp.

21st Century Schizoid Man

Il quarto di finale di Europa League del 2016 è stato sotto molteplici aspetti un evento unico. Uno di quelli che contribuiscono a formare una narrativa epica dello sport pop per eccellenza. Il ritorno di Klopp a Dortmund, il traguardo della semifinale, la prima sfida europea dall’alto coefficiente di difficoltà per Tuchel, due stadi dall’alone mitologico. Passato, presente e futuro. Una sorta di derby d’Europa.

L’andata dei quarti di finale si gioca al Westfalenstadion ed è emozionante sotto più punti di vista: dal ritorno del grande ex nel “suo” stadio al quasi gemellaggio delle tifoserie, fino ad una partita equilibrata, condotta nettamente dalla banda di Tuchel ma ben interpretata dai convalescenti Reds di Klopp: un 1-1 che rimanda l’intera posta in palio ad Anfield.

In Inghilterra, il Borussia aggredisce la partita come un predatore: 9 minuti ed è già 0-2 con due reti diverse ma che condividono la stessa matrice: il controllo totale e quasi imbarazzante degli spazi di mezzo e del centro del campo, prima Mkhytarian e poi Aubameyang – imbeccato da uno straordinario strappo palla al piede di Reus – approfittano degli errori tecnici e delle errate distanze di un Liverpool annichilito.

Ma al rientro dagli spogliatoi, alla prima azione, i Reds segnano l’1-2 grazie ad una combinazione magistrale: 5 tocchi di prima che chiamano in causa tre diversi giocatori e infine l’assist per Origi, che brucia la linea alta del Borussia. Sembra un’azione random, più che una conseguenza logica di quanto offerto in campo. Infatti, al 56°, Reus sfrutta un filtrante di Hummels nel corridoio, brucia alle spalle un distratto Clyne e infila di classe con un colpo da panno verde. È 1-3, il gol della sicurezza. E la reazione di un tecnico solitamente cool&collected come Tuchel dimostra come la sfida vada ben oltre la semplice qualificazione.

Seguiranno 10 minuti di niente. Poi, al 66°, un’altra azione che sembra destinata a ristagnare nella tela giallonera; invece Coutinho e Milner s’inventano un movimento a treccia con scambio di prima che taglia fuori le linee del Dortmund e che l’ex interista chiude con un perfetto interno a giro. È 2-3, ma la qualificazione è tutta nelle mani della banda-Tuchel. In questo esatto istante, però, si materializza un buco nero: un wormhole che risucchia il BVB e lo risputa come un cadavere alla deriva nello spazio. Altri 10 minuti e da un corner per i Reds nasce il 3-3 di Sakho, che gira di testa nell’area piccola un pallone che è addirittura rimbalzato in area. Ormai sono saltati tutti i concetti, perfino i più elementari.

Una dimensione sconosciuta per un tecnico come Tuchel, che assiste dalla panchina con l’espressione di un vampiro: anemico, timido, di colpo inadeguato e senza contromosse razionali; a 10 metri di distanza Klopp divampa nel suo mondo: agita un pubblico già incandescente, urla, digrigna come un rottweiler, si lascia andare alla sua iconica esultanza con salto e pugno. Ha il controllo emozionale della partita in mano. E infatti al 91°, su una punizione laterale dalla trequarti, il Borussia – come da dettami – sceglie di difendere l’area in avanti, con una linea altissima che chiama fuori l’intero Liverpool.

La reazione di un professore accademico che ha studiato tutta la vita e vede crollare ogni certezza sotto il peso dell’Indeterminatezza degli eventi.

Sarebbe la scelta più efficace e funzionale, non fosse in un contesto che non ha più niente di razionale. I Reds, come se avessero già rielaborato a tavolino il piano di difesa di Tuchel, la giocano lungo l’out sul taglio di Sturridge. Che, però, pasticcia nel controllo, s’intreccia come un gomitolo di lana e poi riesce a passare la palla con uno strano tunnel a Milner, che controlla in corsa nello spazio e trova il fondo.

Finalmente il cross: profondo, alto. La palla è destinata al secondo palo, dove Ramos si trova a difendere da solo contro due saltatori alle sue spalle a causa dell’eccessiva densità al centro dell’area. Come prevedibile, ha la peggio: Lovren, uno dei peggiori in campo, stacca e la mette dentro. È 4-3. E qualificazione per i Reds a due minuti dalla fine, dopo aver rimontato tre reti in 24 minuti.

La reazione dei due tecnici al boato di Anfield è più esplicativa di qualsiasi aggettivo conosciuto.

L’attitudine di una rockstar e il rapporto col suo pubblico durante i live. Klopp potrebbe aprire un concerto degli AC/DC, senza problemi.

Oltre ogni analisi, oltre ogni statistica, oltre il buon senso e la logica, Klopp ha guadagnato una qualificazione ai danni di colui che, agendo al suo opposto, lo aveva così sorprendentemente rimpiazzato nelle due città che ne hanno segnato la carriera. Da quella notte, si è aperto un altrove sconosciuto per Tuchel: nervoso nel post-gara, poco incline ad ammettere errori o responsabilità, finito sotto la lente d’ingrandimento dei media non più come uno strano oggetto non identificato da analizzare nelle sue tesi e nel suo lavoro maniacale, ma anche come un uomo con dei limiti, caratteriali e gestionali in primis.

Quei limiti che ne restringono l’appeal mediatico indebolendo il pattern narrativo dello “scienziato” tutto tabelle e sperimentazioni ma che, al tempo stesso, lo rendono una figura umana, compiuta nelle sue debolezze. Uno scenario che quest’anno si è ripetuto, dato il quarto posto della sua squadra e le frizioni già avute con un paio di giocatori.

È probabilmente questo l’ultimo scalino da salire per un tecnico avanguardistico come Tuchel: accettare limiti, vulnerabilità e sconfitte di un gioco di per sé imperfetto. Umano, oltre ogni schema.