Di Lorenzo Semino

Nascere a Roma, ritrovarsi a Perugia, crescere a Pescara e consacrarsi a Reggio-Emilia con il Sassuolo: questo è il personale tour di formazione di Matteo Politano. Un talento precocissimo, spesso accantonato in favore di interpreti con fisicità maggiore. Uno che ha vissuto ai margini dei grandi paloscenici, in equilibrio su una sottile linea d’ombra che ricorda da vicino la sua zona di competenza in campo, come se si trattasse di una condizione di vita oltre ogni analogia.

Classe 1993, ala destra di rara fattura, abile tanto nel dribbling quanto negli inserimenti e nei tagli negli spazi, fa della velocità di movimento, di conduzione palla e di esecuzione le sue cifre stilistiche. A proposito, il tipico gol dell’ex stavolta calza a pennello.

Difficile non restare colpiti dalla forza e tenacia con cui il giovane esterno offensivo si è impadronito del vuoto – apparentemente incolmabile – lasciato da Nicola Sansone a Squinziland, valore aggiunto del reparto offensivo inabissatosi alla guida del submarino amarillo del Villarreal ormai qualche mese fa.

A dire il vero le zone coperte sono leggermente differenti, speculari, considerando che il primo parte sempre da sinistra, mentre il ‘nostro’ esterno offensivo predilige la fascia destra, seppure si stia parlando di un mancino purissimo. Il motivo? Probabilmente perché ama rientrare sul piede preferito tagliando fuori gli avversari diretti e guadagnandosi spazi di gioco tra le linee, scatenandosi pure in campo aperto con la stessa efficacia con cui proprio Sansone seminava il panico nelle difese avversarie fino allo scorso anno.

Le statistiche di WyScout parlano chiaro: in una partita Politano cerca in media tre volte in più l’uno contro uno rispetto al suo predecessore, oltre a questo le zone di campo in cui prova a saltare l’uomo sono piuttosto variabili – sebbene il territorio preferito sia a destra – rispetto alla totale propensione per la fascia sinistra di Sansone. Un giocatore più completo? Forse si tratta solamente di giocatori con caratteristiche differenti, fatto sta che avere una media di 9,4 uno contro uno a partita e riuscire a saltare l’avversario con una percentuale positiva del 77% rimane un risultato di spicco, che lo eleva a uomo-chiave del sistema di Di Francesco. Erede di Sansone e insieme sostituto del finalizzatore principe neroverde, Domenico Berardi.

E anche se non salta l’avversario nel vero senso del termine, lo disorienta come un incantatore col flauto davanti ad un cobra.

Figura centrale nel gioco di transizioni rapide e ribaltamenti di campo appena conquistata una seconda palla – magari grazie ad uno specialista di questa particolare skill: il sottostimato Magnanelli -, ma non solo. Politano ha temporaneamente ereditato il ruolo di Berardi per la perfetta lettura dei tempi di smarcamento tra le linee, nell’ultimo terzo di campo a ridosso dell’area di rigore, arrivando a creare un vero e proprio feudo personale negli “spazi di mezzo” da attaccare con rapidità per liberare il suo sinistro tagliente, alternativamente in porta o verso i compagni di reparto, sfruttando i movimenti ad allungare le linee di un talento solista – finalmente canalizzato in un contesto collettivo – come Defrel.

E pensare che quella di Politano è l’ennesima storia di un talento passato dai più ristretti palcoscenici direttamente ad un settore giovanile di altissimo spessore come quello romanista, che ha accolto e formato il folletto romano grazie allo scouting diretto di un’altra ala mancina, esile e rapidissima, che faceva impazzire i terzini: Bruno Conti. Su imbeccata del monumento giallorosso, infatti, Politano abbraccia il club che ha sempre tifato all’età di 11 anni. Si mette in mostra, vince un campionato Allievi da protagonista e appare pronto per un percorso di progressiva affermazione in prima squadra.

Ma è durante la giostra di prestiti in giro per il centro Italia che Politano fa intravedere quel bagaglio tecnico che oggi l’ha portato sulla bocca di tutti. Soprattutto i due anni a Pescara lasciano pochi dubbi: il talento c’è, così come la serietà nell’approccio al lavoro e la disponibilità al miglioramento dei movimenti in campo. Il Sassuolo, come da copione, lo segue con attenzione, stimolato anche dall’eredità tecnica del post-Berardi, ormai destinato al grande salto in un futuro prossimo; i neroverdi strappano un prestito con diritto di riscatto fissato a 3,5 milioni, esercitato poi quest’estate. Così la Roma vede sfumare l’ennesimo giocatore di talento cresciuto in casa, quasi fosse una condanna da girone dantesco.

Sintetizzando con i freddi numeri, spesso più eloquenti di mille analisi nel fotografare una maturazione in fieri: 11 partite in stagione, 2 reti, 2 assist e 850 minuti giocati, che a meno di metà campionato sono già una miniera d’oro se messi a confronto con i 1.100 della scorsa stagione, quando in 28 uscite – molte a partita in corso – ha segnato per 5 volte regalando anche due assist ai compagni. Intelligente, rapido. Spesso imprendibile nell’uno contro uno. Versatile nell’interpretazione del ruolo e adattabile al singolo piano-gara. Quasi mai anarchico o solista, nonostante le sue caratteristiche possano suscitare a un primo sguardo le parvenze del dribblomane senza compromessi.

Oltre a questo, Politano partecipa anche molto al gioco corale della squadra messa in piedi da Di Francesco, aiutando soprattutto Lirola – o Gazzola – in fase di non possesso. Il nuovo gioiello del Sassuolo, in sintesi, è un esterno d’attacco per certi aspetti inedito, universale nel suo tasso di adattabilità con i compagni, che ha trovato nel 4-3-3 emiliano il suo spartito ideale esplodendo fino ad arrivare alle soglie della convocazione in Nazionale. Persa soltanto per un trauma alla caviglia che l’ha tenuto fuori per 20 giorni.

Le frecce nella faretra del mister neroverde sono numerose e giovani, al netto di questo Matteo Politano resta senza dubbio, alla seconda stagione da protagonista in Serie A, una stella destinata a brillare per molto tempo.

Politano che sgomma tra i difensori: come una Chevrolet Camaro in gara contro delle Fiat Multipla

La sua luce, però, non è mai ferma; si muove disegnando traiettorie oblique e circolari sul campo, fa prima un giro a destra per poi rientrare provvidenzialmente a sinistra, qualche volta torna perfino indietro ma non perde mai quella luminosità e quell’intensità che hanno accecato la Serie A. La stella di Matteo Politano, insomma, splende di luce propria riflettendosi positivamente sugli altri. L’importante, del resto, è che non smetta mai di brillare. Anzi, arrivato a questo punto è forse l’unica cosa che conta.