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忠実. Chūjitsu. Fedeltà, in giapponese. Fedeltà sopra ogni cosa. Fedeltà come il valore più elevato e gratificante di tutti. La stessa fedeltà che aveva Hachikō, uno dei simboli del paese del Sol Levante. Un semplice cane di razza Akita, bianco come la neve, che nacque nel lontano 1923 nell’omonima Prefettura.

Venne adottato dal professore universitario di agricoltura presso l’Università Imperiale di Tokyo, Hidesaburō Ueno: ogni mattina cane e padrone si recavano insieme alla stazione di Shibuya, dove il professore prendeva il treno per andare al lavoro, e ogni pomeriggio Hachikō attendeva pazientemente il suo ritorno seduto davanti alla biglietteria.

Questa routine durò solamente un anno poiché il professore fu colpito da un ictus fulminante mentre era in cattedra e morì. Hachikō non lo sapeva e continua ad andare ogni giorno alla stazione di Shibuya, come faceva quando il professore era ancora in vita. Ogni giorno, stesso percorso di sempre, stesso orario ma alle 17 del pomeriggio dei successivi dieci anni il suo amato padrone non fece più ritorno. La sua storia di fedeltà divenne simbolo del Giappone di quel tempo e furono in milioni le persone che andarono a conoscere Hachikō, tanto che gli fu dedicata una statua proprio all’ingresso della stazione.

Oggi quella statua è il luogo di appuntamento dei giovani di Tokyo ma in giro per la capitale ci sono anche altre statue raffiguranti il cane e il proprio padrone che si abbracciano dopo la giornata lavorativa di quest’ultimo. Il nome Hachikō deriva dal fatto che le sue zampette anteriori assomigliavano al carattere giapponese del numero otto. Otto è, infatti, il numero della lealtà per il popolo giapponese. Otto come il numero di Steven Gerrard. Leggenda, fuoriclasse e figlio prediletto di Liverpool.

La statua di Hachikō e del professore Ueno, fuori alla stazione di Shibuya.

Let it be, let it be, let it be. Stevie G, the local lad turned hero

Steven Gerrard gioca a calcio praticamente da quando ha imparato a camminare, all’età di sette anni viene notato da un osservatore che lo porta a giocare nei pulcini del Liverpool: è il sogno del piccolo Steven, cresciuto in una famiglia malata dei Reds. E poi c’è quel maledetto 15 aprile 1989, la data che cambiò per sempre il calcio inglese e fece prendere coscienza alla “Lady di Ferro” Margaret Thatcher che era necessario intervenire. Allo stadio Hillsborough di Sheffield, in campo neutro come da tradizione delle coppe inglesi, si gioca la semifinale di FA Cup tra il Liverpool e il Nottingham Forest del mitico Brian Clough.

Ciò che succederà in campo passerà in secondo piano per gli eventi che tutti conosciamo: 96 tifosi del Liverpool vengono letteralmente calpestati e schiacciati dopo il sovraffollamento del settore C dello stadio. Tra quei 96 c’è anche il cugino di Steven, Jon-Paul Gilhooley, che ha solo qualche mese in più di lui. “Io gioco per Jon-Paul” è la dedica della sua autobiografia, pubblicata nel 2007, che scalò le classifiche inglesi. Anche perché, probabilmente, Steven Gerrard non sarebbe mai stato Steven Gerrard senza quel nefasto pomeriggio primaverile.

Gli esordi

Dopo un decennio passato a fare la trafila nelle giovanili del Liverpool, arriva la grande occasione per il nostro: l’esordio in prima squadra contro il Blackburn. È visibilmente emozionato, sembra quasi non crederci, il suo allenatore Gérard Houllier gli dà un colpetto dietro la testa per incitarlo mentre lui mette la maglia dentro ai pantaloncini. I capelli sono rossi quasi quanto la maglia che indossa, in faccia possiamo notare i segni dell’età, quei brufoli che smentiscono la sua esperienza tattica e maturità tecnica.

La prima stagione colleziona una dozzina di partite, giocando praticamente da rincalzo del capitano Jamie Redknapp, figlio dell’ex manager del Tottenham, e cugino di un altro ragazzo che si sta facendo conoscere in quelle stagioni e di cui sentiremo parlare in futuro: Frank Lampard. Nell’annata 1999/00 Gerrard gioca come mediano davanti alla difesa insieme all’esperto Redknapp, da cui impara il più possibile, e segna il suo primo gol con la maglia del Liverpool: nella sfida di campionato contro lo Sheffield Wednesday riceve il pallone da Rigobert Song sulla trequarti, supera in velocità due difensori e, arrivato davanti al portiere, piazza il pallone nell’angolino più lontano.

Un gol fantastico, il preambolo di una carriera meravigliosa. Il ragazzo si prende la scena ad Anfield sarà l’analisi del giorno dopo della BBC.

La prima affermazione europea

Con l’avvento del nuovo millennio iniziano ad arrivare anche i primi trofei per il ragazzo di Whiston: i Reds conquistarono la FA Cup, la Coppa di Lega e la Coppa UEFA, partendo addirittura dai preliminari, in una folle finale col Deportivo Alavés, decisa solo grazie al golden gol nella propria porta del difensore basco Geli. Uno storico “Treble” per gli uomini di Houllier e il premio come miglior giovane europeo dell’anno per l’allora numero 28 inglese.

L’anno dopo il Liverpool arriva secondo in campionato dopo l’Arsenal di Wenger mentre il percorso europeo si ferma al cospetto dell’outsider Bayer Leverkusen trascinato dalle geometrie di Ballack e dai gol di Berbatov: le Aspirine arriveranno in finale dove saranno sconfitte da un meraviglioso gol al volo di Zinedine Zidane in uno dei momenti più iconici nella storia della Champions.

L’anno seguente il Liverpool finisce addirittura quinto in campionato, rimanendo fuori dalla Champions League, e non va meglio in Coppa UEFA dove i Reds vengono eliminati dal Celtic ai quarti e il centravanti El Hadji Diouf, famoso per la cavalcata col suo Senegal ai Mondiali 2002, sputa addosso ai supporter scozzesi: è l’inizio di un putiferio che coinvolge il mondo calcistico britannico.

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Gerrard e Michael Owen nel 2003.

L’uomo del destino

Nel novembre 2003 cambia per sempre la carriera di Gerrard: per volere di Houllier, ormai in scadenza di contratto, gli viene concessa la fascia di capitano per le doti di leadership e l’applicazione mostrata in tutte le sue apparizioni. La stagione 2003/04 è ricca di delusioni per il Liverpool: arriva un quarto posto nel campionato che segna l’epopea dell’Arsenal degli “Invincibiliallenati da Arsène Wenger e nelle varie coppe la corsa si ferma presto.

Houllier lascia e arriva uno spagnolo grassottello di mezza età che aveva appena vinto la Liga e la Coppa UEFA alla guida del Valencia: è proprio quel Rafael Benítez che convince Gerrard a rimanere ad Anfield, resistendo alle pericolose sirene del Chelsea appena rilevato dall’oligarca russo Abramovich. È l’inizio di una nuova era per il calcio inglese, con l’arrivo di investitori ultra-milionari, è pronta a partire la stagione 2004/05, la più intensa per il Capitano e per tutta la Liverpool di fede rossa.

La stagione non inizia bene per Gerrard: il numero 8 si infortuna a inizio settembre nella partita contro il Manchester United e rimane lontano dal terreno di gioco fino all’ultima partita del girone di Champions. Un match decisivo per i Reds che ospitano l’Olympiakos per decidere la qualificazione. Serve una vittoria con due gol di scarto per passare ma dopo un quarto d’ora gli ospiti vanno in vantaggio con un calcio di punizione tagliato di Rivaldo, che si era procurato lui stesso dopo aver creato scompiglio nella difesa inglese.

Si va negli spogliatoi con la squadra del Pireo idealmente agli ottavi. Pochi minuti dopo il rientro in campo Luis García scatta sulla fascia sinistra bruciando il suo marcatore, mette in mezzo per Sinama-Pongolle che insacca facilmente. 1-1. Ne servono altri due.

Dieci alla fine. Cross di Sinama-Pongolle, colpo di testa di Xabi Alonso parato dal portiere e sulla respinta si fionda Neil Mellor, un perfetto signor Nessuno, che insacca. 2-1. Sarà l’unico gol del centravanti originario di Sheffield con la maglia del Liverpool.

Ultimo minuto. Anfield continua a cantare e sostenere i suoi. Carragher mantiene il possesso di palla sul lato sinistro dell’area di rigore avversaria, crossa come meglio può per la testa di Mellor che la gira indietro verso Gerrard. È un attimo. Il Capitano sgancia una cannonata di collo che si insacca all’incrocio. È il gol qualificazione. È il gol del riscatto per Gerrard, appena tornato dall’infortunio.

Anfield ruggisce: le emozioni sono forti e difficili da trattenere anche per chi ha dettato legge in patria e all’estero per decenni. Gerrard si fa trascinare dal pubblico, allarga le braccia, urla la sua gioia per un gol così voluto e poi corre ad abbracciare i suoi tifosi. È tornato. Questo è il gol che spiega tutto Steven Gerrard: coesistono potenza e precisione in un mix letale.

Istanbul 2005

Agli ottavi i Reds regolano con un doppio 3-1 il Bayern Leverkusen, vendicando l’eliminazione del 2001, e ai quarti è decisivo il 2-1 di Anfield per eliminare l’ostica Juventus. In semifinale il Liverpool affronta il Chelsea di un giovane José Mourinho: dopo lo 0-0 in casa dei Blues, al ritorno il Capitano regala un assist perfetto a Luis García che insacca regalando il biglietto per la finale in Turchia, a ventuno anni di distanza dall’ultima volta.

All’Ataturk di Istanbul va in scena la finale di Champions League: Milan-Liverpool. Ciò che successe in quella notte di fine maggio è noto a tutti e ancora oggi non c’è una spiegazione razionale, e forse non ci sarà mai. Ad iniziare quella rimonta fu proprio Gerrard: il gol sul cross di Traoré prima e il rigore procurato e realizzato in due tempi da Xabi Alonso, poi. Quando si arrivò ai rigori non fu nemmeno necessario il suo tiro perché il polacco Dudek stregò Pirlo e Sheva e “costrinse” al tiro alto Serginho.

Gerrard alza il trofeo, dopo la finale più incredibile di sempre.

Gerrard alza il trofeo, dopo la finale più incredibile di sempre.

L’espressione smarrita dell’Usignolo di Kiev è l’immagine simbolo di quella partita. Mentre a Liverpool si celebrava, ancora una volta, il Capitano: era stato proprio lui a guidare la squadra in un’impresa dai risvolti epici e forse impossibile da replicare.

A questo punto il Pallone d’oro sembrava inevitabile per Gerrard, visto che Maldini lo avrebbe meritato nel caso in cui il suo Milan avesse vinto a Istanbul, ma tutto questo non accadde. Il riconoscimento doveva andare al leader del Liverpool. Punto. Alla fine il numero 8 di Whiston terminò addirittura al terzo posto dopo il vittorioso Ronaldinho e il connazionale Frank Lampard.

Come potrei pensare di lasciare Liverpool dopo una notte come questa?

La seconda finale di Champions

Alla fine della stagione 2005/06 sarà proprio Gerrard il miglior marcatore in tutte le competizioni dei Reds con 23 gol: grazie alle sue brillanti prestazioni arrivano il terzo posto in Premier League e la vittoria della FA Cup contro il West Ham in cui segna un meraviglioso gol dalla lunghissima distanza. In campo europeo i Reds si fermano agli ottavi di Champions dove sono eliminati dal Benfica di Fabrizio Miccoli e perdono la finale del Mondiale per club contro i brasiliani del São Paulo.

La stagione 2006/07 si apre col successo del Liverpool nella Community Shield e continua con uno stabile terzo posto in campionato e il percorso fruttuoso in Champions: partendo dai preliminari dove viene eliminato il Maccabi Haifa, i Reds vincono prima il girone e poi eliminano in sequenza il Barcellona, il PSV, già incontrato nel girone, e il Chelsea, come era già successo due anni prima.

E proprio come nel 2005 la finale è contro il Milan allenato da Ancelotti: stavolta non va bene e il Liverpool viene sconfitto dalla doppietta di un’opportunista Inzaghi che regala la settima coppa dalle grandi orecchie al Milan e il gol all’ultimo minuto di Kuyt aumenta solo la sofferenza di Gerrard e di tutti i tifosi. Sarà la notte di Kakà, decisivo con la punizione guadagnata per il vantaggio e l’assist del 2-0.

Non sarà quella di Gerrard: battuto ma sempre a testa alta. Ma ormai Steven è un giocatore affermato a livello mondiale, ha estimatori ovunque, chiunque farebbe follie per lui ma preferisce restare nel Merseyside alla ricerca di quella Premier League che manca dal 1990 quando ancora si chiamava First Division. Il suo è un sogno ossessivo che lo corrode nel profondo.

The Boy from Madrid

Nel 2007/08 raggiunge di nuovo le semifinali di Champions ma il suo Liverpool è eliminato dal Chelsea che si vendica della sconfitta dell’anno prima, ma resta l’incredibile primato delle inglesi che portano tre squadre tra le prime quattro: Chelsea, Liverpool, il Manchester United poi vittorioso nella tormenta di Mosca e il Barcellona. Insieme al Capitano, da quella stagione c’era un altro giocatore di cui tutti avrebbero presto sentito parlare: è un biondino spagnolo, lo chiamano “El Niño” perché sembra un ragazzino e fino a qualche mese prima era il leader dell’Atlético Madrid, a 22 anni.

È Fernando Torres da Fuenlabrada, provincia di Madrid, e quell’anno è secondo solo a Cristiano Ronaldo nella classifica dei marcatori del campionato. È l’inizio di un’intesa che per poco non stava realizzando i sogni della KOP: l’anno dopo il Liverpool arriva a giocarsi il titolo all’ultima giornata ma ha la meglio il solito United che trionfa per tre punti, anche se l’accoppiata Gerrard-Torres si conferma come la migliore d’Inghilterra.

gerrard torresNel 2009/10 il Liverpool, che ormai ha ceduto Xabi Alonso al Real Madrid, colleziona più delusioni che successi: arriva un settimo posto in campionato e per poco anche gli odiati cugini dell’Everton non superano i Reds, e in Champions arriva un amaro terzo posto nel girone con Fiorentina, Lione e Debrecen. Nell’Europa League, che prende il via proprio in quella stagione dalla defunta Coppa UEFA, i Reds arrivano fino al penultimo atto: sono fatali due gol di Forlan per estromettere gli inglesi dalla finale e Torres non può nemmeno provare a giocare contro la sua vecchia squadra per un infortunio.

Una sera, contro il Napoli

A fine stagione Benitez lascia Anfield e prova a raccogliere la pesante eredità lasciata da Mourinho dopo il Triplete: sarà un fallimento annunciato. Parte, questa volta verso Stamford Bridge, Fernando Torres che viene rimpiazzato da Andy Carroll. È l’inizio di due anni di sofferenza: ci saranno solo piazzamenti a ridosso della zona europea, delusioni in Europa League, un misera Coppa di Lega nel 2011/12, la finale di FA Cup persa a Wembley col Chelsea, che ormai ha monopolizzato il campionato creando un dualismo con lo United di Ferguson.

C’è una partita in particolare che ricordo della stagione 2010/11. Un match strano e il protagonista fu uno Steven Gerrard particolare, diverso dal solito: più feroce e opportunista di quanto era mai stato in passato. Anfield. Ultima giornata del girone. Il Liverpool, orfano di Fernando Torres, schierava giocatori troppo mediocri per la storia del club mentre il Napoli, che in quegli anni era in crescita costante, poteva contare sui tre tenori Cavani, Lavezzi e Hamsik. La partita era indirizzata a favore del Napoli, passato in vantaggio ad inizio partita con la rete del Pocho su assist di Cavani, mentre il Liverpool non era pervenuto.

Poi ad inizio ripresa era entrato il Capitano al posto di uno dei più grandi flop della Premier, il serbo Jovanovic, e la partita era svoltata. Prima il buio, poi la luce forte e accecante del suo campione: il pareggio sul retropassaggio folle di Dossena, il vantaggio su rigore assegnato dopo il fallo in ritardo di Aronica e il definitivo 3-1 in contropiede all’ultimo minuto con un morbido lob ai danni di De Sanctis. Una tripletta meravigliosa per completezza, realizzata con sconfortante semplicità.

Il Napoli sarebbe arrivato secondo nel girone prima di essere mandato a casa dal Villarreal di Pepito Rossi e Nilmar mentre il Liverpool avrebbe prima eliminato, soffrendo, lo Sparta Praga e poi sarebbe uscito agli ottavi contro il Braga, finalista in quell’edizione. Questo è anche un biennio di problemi fisici e infortuni per Gerrard che rimane fermo diversi mesi e il suo mancato contributo alla squadra è evidente nei risultati ottenuti.

Una nuova era

Intanto ad Anfield è arrivato un centravanti di ottime qualità, troppo istintivo e nervoso quando le cose non girano bene: si chiama Luís Suarez come il grande Luisito, ma è un uruguagio orgoglioso e ha fatto volare l’Ajax negli anni precedenti. È la seconda opportunità per il Capitano: dopo l’addio di Torres non aveva più trovato un attaccante con cui provare a portare finalmente il titolo a Liverpool.

La stagione 2012/13 è un momento di passaggio, un doloroso crocevia: sulla panchina dei Reds si siede il nordirlandese Brendan Rodgers che impone il suo stile di gioco rapido in transizione, fatto di poche ma efficaci combinazioni in verticale nelle ripartenze. Quello stile che aveva stupito tutti quando era stato applicato dallo Swansea, che venne definito “Swanselona”. Come detto, il primo anno arriva un deludente settimo posto e la precoce eliminazione da tutte le coppe ma Suarez è secondo nella classifica dei capocannonieri dietro van Persie, che guida i Red Devils all’ultimo titolo vinto ad Old Trafford.

Nel 2013/14 sembra essere arrivata finalmente la grande occasione che tutta Liverpool e lo stesso Gerrard stavano cercando da 24 anni: il titolo sembra vicino visto che nella terzultima giornata si affrontano i Reds e il Chelsea, le prime due della classe, nello scontro che avrebbe deciso un’intera stagione.

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Rimanere fedeli

Il giocatore più importante della storia del Liverpool.” (The Observer)

Ad Anfield hanno giocato alcuni tra i migliori interpreti degli ultimi venti anni: ci sono stati l’eterno cattivo Robbie Fowler, il genio pigro Steve McManaman che “era più forte a venti anni che a venticinque”, quello che doveva diventare il “Maradona” inglese prima di essere fermato dagli infortuni e si chiamava Michael Owen.

Ha duettato con due degli attaccanti più forti nella storia del calcio moderno come El Niño e Il Pistolero: col primo ha vissuto gli anni più felici della carriera, senza titoli importanti ma con la consapevolezza di divertire il pubblico di Anfield; col secondo, con un SG8 in età avanzata, ha tenuto incollati alle tv tifosi di tutto il mondo.

“Nella mia carriera non ho mai trovato e mai troverò un giocatore che capisce il mio gioco come lo capiva Gerrard.” (Fernando Torres)

Due intese costruite col tempo quelle con Torres e Suarez, due modi diversi di intendere il ruolo di centravanti: intelligente, essenziale e sempre pronto alla giocata decisiva lo spagnolo; esplosivo, completissimo e rabbioso l’uruguaiano.

Da Liverpool ha visto passare tanti giocatori, ha fatto esultare Anfield e il “You’ll never walk alone” continua ad essere cantato dai tifosi. Grandi giocatori si sono avvicendati, sono stati accolti e poi hanno salutato. Ma Steven è sempre rimasto. Lui c’era e c’è sempre stato. Non ha mai davvero finito di giocare con quella maglia.

Il posto di Gerrard nella storia del calcio

Il Milan è la squadra di cui ricordo aver visto la mia prima partita di calcio in assoluto: sono cresciuto con i gol di Sheva, le accelerazioni di Kakà e i contrasti di Gattuso. Ma al tempo stesso non potevo non rimanere folgorato dal Liverpool, dalla Kop, da quel “You’ll never walk alone” che viene cantato dai tifosi, da quell’ambiente tipicamente british, dal tifo incondizionato. Esiste come un’aura mistica attorno a questa squadra che per me – e per chi fa parte della mia generazione – è assimilabile alla figura di Gerrard. Ho ancora oggi terribili ricordi di quella finale di maggio del 2005 perché speravo vincesse Sheva, il mio idolo d’infanzia, e per diversi anni ho odiato tutto ciò che era collegabile ai Reds.

“È il mio idolo: se oggi tifo Liverpool, è solo merito suo. Giocare al suo fianco è stata la realizzazione di un sogno.” (Jordan Henderson)

Ma poi ho capito che era tutto inutile: possiamo tifare per una squadra o per un’altra ma le bandiere come Steven Gerrard non hanno colori. Vanno al di là delle fedi calcistiche, ad di là dell’odio che possiamo provare per le squadre di cui fanno parte, al di là di tutto. Bisogna ammirare chi ha deciso di legare il proprio nome e gli anni d’oro della propria carriera ad una sola squadra, realizzando il sogno che aveva sempre coltivato.

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Ci sono centrocampisti che si occupano della fase difensiva, altri che hanno il ruolo esclusivo di impostare il gioco, quelli bravi nell’inserimento e nella conclusione a rete e coloro che si occupano di fornire assist ai propri attaccanti. Gerrard è stato in grado di essere tutto questo. Nella stessa azione potevi vedere una sua scivolata per recuperare palla e poi trovarlo qualche secondo dopo in area avversaria a concludere l’azione arrivando a rimorchio. Ha rappresentato l’evoluzione definitiva del centrocampista moderno: dal ruolo di mediano a quello di trequartista nello stesso momento. Gli inglesi utilizzano un’espressione sintetica ed evocativa per definire questo tipo di giocatori: box-to-box. Gerrard rimane la trasposizione ultima del box-to-box: 120 gol in 503 presenze sono lì a testimoniarlo.

La sua grandezza risiede anche e soprattutto nel fatto che ha sempre creduto nella risalita del Liverpool. Ha scelto di restare nella sua città e giocare per la squadra che ha sempre tifato. Ha visto lo United di Ferguson vincere senza rivali. Ha visto il Chelsea acquistato da un oligarca del gas e il City di un emiro stravolgere il mondo del calcio e tutto ciò che ruota attorno ad esso. Ha visto la migliore generazione inglese di sempre non vincere nulla ed essere spesso umiliata sul più bello. Ha giocato per i “Tre Leoni”, li ha elevati con le sue giocate, nonostante un feeling mai veramente sbocciato con l’universo della nazionale. Ha vinto tutto quello che poteva vincere, ma gli è stato negato il Pallone d’oro.

Ho avuto un paio di occasioni di andare al Real Madrid ma ho rifiutato perché nessun club, per me, sarà mai come il Liverpool.

Gerrard oggi

Rapido flashforward. Nel gennaio 2015 Steven ha capito che ormai il suo tempo a Liverpool era finito. Era il momento di cambiare, lasciare la sua città, salutare per qualche anno la sua gente, la sua squadra, il suo stadio, la sua curva. È nel naturale andamento delle cose rendersi conto che non si può dare più di prima, che non si riusciranno mai a superare certi limiti. Capire che forse non era destino vincere.

Negli ultimi due anni ha cercato di far appassionare gli americani al calcio, in quella Los Angeles cool dove ha giocato per i Galaxy e in cui aveva militato anche il connazionale Beckham. Ha segnato qualche gol, ha regalato molti assist ai suoi compagni, ha continuato a disegnare calcio. Ieri ha ufficializzato il suo ritiro dal calcio giocato, in silenzio com’è suo costume, lasciando un grande vuoto nel cuore degli appassionati che sono cresciuti con le sue giocate.

gerrard 2015

L’ultima giornata

Torniamo indietro a quella terz’ultima giornata. 27 aprile 2014. L’ultimo atto, quello decisivo per l’assegnazione della Premier League, è la conferma che Gerrard e il Liverpool non dovessero vincerlo quel campionato. Steven riceve un facile pallone che deve amministrare con la solita sagacia, poi succede l’irreparabile: scivola goffamente.

E gli sarà venuto sicuramente da pensare alla sua vita: all’infanzia nella provincia industriale di Liverpool, la tragica morte del cugino, gli anni nelle giovanili, l’esordio in prima squadra, la serpentina allo Sheffield, la finale con l’Alavés vinta al golden gol, il gol all’Olympiakos al ritorno dall’infortunio che regalò la qualificazione agli ottavi, l’altra incredibile finale dove aveva trionfato nella rimonta più impronosticabile di sempre, le saette da fuori area, le azioni orchestrate con Torres e Suarez. Tutto.

 

Gerrard scivola su quel terreno che ha calcato per anni: non gli è bastato conoscere a memoria ogni singola zolla del campo per evitare lo scivolone più famoso di sempre. Quello che diventa immediatamente un meme virale che fa il giro del web e dei social. Il pallone viene regalato a Demba Ba che corre dritto e infila l’1-0 che condanna i Reds all’ennesima delusione sul suolo nazionale. Cala il silenzio su Anfield, è un silenzio decoroso verso il Capitano che ha fallito nel momento più importante. Gerrard è a terra, steso come il Cristo deposto dalla croce dipinto da Pietro Lorenzetti.

Si gira su un lato e quel numero 8 cambia improvvisamente il proprio aspetto diventando un infinito. Proprio come Steven Gerrard. L’ultima bandiera del calcio inglese che ha preferito giocare per la squadra che ha sempre amato.

E in fin dei conti come si potrebbe rimproverare, per un errore, il giocatore che ha consacrato la propria carriera ad una sola squadra? Come si può rimproverare un figlio di Liverpool come Steven Gerrard?

Quando staranno per terminare i miei giorni, non portatemi in ospedale, ma ad Anfield: qui sono nato e qui voglio morire.

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