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Di Giovanni Ciappelli

Il carattere scanzonato e a volte ingestibile di George Best, il look di Johnny Depp, un non-so-che calcistico di una sorta di piccola reincarnazione di Batistuta, una discreta considerazione dei propri mezzi tecnici. Un personaggio che sull’edizione spagnola di Wikipedia viene descritto come “músico y ex futbolista argentino nacionalizado italiano”, ma la sua pagina non riporta un suo singolo concerto, nessun disco inciso, nessun dettaglio delle canzoni cantate o composte.

“Nell’ultimo periodo non mi sentivo più felice. Mi sono liberato di quella merda – non del giocare a calcio – ma di quel mondo che non mi ha mai capito e ultimamente non riuscivo a sopportarlo”.

Qualche giorno fa il fan dei Rolling Stones e cantante della rock-band argentina “Barrio Viejo”, Pablo Daniel Osvaldo, rivelava il suo stato d’animo in un’intervista a Fox Sports Argentina.

Osvaldo live in Spagna lo scorso Ottobre. Voce piuttosto rivedibile, presenza sul palco in scioltezza (a ritmo di blues)

A 30 anni un giocatore che nei suoi momenti migliori era il 9 titolare nella nazionale italiana ha appeso le scarpe al chiodo per passare al microfono, ha sparato contro il mondo del pallone pur senza rinnegarlo – “Mi ha dato tutto nella vita ed è stata una grande passione. Il calcio mi ha fatto guadagnare tanto, ma non è tutto nella vita. Mi sono reso conto che mi rendeva infelice e ho deciso di dire basta” –, ha scelto di fare come prima di lui fece un altro incompiuto del calcio, Hidetoshi Nakata: fare della sua vita ciò che vuole.

Un po’ George Best, forse non per la predisposizione all’alcol, sicuramente per la tendenza ad alternare la compagnia femminile – tre presenze ufficiali al suo fianco con quattro marcature sul tabellino “nascite”. Probabilmente anche per l’approccio da Peter Pan nei confronti del sistema e del gioco. Un po’ Johnny Depp, per una evidente somiglianza nell’aspetto e per una passione per la musica rock e per la chitarra che condivide con l’attore americano – per Depp maglia da titolare in “Be here now” degli Oasis nel pezzo “Fade in-out”.

Pablo Daniel Osvaldo si presenta a Vinovo (ph – ALESSANDRO DI MARCO)

Un po’ Batistuta, per l’esultanza con la mitraglia, per qualche movenza calcistica simile, per saper fare gol quasi in tutti i modi, per il fatto di aver giocato anche lui nel Boca, nella Fiorentina e nella Roma, tanto che uno dei soprannomi dei tifosi giallorossi per Dani era Simba, nel cartoon Disney il figlio del Re Leone.

Un po’ Platini, ritiratosi presto anche lui – Daniel a 30, Le Roi a 32 per problemi fisici – e con cui condivide il fatto che il gol più bello della carriera è stato annullato per un fuorigioco inesistente: Platini a Tokyo nella finale di Intercontinentale del 1985 contro l’Argentinos Jr, stop di petto-sombrero di destro-girata al volo di sinistro incrociata, il tutto senza far cadere la palla; Dani a Roma su assist di un altro cuore xeneize, Gago, in rovesciata contro il Lecce.

In dodici stagioni dodici maglie (Huracàn, Atalanta, Lecce, Fiorentina, Bologna, Espanyol, Roma, Southampton, Juventus, Inter, Boca, Porto), mai più di due anni in una singola squadra, solo tre volte in doppia cifra, di cui due nel biennio romanista 2011-2013, forse il suo periodo migliore in carriera.

Tante giocate, tanti litigi, tante intemperanze, sempre qualcosa da ricordare nel bene o nel male. Come la doppietta alla prima in serie A al Picchi contro il Livorno in maglia viola. Come il tuffo di testa per il 2-3 a tempo scaduto che regala la vittoria della Fiorentina a Torino contro la Juve dopo 20 anni, un condensato di osvalderia: gol in acrobazia, esultanza con la mitraglia alla Bati sotto il settore ospiti, maglia lanciata in aria e secondo cartellino giallo al 93°.

Come la rovesciata sempre all’Olimpico di Torino qualche mese dopo contro il Toro, in un pomeriggio di fine maggio che porta i viola ai preliminari di Champions – il modo più complicato per risolvere una gara che la Fiorentina non riusciva a portare a casa -, ma forse il più osvaldescamente semplice.

Come il “vaffa” a uno spettatore del Franchi con cui chiude la sua esperienza in viola – dopo un’espulsione con il Lecce – e qualche giorno dopo passa al Bologna. Come il suo primo gol in maglia rossoblu, manco a dirlo contro la Fiorentina, primo di una lunga lista di gol dell’ex. Come il pugno tirato a Lamela, suo compagno alla Roma, in spogliatoio al termine di un Udinese-Roma: El Coco era reo, secondo Dani, di non avergli passato la palla in un’azione pericolosa, ma del resto tra un tifoso del Boca e un ex River ci possono essere rapporti tranquilli? (In realtà, Lamela qualche anno dopo in un’intervista smentì l’episodio).

Come la maglietta di tottiana memoria – “Vi ho purgato anch’io” – esibita dopo un gol in un derby con la Lazio, inutile rete del momentaneo 0-1 poi ribaltato dai biancocelesti. Come un’altra citazione di Totti: pallonetto morbido in corsa dal limite dell’area a San Siro contro l’Inter sul portiere in uscita. Come il suo ultimo gol in giallorosso, manco a dirlo contro la Fiorentina al Franchi, testa su angolo all’ultimo minuto per il definitivo 0-1, in una partita in cui la Roma non aveva praticamente tirato in porta.

Come il suo unico gol in campionato in maglia Juve, manco a dirlo contro la Roma all’Olimpico, per coronare lo scudetto dei 102 punti – dal Manuale del Perfetto Osvaldo: piatto destro a giro nel sette al 94°, mano all’orecchio à-la Luca Toni sotto la Monte Mario e commento salace a fine partita insieme a Conte, captato dalla telecamera Sky, sui tifosi romanisti zittiti dalla sua rete.

Come lo sbotto in maglia Boca con il capitano dell’Estudiantes Desabato dopo un paio di colpi proibiti in area, concluso con un mazzettino di fili d’erba strappati dal prato della Bombonera e offerti al numero 5 del Pincha: “¡Come pasto, burro!” (“Mangiati l’erba, asino!”)

Eccessi e meraviglie da rockstar, per un ragazzo che si è sempre sentito rockstar anche quando aveva il pallone tra i piedi e che senza un “mondo che non l’ha mai capito” intorno, può fare ciò che gli dice il suo istinto. Senza nessuno che gli rompa le palle perché si è customizzato una Mini con i colori e le serigrafie della bandiera argentina col volto di Maradona stampato sulle fiancate, ed è davvero troppo tamarra; perché ha dato di “incapace” al suo allenatore su Twitter (Andreazzoli, dopo la finale di Coppa Italia persa con la Lazio, Prandelli non lo chiama per questo per la Confederations Cup); perché ha spaccato la faccia durante una rissa in allenamento a un compagno, José Fonte del Southampton, colpevole di un tackle troppo ruvido.

Perché contro la Juve ha urlato in faccia a Icardi che non gli ha dato palla quando era solo in area e a Mancini che lo ha ripreso perché non torna in difesa (“Parla con lui – Icardi ndr – che non sa giocare” la risposta di Osvaldo al Mancio); perché il procuratore, per agevolare con metodi non ortodossi un trasferimento al Porto, ha fatto transitare il suo cartellino da una oscura ma ormai famigerata società della serie B uruguaiana, gestita da un grande fondo d’investimento inglese.

Senza nessuno, anche fosse il suo allenatore – Guillermo Barros Schelotto, leggenda del Boca Juniors – che gli rompa le palle perché dopo una partita di Libertadores contro il Nacional di Montevideo si è messo a fumare dentro lo spogliatoio. Ma che cazzo, a Keith Richards avrà mai fatto male una sigaretta in più?