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Miro Klose è uno che ha passato la vita ad aspettare i momenti giusti. Deve essere per questo che dopo l’addio alla Lazio e alla Serie A del maggio scorso per qualche mese ha lasciato che le voci che lo volevano di nuovo in Italia, al Napoli magari, soprattutto dopo l’infortunio di Arkadiusz Milik, circolassero e lasciassero aperto uno spiraglio per farsi concrete, salvo poi annunciare il ritiro definitivo al calcio il giorno di Ognissanti.

Nessun proclama in pompa magna, nessuna partita d’addio (almeno per il momento) in cui ostentare e rivendicare il proprio posto nella storia, conquistato a suon di gol e capriole, in rigoroso ordine. Solo una conferenza, schiva e laconica, con cui ha comunicato l’inizio di una nuova collaborazione con lo staff di Joachim Löw.

Klose lascia dopo 339 gol in carriera, 71 in Nazionale, 16 ai Mondiali. Nessuno come lui. Né il Fenomeno, né Bati, né Müller.

Eppure resta l’antipatico sentore di non averne omaggiato a sufficienza la grandezza, di non averlo considerato alla stregua di altri. Klose ci è passato vicino, ad intervalli più o meno quadriennali, con quei suoi modi fin troppo garbati, e forse non ha saputo catturare a dovere la nostra attenzione. Uno sguardo ogni tanto, un applauso magari, ma mai la folgorazione. In quanti inserirebbero Miro Klose tra i bomber più forti che hanno potuto ammirare? Non importa poi molto, perchè saranno sempre troppo pochi.

Ai nostri occhi distratti, annebbiati o semplicemente rivolti altrove, non resta che il rammarico di aver capito troppo tardi chi fosse quel polacco introverso destinato a diventare Mito. Ma per fortuna abbiamo sempre tempo per rimediare.

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Integrazione

Parlava poco il giovane Miroslaw, quando ancora la w finale del suo nome rispondeva ai canoni dell’onomastica polacca. Qualcuno sostiene che non parlasse affatto. D’altra parte se lasci la Polonia per la Germania, a otto anni, imparare il tedesco non è proprio un ostacolo di poco conto.

Un cambiamento radicale per lui fatto anche di passaggi dolorosi. Perché se cercare fortuna in uno dei Paesi più ricchi del mondo anche agli occhi di un bambino può sembrare una buona idea e l’eccitazione per il nuovo può accompagnarti nel viaggio alleviando le preoccupazioni, passare dieci giorni in un campo profughi al confine, stipato con altre cinque famiglie in una stanza con un solo bagno in comune in attesa del visto, finisce per farti rimpiangere perfino il tuo piccolo appartamento di Opole. Dove almeno, ogni tanto, si fermava un luna-park.

Superati i problemi burocratici, anche a Kusel, paese della Renania-Palatinato, vicino Kaiserslautern, l’adattamento non è dei più semplici. La scuola dovrebbe aiutare ma già dal primo giorno il timido Miro si trova alle prese con un dettato di cui non comprende mezza parola, capendo che consegnare il compito in bianco sarà solo il primo e forse il più trascurabile dei problemi.

Tocca quindi allo sport, come spesso succede, diventare il canale privilegiato per sormontare le barriere linguistiche, tanto più se i tuoi genitori sono stati atleti di ottimo livello: calciatore professionista il padre, Josef, con trascorsi all’Auxerre; nazionale di pallamano Barbara, la madre. Il piccolo Miro tenta la strada della ginnastica, disciplina utile sia a rendere il suo fisico ancora più elastico di quanto non fosse, che ad affinare quell’esultanza che lo renderà celebre qualche anno dopo. Poi a quindici anni si dedica al pallone.

Non sembra un predestinato, però. Viene anche descritto come svogliato e indolente, cosa che fa abbastanza sorridere se accostata all’immagine del professionista maniacale che lo accompagnerà fino all’ultimo giorno di carriera. “Quando non aveva voglia avremmo potuto usarlo come un palo della porta”, ricordano da quelle parti. Nel suo futuro appare più plausibile la carriera di carpentiere, il mestiere che sta imparando sotto lo sguardo del padre.

Si diverte nei dilettanti locali del Blaubach-Diedelkopf, dove ad allenarlo c’è il padre di un amico di scuola, senza minimamente essere sfiorato dall’idea di ricavarne un vero e proprio lavoro. All’esordio in prima squadra gli regalano una cassa di birra, un premio partita che anche qualche anno dopo alla vigilia dei mondiali nippo-coreani, non esiterà a definire il migliore che abbia mai ricevuto.

Un provino con l’Homburg, squadra di Serie C tedesca, arrivato su suggerimento di un vicino, diventa il trampolino di lancio verso il professionismo e nel ’99 il ventunenne Klose passa al Kaiserslautern esordendo in Bundesliga il 15 aprile del 2000. Il 20 ottobre arriverà il primo gol, contro il Werder.

Grazie a due ottime stagioni con i diavoli rossi (9 e 16 le reti) e i gol nelle prime apparizioni con la Mannschaft (il primo deciso per il successo sull’Albania, all’esordio), Klose si presenterà al primo vero appuntamento importante della propria carriera, sbocciata quasi per caso ma adesso chiamata alla conferma quantomeno su buoni livelli, con il posto da titolare nell’attacco della Germania di Völler ai Mondiali 2002.

È utile ricordare come il calcio tedesco di inizio millennio stesse vivendo una fase di crisi acuta, nella quale un cambio generazionale appariva tanto necessario quanto difficile da attuare. Nell’ultima competizione internazionale la Germania aveva chiuso il girone dell’Europeo con zero punti, evidenziando una situazione cataclismatica. L’avvento di Klose non servì soltanto a svecchiare un reparto attaccanti che comprendeva ancora i trentaquattro anni di Bierhoff e la lentezza di Jancker, ma, in maniera forse ancora più decisiva, contribuì a focalizzare l’attenzione su una categoria fin lì assolutamente marginale e che andrà invece a costituire una linfa preziosissima nel decennio successivo: i tedeschi di seconda generazione.

La famiglia Kloze è originaria della Slesia, regione della Germania fino al termine della seconda guerra mondiale, ecco spiegato perché non ci saranno mai tentennamenti sulla scelta della nazionalità, nonostante l’interesse incalzante della Federazione polacca.

In quella nazionale che arriverà abbastanza inaspettatamente a giocarsi il titolo mondiale, oltre a Miro ci sono lo svizzero Neuville e il ghanese Asamoah, primo colored in maglia bianca Adidas: piccoli sementi di integrazione che aumenteranno pian piano, fino alla grande semina della gestione Löw che nel 2014 darà il raccolto migliore che si potesse ottenere. Ad alzare la Coppa del Mondo saranno infatti i vari Özil, Khedira, Boateng, Podolski e Mustafi. Più, ovviamente, Miro Klose, passato da apripista semisconosciuto a simbolo, giusto in tempo per appropriarsi di una decina di record.

Nonostante i trionfi e la maturità, le parole sono rimaste poche e centellinate, come quelle del ragazzino appena arrivato oltre confine ma evidentemente Klose, uomo asciutto di fisico e di spirito, ha sempre preferito far parlare i fatti.

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Panzer ma non troppo

La mitologia che identifica Klose essenzialmente come “l’attaccante della Germania” ha finito per alterare la percezione sul suo conto.

D’altra parte i luoghi comuni sono difficili da scalfire, e l’associazione con il classico panzer teutonico – concreto, poco raffinato, fortissimo di testa – può tornare sempre utile, per quanto limitante. Una convinzione sicuramente rafforzata dalle prime reti di Klose in mondovisione, tutte di testa, che se da un lato lo hanno proiettato verso la notorietà, dall’altra sembravano circoscriverne il bagaglio tecnico al mero gioco aereo.

Anche guardando un video come questo, dove compaiono uno dopo l’altro i suoi gol agli esordi, dopo la quarta rete potremmo stoppare tutto, avendo già un’idea precisa di che tipo di giocatore possa diventare Miroslav. Se non proprio un panzer, un’ottima punta da area di rigore.

Ci sono nell’ordine: un tap-in di piattone su un cross basso proveniente da sinistra; un gol di testa – piedi a terra – ad anticipare il portiere; scatto sul filo del fuorigioco, stop di petto e sinistro sotto la traversa; altro colpo di testa, questa volta però, imperioso. In pratica, il 95% del suo repertorio in formato Bignami. Anche statisticamente quei due gol di testa su quattro potrebbero avvicinarsi molto alla percentuale reale.

Per i numeri nove come Klose, però, non eccellenti in valore assoluto dal punto di vista tecnico e quindi costretti ad esibire un diverso tipo di talento, è difficile intuirne da subito il potenziale. Non si può stabilire quanto contino la casualità e la contingenza o, al contrario, l’abilità in gol di questo tipo. Non possono che essere le statistiche sul lungo periodo quindi il metro di giudizio più idoneo per inquadrarne il reale valore. Soltanto quando saranno la continuità e la quantità a farsi qualità si potranno veramente tirare le somme.

Ecco, Miroslav Klose di reti così ne ha fatte più di trecento: il dubbio è presto risolto.

Ma nonostante i buoni esordi non è un mistero che, prima della gara contro l’Arabia Saudita, del polacco si sapesse poco o nulla. Anche cercando sui vecchi articoli Gazzetta l’unica volta in cui il nostro riceve attenzioni è solo all’immediata vigilia della manifestazione, dove viene descritto come uno degli astri nascenti del calcio tedesco al pari di Ballack e Deisler. Stop.

Il titolo di vice-capocannoniere dietro Ronaldo conferisce però a Klose l’autorevolezza per diventare un punto fermo della Germania negli anni a venire – smentendo i molti che credevano potesse trattarsi di un semplice fuoco di paglia – creando un’identificazione quasi unica per il calcio moderno tra un giocatore e la sua nazionale. Klose gioca in una squadra di medio livello in un campionato lontano parente di quello attuale, e non partecipando alla Champions rimane di fatto intrappolato in un limbo di notorietà appena accennata e marginale. Salvo poi ricomparire nelle manifestazioni internazionali. Ecco perché se provate a prefigurarvi Klose nella mente, sicuramente avrà addosso la maglia bianca della Mannschaft. Un abito cucitogli su misura.

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Il passaggio ad un club più titolato come il Werder Brema, fresco campione tedesco, oltre a rappresentare uno step verso l’alto nella propria carriera, lancia definitivamente Klose sulle copertine. Dopo i tredici centri del primo anno, nel 2005/06 Miro si laurea capocannoniere con 25 gol, impreziosendo le proprie prestazioni con ben sedici assist, trascinando di fatto quasi da solo i biancoverdi al secondo posto dietro al solito Bayern.

L’immagine che se ne ricava è finalmente quella di un giocatore molto più completo di quello che una prima occhiata potesse suggerire. Klose si inserisce perfettamente in un contesto di squadra, rendendosi utile non solo nel finalizzare l’azione ma anche nell’iniziarla e ricamarla, nell’aprire spazi preziosi, dimostrando un altruismo che pur non essendo ovviamente quello di un trequartista non si confà neanche all’immagine del numero nove esasperatamente egoista, alla Inzaghi per intendersi.

La condizione di precarietà del centravanti conteso tra l’apatia e la gloria, eternamente isolato e quasi avulso dal contesto che lo circonda perché impegnato in una lotta personale con il tempo e lo spazio – prima ancora che con gli avversari – alla ricerca dello spiraglio giusto, è un aspetto che mi ha sempre affascinato, e del quale avevo già scritto riguardo Trezeguet (lo zenit di questo tipo di numeri nove, imho).

Questa “traversata psicologica, la necessità di resistere per lunghissimi minuti alla periferia del gioco senza disconnettersi, la sfida a mantenere i sensi affilati in un ambiente ostile e quasi sterile, aspettando il momento giusto per far esplodere verso la porta tutta la tensione accumulata”, per dirla con Stefano Piri, che a conti fatti non è che l‘essenza dei grandi bomber, non trova però in Klose un esempio pienamente calzante. O meglio, Klose non è unicamente questo.

Pur restando un centravanti d’area di rigore, è giocando al fianco di una punta più fisica che ha dato forse il meglio di sé, almeno nel pieno della carriera, quando il fisico gli consentiva ancora un movimento a più ampio raggio: Jancker in nazionale, Klasnic al Werder, Luca Toni al Bayern e, in misura minore, Cissé alla Lazio.

Un centravanti spurio capace di inventare la giocata anche lontano dai sedici metri, dialogando sulla trequarti o imbeccando un compagno in profondità come in questo caso, quando trova un corridoio per Bode con la sapienza di un trequartista.

Le giocate di Klose non restituiscono quasi mai un’idea di grazia e perizia tecnica assolute, eppure risultano talmente semplici, nette e pulite da apparire comunque eleganti, seppur in maniera non propriamente ortodossa.

La caratteristica principale di Klose è un approccio robotico al ruolo, fatto di movimenti studiati e ripetuti in modo da sfruttare in maniera ottimale e più efficiente ogni singola situazione. In una vecchia intervista a der Spiegel racconta come dopo ogni match non riesca a prendere sonno per almeno tre-quattro ore perché impegnato in un esercizio di analisi che lo porta a ripercorrere le giocate ed eventuali errori.

“Anche dopo una vittoria cerco sempre di rivivere la mia gara cercando di rileggere alcune situazioni. Il calcio si gioca anche sui millisecondi, e spesso fare la scelta giusta o sbagliata, troppo presto o troppo tardi può fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta.”

È un attaccante cerebrale e riflessivo, dalla concentrazione maniacale, con un’aura da monaco tibetano in grado di plasmare il tempo e lo spazio in funzione della propria utilità.

Questo è l’ultimo gol segnato da Klose su azione, in una partita abbastanza inutile contro l’Inter dello scorso maggio. La lettura dello sviluppo del gioco è perfetta, così come i tempi dello scambio con Lulic che taglia fuori la difesa nerazzurra. Ci sono poi quei tre secondi, che sembrano un’eternità, in cui tutto appare come immobile. Con una calma meditativa e glaciale si avvicina sempre di più ad Handanovic prima di batterlo con un morbido pallonetto, ovattato: l’unico modo di salutare ed andarsene senza fare rumore.

Molto spesso i tocchi di Klose sono ossimorici: morbidi e taglienti, spietati e gentili; raramente usa la forza, sono quasi sempre l’astuzia e il proprio know-how da attaccante di razza ad indirizzare il pallone giusto dove il portiere non potrà arrivare.

Questo non essere mai sopra le righe, neanche in campo, gli varrà suo malgrado una costante condizione da underated, mai in grado di brillare di luce propria e sempre sottoposto ad altri, che fossero Ballack e Müller in nazionale o Toni al Bayern, col quale ha formato una coppia molto funzionale finendo però per recitare un ruolo da attore non protagonista.

Fa quasi sorridere che in patria, quello che sarebbe diventato il miglior marcatore della storia sia della Germania che dei Mondiali, venisse etichettato anche dopo il passaggio al Bayern come un uccello appena uscito dal nido o un cerbiatto impaurito. Da qui il soprannome ingeneroso di Bambi.

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Ma quanto era grosso Toni?

Poi però in una notte estiva sotto il cielo brasiliano, il cerbiattino diventò finalmente il re della foresta. A trentasei anni, in fondo, era arrivato il momento. Come al solito.

Vacanze romane?

Miroslav Klose ha avuto in comune con l’attore Michael Wilding, famoso soprattutto per un paio di interpretazioni hitchcockiane, una straordinaria somiglianza fisionomica, l’umiltà (“Sono il peggior attore che abbia mai incontrato”) e un matrimonio finito male con la prima della classe. Che da un lato si legge Elizabeth Taylor, dall’altro, ovviamente, Bayern Monaco.

Il punto più alto della carriera con la maglia di un club, passaggio obbligato per chi può vantare i numeri e la nazionalità di Miro, finisce per confermare i dubbi nutriti dai suoi detrattori. Buone stagioni, soprattutto le prime, dove già ad agosto decide la finale di Coppa di Lega con lo Schalke, ma vissute all’ombra di personaggi più ingombranti.

Il primo anno chiude con 10 gol in Bundesliga, bissati anche il secondo e ai quali vanno aggiunti i sette timbri in Champions che gli valgono il titolo di vice-capocannoniere.

Le copertine (come le canzoni di dubbio gusto) però sono tutte per Toni, Ribery e poi Robben, con Klose intrappolato in una condizione di subalternità – detta anche sindrome-Gilardino -, che se da una parte gli si addice e ne sottolinea l’innata umiltà, dall’altra finisce per sminuirne l’importanza e il valore. Con l’arrivo di Van Gaal sfiora la Champions nel 2010, prima di venire definitivamente accantonato nel suo ultimo anno in Baviera.

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Quando Klose arriva alla Lazio da svincolato, nell’estate 2011, il sentore comune è quello di un’operazione che risponde più a logiche di marketing che ad esigenze tecniche. D’altra parte esordire in un campionato comunque difficile come la Serie A a 33 anni, dopo una stagione, di fatto, di inattività, non è una premessa capace di scaldare i cuori.

A questo va aggiunta la disaffezione ormai decennale del nostro campionato per gli attaccanti tedeschi, categoria fiorente negli ’80-’90s ma ormai in completo disarmo dopo Bierhoff e la parentesi Jancker.

Quando ero ragazzino, capitava ogni tanto che un circo arrivasse in paese e sfilasse per le vie del centro mettendo in mostra il proprio campionario. L’arrivo di Klose (e Cissé) mi ha ricordato quelle sfilate di tigri e leoni, vecchi, sedati, spelacchiati e talmente fuori posto che più che lo stupore stuzzicavano soltanto un senso di malinconia decadente per uno spettacolo ormai fuori tempo e fuori moda. Puntualmente, dopo due mesi, Klose sarà già idolo della Nord. E dopo 5 anni, il miglior marcatore straniero della storia biancoceleste.

All’esordio a San Siro, dopo il rodaggio con gol e quattro assist nei preliminari di Europa League, gli bastano appena dodici minuti per ridicolizzare un monumento della lazialità come Nesta per poi battere Abbiati col sinistro.

Ma è in un derby di fine ottobre che Klose si consacra definitivamente davanti al proprio pubblico. Una gara inchiodata sull’1-1, con la Roma di Luis Enrique in dieci che sta resistendo agli attacchi degli uomini di Reja, finché, ad un minuto dal termine Matuzalem pesca Miro nel cuore dell’area con una scucchiaiata. Klose controlla con l’esterno destro, non benissimo a dire la verità, il pallone gli resta un po’ sotto, ma prendendosi il tempo necessario la piazza col piattone alle spalle di Stekelenburg. È l’apoteosi.

Cinque anni dopo sarà un rigore contro la Fiorentina, inutile per il punteggio, a mettere la parola fine alla straordinaria relazione tra Klose e il gol. Un rigore che Miroslav non voleva neanche tirare, dato che il designato era Felipe Anderson, ma al quale non ha potuto sottrarsi, con uno stadio intero a chiedergli l’ultimo sigillo dando vita ad una sorta di tributo reciproco.

Nel mezzo ci sono stati 63 gol, alcuni molto belli come questo al Palermo o lo stacco di testa contro il Lecce, altri semplicemente importanti. Uno addirittura irregolare, segnato con la mano al Napoli ma prontamente segnalato all’arbitro. Cinque contro il Bologna nella stessa partita, come Pruzzo trent’anni prima. Nel 2013 conquista la storica Coppa Italia contro la Roma, in una finale decisa dal gol di Lulic. Alla faccia del leone spelacchiato.

Mito e leggenda

L’elenco dei record di Klose con la maglia della Germania è imbarazzante. Si va dai 71 gol, tre in più di Gerd Müller (segnati però nel doppio delle presenze, cosa che lo stesso Klose con la consueta umiltà non ha mai esitato a ricordare) alle quattro semifinali mondiali consecutive; dai cinque gol di testa in Giappone al numero complessivo di presenze che lo piazza dietro al solo Matthäus. E poi ancora, le quattro medaglie mondiali, le due triplette consecutive nelle qualificazioni ’02, il titolo di capocannoniere nel 2006. Addirittura il premio di sportivo dell’anno per la rivista glamour GQ nel 2014, ritirato con il consueto imbarazzo.

L’unico appunto che gli si potesse fare era forse quello di non essere mai risultato decisivo in un grande match, nonostante l’elevatissimo bottino di reti. Ed è ovvio come la vittoria in Brasile abbia conferito ulteriore e non trascurabile valore ai suoi gol, che altrimenti sarebbero tornati utili soltanto per riempire qualche pagina del libro dei guinness.

È sempre sembrato il classico bomber da girone, pronto a sciogliersi alle prime difficoltà. Al Maracanà ha avuto la sua rivincita definitiva, grazie al gol di Götze certo, ma a volte la gloria ti piomba addosso senza bisogno di andarla a cercare. Tanto più che la partecipazione al Mondiale brasiliano poteva essere vista come una gita-premio concessagli da Löw per provare ad infilare un paio di golletti, giusti giusti per superare Ronaldo, per poi lasciare spazio ai ragazzini.

Le prime due gare sembrano confermarlo. Klose si accomoda in panchina, in campo va il falso nueve di Dortmund. Poi con il Ghana entra, segna, raggiunge Ronaldo e non si schioderà più dalla formazione titolare. Perché se hai Klose in una fase finale di un Mondiale, non puoi non sfruttarlo.

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Nella notte del Mineirazo Miro firma il 2-0 dopo un bello scambio con Müller: prima calcia su Julio César, poi sulla ribattuta è implacabile. È il gol più importante con la maglia della sua nazionale, probabilmente dell’intera carriera, unitamente a quello contro l’Argentina nei quarti del 2006.

È il gol che fa sprofondare in uno psicodramma senza uscita i brasiliani, umiliati dal nuovo re, capace di togliere lo scettro all’idolo di casa e di una generazione: il Fenomeno.

Quella Coppa non è stata che un doveroso omaggio ad uno dei grandi bomber della storia del calcio. Anche se forse ce ne siamo accorti troppo tardi, nonostante le infinite capriole, Klose è finalmente entrato nella Storia. Dalla porta principale. E poco importa francamente che lo abbia fatto con lo stesso apparente carisma che Fortebraccio attribuiva al deputato Cariglia in un famosissimo corsivo di satira politica apparso su L’Unità:”Si aprì la porta e non entrò nessuno: era Klose”.

I never thought this day would end I never thought tonight could ever be This close to me

“I never thought this day would end,
I never thought tonight could ever be,
This close to me”