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Cos’hanno in comune – alopecia androgenetica e grandiosità sportiva a parte – il più grande tiratore della storia del basket NBA e il centrocampista più intelligente della storia moderna del calcio argentino? Ad una prima analisi, assolutamente nulla

È la storia di due grandi sportivi, capaci entrambi – attraverso vicissitudini similari – di far avvicinare allo sport milioni di appassionati. Perché, che ci crediate o no, esistono diversi punti di contatto nei percorsi verso la gloria di due personaggi nati in due diversi decenni, cresciuti in contesti culturali diametralmente opposti e geograficamente distanti.

 Le origini del mito

Walter Ray Allen nasce nella base dell’aeronautica di Merced, California sud-orientale, nell’estate del 1975. Il padre Walter Senior lavora come saldatore per l’esercito, mentre la madre Flora arriva dall’Arkansas, dove prima di fare la spogliarellista in un night aveva lavorato come raccoglitrice di cotone. Spesso sorridente quanto di poche parole, il terzogenito di famiglia pare non accusare più di tanto l’eterno vagabondare cui la famiglia viene costretta dai contratti triennali del padre.d248f1fa24a386d2a8099afa846ce3dbQuando Ray compie 5 anni la famiglia si trasferisce nella base di Bentwaters a Saxmundum, un paesino della campagna inglese. Qui approccia per la prima volta il concetto di gioco di squadra dedicandosi al pee-wee football (la versione soft del football Americano che tipicamente giocano i figli dei militari) ma soprattutto al gioco del calcio; che, dei due, pare attrarlo maggiormente. Proprio in quei giorni di scoperta per Ray dall’altra parte del mondo nasce Esteban Matiás Cambiasso Delau.

I genitori di Esteban, entrambi bonaerenses doc, gestiscono gli appezzamenti di terreno che il trisavolo genovese – emigrato nell’Ottocento con 11 figli in cerca di fortuna – aveva faticosamente guadagnato e si dilettano con buoni risultati nella pallacanestro.

Esteban pare quindi destinato a diventare un grande giocatore di basket, vista la notevole capacità che mette immediatamente in mostra e che gli vale lo storico soprannome di “Cuchuflito”, poi abbreviato in “Cuchu“: impossibile non notare come il suo fisico filiforme stonasse rispetto ai corpi già strutturati dei compagni di squadra, e lo facesse somigliare a un divo della TV argentina molto popolare nei primi anni ’90.

La conversione

Nel 1985 Ray rientra con la famiglia in California e prende in mano per la prima volta una palla da basket. Per la verità continua a preferire football e soccer, ma si lascia convincere dalle rassicuranti e profetiche parole di mamma Flo: “Hai un dono per questo sport: sfruttalo”.

Sempre su consiglio della madre decide di prendere seriamente pure lo studio, che assieme al basket diventa veicolo di integrazione ed occasione di riscatto sociale: perché a Ray, nel frattempo, è stata diagnosticata una forma neanche troppo lieve di disturbo ossessivo-compulsivo che lo isola dai compagni di scuola e di squadra, rendendolo un diverso.allen-bookNonostante le difficoltà inter-relazionali e la preferenza ancora accordata allo sport europeo preferito, Ray alla fine si dedica al basket. E lo fa essenzialmente per due ragioni: la prima è la crescita smisurata che in due estati lo porta agli attuali 196 cm di puro talento atletico.

La seconda è l’essere diventato padre a neanche 18 anni: crescere bene un figlio significa avere un buon lavoro, e per avere un buon lavoro ci vuole una buona istruzione. Per andare al College serve infine una buona borsa di studio o in alternativa 30.000 dollari all’anno: è così, un po’ per caso, che comincia l’ascesa di uno dei migliori talenti liceali del paese: allenandosi solo per ottenere una borsa di studio per meriti sportivi in qualche ateneo americano.

Nel frattempo in Sudamerica Ramon Maddoni – scopritore di Tévez, Riquelme, Gaitan – s’invaghisce della leadership e della corsa dell’eccessivamente piccolo playmaker biondo della squadretta locale di basket e lo convince a cambiare sport. In realtà Esteban non abbandona il basket finché, entrato a far parte delle giovanili dell’Argentinos Juniors, a 11 anni si trova costretto a scegliere tra le due discipline che si giocano nello stesso giorno:

Sarei presuntuoso a dire che avrei fatto una carriera importante anche nel basket. Però quando ho smesso posso dire che giocavo meglio a basket che a calcio, mi consigliavano di non lasciarlo”.

Dedicandosi al calcio a tempo pieno, Cambiasso comincia ad affinare una tecnica che fino a quel momento era un po’ scostante e che si va ad aggiungere alle già citate capacità di leadership, lettura degli spazi e dei tempi di gioco e adattamento ai compagni più talentuosi, che ha mutuato dopo 10 anni di pallacanestro.cambiasso-coi-capelli-lunghi Mentre l’ascesa di Ray verso il professionismo NBA continua sui campi del Campionato NCAA (gioca per l’università del Connecticut), quella del 15enne Cambiasso inizia a prendere faticosamente forma sui campi impolverati dei Bichos Colorados, dove rocciosi santoni del calcio argentino ne formano ulteriormente il carattere schierandolo alternativamente sia come difensore che come centrocampista. Che sarebbe diventato un calciatore vero cominciava ad essere ogni giorno più chiaro a tutti.

L’ascesa

La svolta per entrambi arriva nel 1996: Ray viene chiamato al Draft NBA come quinta scelta assoluta dai Milwaukee Bucks – il che significa un ricco contratto e la fine delle ristrettezze economiche del figlio, nel frattempo cresciuto da nonni e fidanzata – e comincia un’ascesa che lo avrebbe portato col tempo a vincere un oro Olimpico, due titoli NBA e un’infinità di altri riconoscimenti personali (tra cui 10 convocazioni per l’All Star Game). Calmo e metodico, shoot after shoot sarebbe diventato il tiratore per antonomasia del basket statunitense e un’icona globale.

Come detto, anche per Cambiasso il 1996 è l’anno della svolta: l’Argentina Under 21 viene invitata al prestigioso Torneo di Tolone, col tecnico José Pekerman che vorrebbe premiare i giocatori dell’Under 20 che l’anno prima avevano portato a casa il titolo di categoria. Peccato che alcune squadre rifiutino di mandare i propri tesserati e Pekerman viri dunque sui migliori Under 17 del paese, convocando il 15enne Cambiasso e i 16enni Pablo Aimar e la meteora interista Sixto Peralta.cambiasso-1Esteban gioca titolare in una sola occasione ma sufficiente per incantare gli osservatori del Real Madrid che subito lo aggregano alla prima squadra del Castilla, la formazione satellite dei Blancos che milita in Segunda Division. Sotto l’egida del connazionale e idolo Fernando Redondo e del fratello-portiere Nicolas Cambiasso – pure lui comprato dal Real – ha inizio un periodo fatto di delusioni, sudore, fatica ad integrarsi e varie incompresioni culturali col nuovo paese.

Stufo per le poche partite col Castilla e nastalgico di casa, Cambiasso chiede ed ottiene dal Real di farsi prestare per due anni al glorioso Independiente. A casa Cambiasso risorge e s’impone presto come titolare. Cosa che però non sembra bastare al Real Madrid, che lo ritiene ancora acerbo e cerca di convincerlo ad accettare un altro anno di prestito in Europa. Cambiasso rilancia, dicendo che se proprio lo devono rispedire altrove gradirebbe rimanere a giocare in Argentina, e il Real lo accontenta a patto che questo avvenga in una big che possa metterlo in mostra ed elevarne il valore.

In sostanza, gli chiedono di trovare spazio nel Boca Juniors o nel River Plate. Dopo un periodo di riflessione, Esteban accetta di buon grado di giocare per il River, convinto anche dall’ex tecnico “italiano” Diaz che gli propone di giocare come trequartista. Ed è con quell’unica, esaltante stagione coi Millonarios che ha inizio l’ascesa di uno dei calciatori argentini più vincenti di sempre.

Il rifiuto

Ray ed Esteban sin da giovani s’impongono – nonostante pratichino discipline diverse in contesti opposti – grazie alla testa e all’abnegazione: metodici, talentuosi, riflessivi, compassati, mai sopra le righe ed estremamente avezzi al gioco di squadra e a “fare spogliatoio”, i due non hanno difficoltà a far presa sui compagni grazie ad un’etica del lavoro impeccabile e una comunicazione diretta e precisa.

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Ray Allen, Spike Lee e Denzel Washington in occasione del 15° anniversario dall’uscita del film.

Caratteristiche che non devono sorprendere, visto che uno è cresciuto tra i militari e l’altro in un contesto borghese permeato di cultura e buone maniere. L’istinto a coprire perfettamente gli spazi in campo e la conoscenza del gioco – e la capacità di prevedere le mosse degli avversari – sono invece per entrambi doni di Madre Natura.

All’alba degli anni 2000 entrambi sono sulla breccia dell’onda. Se Ray è ricercato da ogni sponsor tecnico anche per la visibilità datagli dall’aver partecipato come protagonista al film di Spike Lee “He got Game”, Esteban è rientrato al Real Madrid con la seria intenzione di diventarne un giocatore chiave dopo il clamore che ha suscitato in patria.

Cosa che gli riesce solo sulla carta: oltre che per l’incipiente stempiatura, Cambiasso a 22 anni diventa famoso per la cura che mette nei dettagli e per l’etica del lavoro, non certo per il suo gioco. Da lui ci si aspettano giocate di classe o verticalizzazioni da vero playmaker argentino, non l’equilibrio tattico e il pragmatismo tanto cari ai cugini italiani.

Se Allen riceve le prime convocazioni all’All Star Game, Esteban gioca una volta al mese, oscurato e messo in secondo piano da una compagine di superstar affermate come Ronaldo, Beckham, Zidane, Guti e Raul. Relegato spesso in panchina nonostante la squadra stenti, Cambiasso progressivamente si stufa e matura l’idea di cambiare aria per dare una svolta alla carriera.

Visto che nessun dirigente si prodiga per il suo rinnovo, a fine anno decide di accettare l’offerta dell’Inter. Per il Real si rivelerà un errore madornale quanto quello di aver pensato che quel centrocampista così atipico fosse utile soltanto come distruttore di gioco o poco più.

“Me ne andai nel mio stile: senza tanto rumore. In fondo ero in una squadra di autentici galattici: Beckham, Figo, Zidane, Raul, Ronaldo, tutta gente che mi ha insegnato tanto, dal lavoro quotidiano alla voglia di vincere sempre”.

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Cambiasso, Centofanti e Javier Zanetti.

Se per Cambiasso pare non esserci altro nel destino che il rimbombo della parola “sottovalutato” – pure tra i tifosi interisti stanchi dei Guly e Helveg di questo mondo c’è scetticismo attorno al suo acquisto –  anche per Ray non mancano le difficoltà: ormai ha 28 anni ed è il leader di una squadra che stravede per lui ma non sembra riuscire a seguirlo nella sua feroce e disperata ricerca della vittoria.

Sempre più al centro delle critiche anche per la poca loquacità verso compagni o stampa, Ray viene presto ceduto a Seattle, rischiando seriamente di venir relegato nell’infinito elenco dei giocatori “fantastici ma fini a se stessi”, in pratica incapaci di trascinare i compagni. Tesi non più sostenuta dopo il Titolo con Boston nel 2007, prima vera occasione in carriera di portare a casa un anello con la squadra di club. Prima del 2007 non è dunque sbagliato parlare di lui come di un giocatore eccessivamente criticato e fortemente incompreso.

I Feel Devotion

Ad ogni modo, per entrambi è superfluo citare come sia andata a finire. Uno ha vinto due titoli da protagonista (a Miami e Boston) ed è diventato il miglior tiratore da 3 della storia dell’NBA; l’altro ha giocato 10 anni nell’Inter vincendo una Champions League oltre che numerosi scudetti, affermandosi come il miglior centrocampista dell’era dell’Inter post-Matthäus.

Ad accomunarli, oltre ad un indiscutibile talento di base, una tenacia ed un perfezionismo instancabili nella disperata ricerca del superamento dei propri limiti attraverso l’allenamento ossessivo e il sacrificio del proprio corpo. Mai fuori dalle righe ma al contempo chiari ed incisivi nelle dichiarazioni, nessuno è stato in grado di metterne in discussione l’attitudine al professionismo.

Se la preparazione ad una partita di Ray Allen è tanto leggendaria da scomodare il famoso fotografo americano Brian Babineau – che su di lui ha girato un corto cinematografico intitolato “The Ritual” -, il Cuchu non è da meno:

“Cambiasso è uno dei giocatori più veloci di testa che abbia mai avuto. Non deve soprendere: mai visto neppure qualcuno lavorare di più sulla tecnica e sulla tattica”. (José Mourinho)

Le gestione della sfera mediatica è simile ma non del tutto comparabile: Cambiasso non ha mai fatto storie né alzato la voce per il suo ruolo in campo o fuori, mentre Ray sì: la cultura cestistica americana è infatti impostata sul concetto di visibilità ma soprattutto di rispetto. Senza necessariamente assurgere al ruolo di maschio Alpha dello spogliatoio, Ray ha sempre fatto sì che la sua voce arrivasse indirettamente a chi di dovere, compagno o dirigente che fosse. Nonostante la ricercata banalità nelle interviste sia paragonabile a quella dell’argentino, il background culturale di Allen ha avuto un peso notevole.

Non esiste declino

L’onestà intelettuale e la cura maniacale del proprio corpo – entrambi sono astemi e seguono una dieta rigida sin dagli esordi – hanno inoltre permesso un’insperata longevità agonistica. Senza mai forzare il rientro da un infortunio se non quando strettamente necessario, Cambiasso ed Allen sono stati capaci sino all’ultima partita (per Cambiasso deve ancora arrivare) di adattare il loro gioco all’inevitabile quanto lento logorio del fisico.

NAPLES, ITALY - DECEMBER 15: Esteban Cambiasso of Inter celebrates after scoring his team's first goal to equalise during the Serie A match between SSC Napoli vs FC Internazionale Milano at Stadio San Paolo on December 15, 2013 in Naples, Italy. (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)Per Cambiasso ha significato giocare più orizzontale in fase di possesso e più indietro nello schieramento di centrocampo. Giocando quasi da regista basso se non da centrale di difesa, è in grado di fare ripartire con fluidità le azioni e di fermare gli avversari sfruttando più l’elevato QI calcistico e il senso della posizione che la gamba, rinunciando ai tipici inserimenti da box to box nell’area avversaria che gli sono valsi quasi 100 gol da professionista.

Votato come “miglior calciatore del Leicester” l’anno precedente il miracoloso successo in Premier, Cambiasso continua a scorazzare per i campi europei con l’Olympiakos di cui tuttora risulta spesso uno dei migliori in campo. Recentemente, ha dichiarato che se dovessero arrivare delle “buone soddisfazioni” in questa stagione si ritirerebbe “Quasi con sollievo, senza rimpianti o paure: la vita va avanti”.

Ray invece negli anni si è convertito a giocatore “Three and D“, ovvero perfetto come tiratore da 3 e come difensore, rinunciando progressivamente – per questioni fisiche – a quegli aspetti del gioco che lo avevano reso celebre. Qualche settimana fa ha annunciato il suo ritiro, che però formalmente è avvenuto due stagioni fa (l’NBA non considera un giocatore ritirato finché questo non rilascia un comunicato stampa). Stagioni durante le quali parecchie stelle dell’NBA hanno bussato alla sua porta per convincerlo ad aggregarsi alla squadra almeno durante i playoff.

 Come è avvenuto per Ray, Esteban Cambiasso un giorno si ritirerà senza clamori o dichiarazioni altisonanti. Verranno scritti articoli incensanti su di lui come su Ray Allen, permeati da quel misto di riverenza e rispetto che si deve a due figure che hanno segnato la vita degli appassionati di due sport. Partiti come privilegiati e per lungo tempo sottovalutati o non pienamente apprezzati, invecchieranno meglio di quei detrattori che ne hanno messo in dubbio il valore.

E il finale – ancora da scrivere – già li accomuna. Pare che entrambi abbiano intenzione di riciclarsi come opinionisti TV: naturalmente, saranno impeccabili.

“Non mi piaceva il calcio quando ero ragazzino. Mi piaceva il basket, che pensavo sarebbe stata la mia vita. Mi nascondevo in macchina fuori dal centro sportivo della squadra di calcio perché non volevo che gli altri mi chiamassero per giocare. Ero un giocatore di basket migliore di quello che fossi nel calcio. Ho usato questo sport come base e ciò mi ha permesso di avere una visione panoramica del gioco e dei compagni. I miei giocatori preferiti? Naturalmente Jordan, poi Allen Iverson, Kevin Garnett e i big three di Miami: Lebron James, Dwyane Wade e Ray Allen”. (Esteban Cambiasso)