13 min read

Quando sui media è uscita la notizia del difficoltoso rinnovo di Gonzalo Rodríguez con la Fiorentina sono stato preso alla sprovvista, colto da una strana e improvvisa sensazione di incredulità: come se stessi osservando il passaggio di una mongolfiera in mezzo a dei grattacieli.

Perché Gonzalo, a 32 anni, rimane uno di quei giocatori fuori tempo, eccezionale nel senso più letterale del termine: che deroga una norma. Uno di quegli interpreti che misura uno scarto tra l’immagine percepita del ruolo e le caratteristiche specifiche del difensore centrale. Tecnico, elegante, dotato di una cadenza regolare, un 4/4 che si adatta perfettamente alla sua grande passione personale: il rock, declinato sotto forma di esultanze, lingue e tatuaggi che riecheggiano i Rolling Stones.

E Rodríguez, arrivato al quinto anno in maglia viola, sembra destinato ad un ritorno in Argentina in estate. Un atto finale dai connotati romantici, espresso sottoforma di rientro a casa nel club che lo ha formato e poi lanciato ai massimi livelli; lo stesso club che ha sempre tifato e che ha citato come punto fermo rispetto al futuro della sua vita: il San Lorenzo de Almagro. Gonzalo, però, nel frattempo ha superato la dimensione di “semplice” giocatore legato ad un club o a una città: a Firenze rappresenta qualcosa di più di un playmaker difensivo col vizio del gol.

Brothers in Arms

L’estate 2012 è stata una cesura nella storia recente del club viola: dopo due disastrose stagioni culminate con la salvezza alla penultima giornata con Vincenzo Guerini tecnico ad interim e dopo l’allontanamento coatto di Delio Rossi, il club ripartiva da un vero e proprio anno zero. Nuova dirigenza, nuovo allenatore e rosa rivoluzionata per circa il 90%. Vincenzo Montella in panchina era il nome perfetto per un nuovo corso tecnico che riuscisse a combinare obiettivi di respiro europeo con una filosofia di gioco propositiva e un’immagine nuova ma al tempo stesso ambiziosa. Pradè e Macia, rispettivamente ds e dt, si occupavano della costruzione della Fiorentina 2.0 in equilibrio con le idee di gioco proattivo dell’ex Aeroplanino.

In quell’estate movimentata, causa tempi ristretti in rapporto alla quantità di lavoro sul mercato, a metà luglio arriva l’annuncio di un sorprendente doppio colpo viola: dal Villarreal, appena retrocesso in Segunda, sono stati acquistati Borja Valero e Gonzalo Rodríguez per un totale di 7,5 milioni di euro. Il centrocampista madrileño è valutato intorno ai 6 milioni, il difensore argentino 1,5.

Due acquisti passati in sordina, due giocatori con appiccicata su l’etichetta di “understatement”, se non di perdenti o di sconosciuti alla massa, che fosse dei media locali o dei tifosi. Insomma, il tandem Valero-Rodríguez appare più come una coppia di invitati last-minute al party di gala che non il tassello decisivo nella costruzione di una squadra dai princìpi di gioco ben definiti.

Ma se per l’ex Real Madrid non si sprecano ricostruzioni e ritratti che lo tratteggiano come un interprete alla ricerca di una consacrazione mai davvero arrivata, per Gonzalo si alternano notizie che riguardano quasi esclusivamente i suoi gravi infortuni al ginocchio; qualcuno lo disegna come un ottimo acquisto in rapporto all’investimento non andando però oltre il cliché del “difensore centrale argentino, compatto, grintoso e dal gran tempismo”. Una specie di standard archetipico da applicare ad ogni difensore centrale di origine sudamericana appena sbarcato in Serie A, senza distinzioni di sorta. Niente di più lontano dalla realtà tecnica del numero 2 viola.

Montella, infatti, compie un lavoro tattico profondissimo agendo anzitutto sui princìpi di gioco e in seconda battuta sul sistema – declinato in 3-5-2 prima e in 4-3-3 poi – costruendo dalle fondamenta un calcio proattivo che vede nel possesso palla e nel dominio degli spazi di gioco la cifra stilistica e insieme qualitativa della sua Fiorentina. Un progetto reso possibile grazie alle caratteristiche dei due interpreti ex Villarreal, oltre al ruolo pivotale ricoperto da un regista puro come Pizarro.

Borja e Gonzalo, in particolare, rubano fin da subito l’occhio conquistandosi uno straordinario credito tra pubblico e addetti ai lavori. Se la prima annata di Valero è quanto di meglio un centrocampista possa offrire, Rodríguez si fa conoscere grazie ai suoi gol e a giocate oltre le normali convenzioni.

Esempio di regista arretrato che costituisce la prima fonte di gioco grazie a sensibilità di piede, visione panoramica e capacità di lancio: c’è vita oltre Bonucci.

Se la Fiorentina 2012/13 assurge al ruolo di “sorpresa del campionato”, con un quarto posto finale e il miglior gioco per qualità tecnica espressa, buona parte del merito va riconosciuto a quel tandem arrivato dal litorale valenciano. Non si tratta soltanto di qualità, ma di identità e forma. In altre parole, oltre ad un giocatore unico come David Pizarro, la squadra di Montella si eleva dal resto delle contendenti come espressione di un calcio alieno alla Serie A, o almeno ai suoi standard. È un gioco vicino per filosofia, applicazione e qualità a quello delle migliori squadre spagnole. Senza scomodare il tiki-taka, la Fiorentina è espressione plastica di un dna latino, irregimentato in un sistema di possesso palla e dominio degli spazi di gioco degni dei top club della Liga.

Una condizione esistenziale che prende forma dalle idee del nuovo tecnico, ma sorretta dalle capacità di palleggio del duo Valero-Rodríguez: raffinatissimo e a tratti barocco il primo; elegante e retrò il secondo. Insomma, la strana coppia diventa l’ossatura imprescindibile del nuovo corso viola. Una struttura nella struttura, un asse portante destinato ad influenzare le caratteristiche della squadra anche nei quattro anni a seguire. Borja e Gonzalo sono (e saranno) l’architrave su cui costruire il palazzo gigliato.

Let It Bleed

Oltre l’estetica di gioco e le abilità di base, Gonzalo porta qualcosa in più alla causa viola. Qualcosa che si può tradurre in due filoni separati, i gol e la leadership. Materiale che, se applicato ad un difensore centrale, non può che elevarne la figura a capitano de facto. Con l’avvicendamento delle stagioni, infatti, il capitano Manuel Pasqual resta un punto di riferimento ma senza quella continuità in campo che segna lo scarto tra giocatore e leader tecnico. Se Borja Valero è il faro per lo sviluppo e il consolidamento del possesso, con la sua incredibile capacità di smarcamento senza palla e una quasi-invulnerabilità al pressing avversario, Gonzalo Rodríguez rappresenta il primo punto di riferimento in ogni costruzione, e perfino sulle palle ferme.

Perché pochissimi difensori centrali con un fisico così normolineo – 182 cm. per 77 chili – portano in dote una naturale capacità di lettura dello spazio rispetto al tempo di stacco sulle palle da fermo. Così i gol di Gonzalo diventano un marchio di fabbrica: un prolungamento del carisma, insieme a quell’aria educata – concentrata, eppure quasi distaccata – con cui approccia le sfide. Le statistiche delineano un quadro chiaro: finora sono 21 i gol in Serie A e, escludendo questa stagione, non è mai sceso sotto le 4 reti a campionato, toccando quota 7 all’esordio in Italia. Un’enormità in rapporto al ruolo. E spesso sono gol quasi inevitabili per il mix di bravura nei fondamentali e determinazione nell’applicare lo schema provato in allenamento.

Questo gol all’Udinese mi ha colpito più di altri per tre motivi: 1) il perfetto sincronismo di movimenti dentro/fuori per creare lo spazio vuoto sul dischetto; 2) il mismatch di base fra Gonzalo e Danilo, stravinto dall’argentino nonostante gli 8 centimentri di differenza, grazie ad uno stacco in corsa da “manuale del perfetto colpitore di testa”; 3) la palla che viaggia velocissima: sembra colpita con una mazza da baseball.

Nella dimensione da goleador inaspettato convive un ulteriore aspetto, che spiega più di mille parole l’approccio di Gonzalo alla maglia viola e al calcio in generale. Le sue esultanze, infatti, sono sempre compiute e dedicate a qualcosa, che siano rivolte verso l’alto come ringraziamento a qualcuno di più importante, oppure coreografate seguendo uno stilema rock n’ roll che richiama corna, lingue e chitarre distorte che riempiono la vita extra-campo dell’argentino. Una dicotomia netta: in bilico fra gesti di devozione e squarci di rivoluzione, eppure straordinariamente in equilibrio nella personalità-Rodríguez.

“Mi sono avvicinato alla fede durante il secondo infortunio ai legamenti, quando mi regalarono un rosario che mi ha dato molto conforto in quel periodo difficile, così mi sono tatuato la Vergine Maria. La musica, invece, è la mia passione: Rolling Stones, Pink Floyd e Metallica, tra gli altri. Mi piace molto suonare con gli amici per passare il tempo fuori dal calcio.”

Adrenalina e senso del dovere; umiltà e spericolatezza. Sono linee comportamentali di fondo, che scandiscono anche il comportamento del giocatore in campo. Perché il suo rimane un calcio affascinante eppure imperfetto, ricco di toni alti come di improvvise cadute, di garra come di rilassatezza dettata dalle proprie qualità di base, di calma ascetica in situazioni di possesso come di istintivi e disperati salvataggi da caudillo sudamericano in pericolose porzioni di campo. Analizzare Gonzalo significa anche scandagliarne i limiti che ciclicamente affiorano come un refrain familiare, già sentito chissà dove.

 

E poi non dite che non lo temono o che non viene marcato in area…

Oltre al fattore infortuni, che ne ha minato la carriera proprio nel passaggio verso la maturità agonistica, coesiste un elemento di eccesso di zelo, di imperturbabile confidenza che ne ha frenato l’affermazione sui principali palcoscenici (Nazionale e top club spagnoli). Perché un difensore con tali qualità in fase di impostazione e nei piazzati è merce oltremodo rara sul mercato europeo, un perfetto interprete per chi predilige il controllo del gioco attraverso una costruzione bassa fin dal primo possesso, magari con una linea a 3, dove Gonzalo trova il suo habitat naturale reinterpretando in versione contemporanea il ruolo demodé di “libero”. L’ultimo uomo, solitario y final, e insieme la prima mente dell’azione.

In uno scenario europeo che fotografa l’evoluzione tattica della difesa a “3 e ½” – prendendo in prestito le parole di Luciano Spalletti -, un ruolo sempre più pivotale è affidato al centrale difensivo che in fase di possesso funga da regista arretrato e riesca a trovare linee di passaggio pulite come cambi di gioco che inneschino la manovra, eludendo il primo pressing avversario permettendo così rapidità d’uscita e varietà di soluzioni nella costruzione dell’azione: condizioni ormai fondamentali nel calcio odierno. Ruolo che Gonzalo sta esercitando con continuità dall’arrivo di Paulo Sousa a Firenze, grazie al suo modulo ibrido che difende con una linea a 4 in non possesso ed imposta con una a 3.

Ma pensiamo pure a Conte e a Bonucci, vero decision-maker della sua Juve come dell’Italia; o all’attuale Chelsea di Conte, con il passaggio ad un 3-4-3 elastico che ha in David Luiz il perno della costruzione; oppure all’ultima Germania di Löw, che su Boateng e sulle sue qualità d’impostazione ha strutturato intere situazioni di gioco; allo stesso modo si potrebbe citare Piqué; o Guardiola e la sua passione per una linea a 3 variabile quale elemento di garanzia per un efficiente giro-palla e conseguente sfruttamento dell’ampiezza di campo, sfoderata in varie occasioni sia a Monaco che a Manchester.

Il migliore al mondo in questa skill. Quante soluzioni di gioco permette Jerome Boateng? Arrotondiamo in “tendente ad infinito”.

Insomma, le variabili e le interpretazioni sono molteplici e mutano a seconda del tecnico di riferimento, ma è significativo notare che sotto questo punto di vista ci troviamo in un periodo di ridefinizione del concetto stesso di difensore centrale verso un modello vitruviano: il fulcro di un intero sistema. Per questo, Gonzalo Rodríguez rimane uno dei migliori interpreti in quel limbo che vive sotto l’El Dorado dei top team continentali; un libero moderno ma dalle caratteristiche retrò: evoluzione del centrale con un’attitudine old-fashioned. Proprio come il rock degli Stones, rivoluzionario e insieme portatore sano di una solida tradizione blues.

You can’t always get what you want?

Ma Gonzalo, a differenza degli interpreti sopracitati, continua a scontare dei limiti oggettivi. Non ha l’esplosività selvaggia, che permette di porre rimedio ad errori banali, di David Luiz, non ha lo strapotere fisico da supereroe Marvel e il gioco da ambidestro di Boateng, non ha al suo fianco un reparto monolitico e oliatissimo come Bonucci. Insomma, Rodríguez rimane soltanto un potenziale ottimo difensore, bloccato però in una comfort zone come quella fiorentina.

Una dimensione che pare appartenergli di diritto: elegante nelle movenze, compassato nel passo ma determinato nello stare in campo, straordinariamente normale sotto l’aspetto della fisicità. Intrappolato in un universo di medio spessore, impossibile da rompere nel suo rassicurante equilibrio fatto di quarti posti ed Europa League. Un universo ovattato, che ad altre latitudini potrebbe essere ribattezzato come wengeriano. Nonostante un loop esistenziale di obiettivi sfumati ad un passo e una critica che non lo ha mai davvero apprezzato fino in fondo – se non in versione meramente “fantacalcistica” – il capitano viola resta un elemento distintivo per idee di calcio propositive, strutturate e coraggiose.

La classe di Gonzalo in azione: dopo la chiusura su Longo, che tenta di andargli via con un tunnel, infila lui un tunnel all’attaccante e poi lo salta nello stretto con un cambio di direzione da trequartista. La frustrazione di Longo si materializza con una scarpata fuori tempo…

In questo percorso, però, non è mai mancato il riferimento ultimo, quello che lo riporterà in Argentina. Il San Lorenzo, il suo club, quello per cui tifa da sempre e che tuttora segue con passione immutata. Come dimostra qui, quando esulta in caps lock su Twitter per la conquista del campionato argentino. O come ha costantemente dichiarato in ogni risposta alla domanda “futuro”. Anzi, perfino nel giorno stesso del suo arrivo a Firenze espresse la sua felicità ammantata, però, da una patina di nostalgia per Los Cuervos.

“Mi ha sorpreso l’ingaggio della Fiorentina perché sapevo che era quasi tutto fatto per andare al San Lorenzo. La Fiorentina ha fatto un’offerta importante, tutto si è concretizzato nel giro di due giorni. Sono convinto di essere qui, dove si gioca un calcio abbastanza buono, in una squadra valida”.

In un mondo del calcio dove ogni pensiero personale è intrappolato in una struttura di banalità composta da asettiche dichiarazioni in fac-simile, quello di Gonzalo appare come una semplice estensione della verità e del desiderio più impellente: dedicarsi al suo club per diventarne un elemento di spicco, un simbolo carismatico. Cosa che non ha mai potuto ottenere dopo la partenza verso l’Europa nel 2004. Ma gli ultimi quattro anni di periodo fiorentino hanno rappresentato una nuova stagione personale per l’argentino: si è sposato e ha avuto il primo figlio da una ragazza fiorentina, è diventato capitano per acclamazione, ha sconfitto gli infortuni infilando un carnet impressionante di presenze, è diventato una rockstar.

Ha accompagnato e aperto, acustica in braccio, partite di beneficienza al Franchi suonando pezzi di Battisti; si è concesso la presenza in alcuni concerti cittadini – qui è felice come un bambino nel backstage del live di Vasco Rossi, con t-shirt dei Pink Floyd indosso e bacchette alla mano – ha aperto e chiuso le varie cene di Natale della squadra, esibendosi con ottimi risultati anche alla batteria; ha concesso interviste e ospitate con quel piglio per metà timido e per metà ironico (come in questo videoclip); ha sempre messo la faccia dopo ogni partita, sconfitta o vittoria che fosse.

Qui si esibisce con la compagna – a proposito: complimenti vivissimi per la voce – in un omaggio unplugged a Leonard Cohen dopo la sua morte.

Insomma, se il San Lorenzo è e rimane la sua terra promessa, Gonzalo Rodríguez ha però trovato il suo centro di gravità permanente a Firenze. Arrivando in punta di piedi, conquistando consenso ed ammirazione. Come solo un antidivo saprebbe fare. You can’t always get what you want cantava un profetico e disincantato Mick Jagger. E forse, anche stavolta, ripensando agli ultimi quattro anni di Gonzalo, la morale rimane la stessa: but if you try sometimes… you’ll get what you need.