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Di Simone Galeotti

Un aneddoto e un giuramento. Si potrebbe incominciare così il racconto sul Plymouth Argyle. Solo che l’aneddoto in rapporto al giuramento ribalta completamente la logica temporale aprendo tra loro un varco distante un oceano e cinque secoli di storia. Ma se dobbiamo partire facciamolo con l’aneddoto.

Il 14 aprile 1984 è una bella giornata di sole su Birmingham. Non si poteva chiedere di meglio per una semifinale di FA Cup. Ai tornelli d’ingresso del Villa Park si presenta zoppicando Micheal Foot, settanta primavere, rosetta verde appuntata al montgomery e l’inseparabile bastone. C’è un problema però. Lui può entrare ma il bastone no. Lo steward è irremovibile: “Non m’interessa chi è lei signore, non può portare il suo bastone sulle gradinate”. Fortunatamente l’arrivo di un altro inserviente risolve la penosa situazione.

“Prego, venga con me, vedo se posso farla entrare in una zona diversa”. D’altro canto sarebbe stata una vera e propria disdetta non poter assistere alla partita più importante della storia dei Pilgrims, quella che avrebbe deciso chi, fra Plymouth e Watford, sarebbe andato a Wembley a giocarsi la finale della coppa d’Inghilterra.

Plymouth: la bella città portuale del Devon, terra di marinai, pirati e audaci ricercatori, era letteralmente impazzita. La sua squadra di terza divisione allenata dal gagliardo John Hore aveva raggiunto un traguardo impensabile.

In nome di Dio. Ecco il giuramento: “Noi qui sottoscritti, leali sudditi del nostro riverito Sovrano Giacomo, per grazia divina Re di Gran Bretagna e Irlanda, avendo intrapreso un viaggio per fondare la prima colonia della Virginia del Nord, stringiamo un patto solenne di costituire una civile società che miri al miglior ordinamento e la migliore conservazione della nostra comunità, e per il perseguimento di fini che siano giusti ed eguali per tutti.”

La frase verrà scandita ai quattro venti la mattina dell’11 novembre 1620. Nella baia di Cape Cod, aveva appena gettato l’ancora un piccolo galeone a tre alberi battente bandiera inglese e dal nome beneagurante: Mayflower. Fiore di maggio. La nave era partita due mesi prima proprio dal porto di Plymouth guidata dal capitano Christopher Jones. Con lui ci sono John Alden, l’organizzatore del viaggio, e William Bradford, colui che diventerà futuro governatore della nuova colonia. A bordo un totale di 102 passeggeri in larga maggioranza “Padri pellegrini”, ovvero, più concretamente, riformisti puritani separatisti dalla chiesa anglicana, formatisi a Nottingham nel 1606 e subito accusati di tradimento: i Pilgrims.

Il tradizionale quadro dello sbarco dei “Padri pellegrini”.

Ed è per questa vicenda che il nomignolo sarà associato ai giocatori del Plymouth Argyle. Ma la macchina del tempo è nuovamente ripartita perché al Villa Park si è incominciato a giocare. Sugli spalti i tifosi arrivati da Plymouth che avevano intasato e colorato di biancoverde l’autostrada per Birmingham, erano quasi ventimila. Negli occhi ancora quel flash. La fotografia scattata il 14 marzo nel replay del sesto turno a Derby quando i Pilgrims espugnarono il Baseball Ground per 1-0 conquistando l’inaspettata semifinale.

La notte fredda del Derbyshire, i riflettori accesi velati dalla foschia, il campo pesante, e poi gli altri, bellissimi e terribili, con la maglia bianca col caprone sul petto intenti a spingere minacciosi a folate sempre più intense verso la porta difesa con piglio dal bravo Geoff Crudigngton. Nondimeno il Plymouth non ci stava a fare la vittima designata. Nella prima gara disputata in casa aveva dimostrato che poteva giocare alla pari con il Derby County. In fondo nel turno precedente erano stati capaci di battere un’altra grande, ed in trasferta, avendo sconfitto al The Hawthorns il WBA per gentile concessione di Tommy Tynan.

E allora, verso la fine del primo tempo ecco il lampo. Un gol bellissimo e rocambolesco, arrivato direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo. Una parabola infinita, un colpo da biliardo di Andy Rogers con palla in buca d’angolo esattamente sotto lo spicchio di stadio occupato dalla gente arrivata dal Devon. Una rete clamorosa che deciderà l’incontro e inserirà la pallina con il numero del Plymouth Argyle nella sacca color porpora della FA per decidere l’abbinamento delle quattro semifinaliste.

Il più tipico dei paraboloni lenti a spiovere stavolta finisce dentro nel “sette”. Foolish.

Erano passati esattamente 98 anni dalla fondazione del club. Una scommessa fra due amici, e la solita irresistibile nuova moda di fine ottocento di giocare a calcio. Bedford Street e il suo “Borough Arms”, il luogo declinato alla scintilla. Loro sono Howard Grose e William Pethybridge, ex alunni di una scuola pubblica che decidono di regalare a Plymouth il suo sodalizio pedatorio. Il 16 ottobre 1886 entrambi scenderanno in campo nella prima partita che la squadra pare disputò contro una compagine della vicina Cornovaglia, il Caxton, che per la cronaca s’imporrà per due reti a zero.

Si rifaranno qualche giorno dopo con il Dunheved College di Launceston, dove fra l’altro molti elementi del neonato Argyle Football Club erano stati educati e dove avevano aperto libri con disomogeneo interesse. Le speculazioni che circondano l’origine del nome Argyle non sono del tutto chiare ma in fondo è giusto così: questa è terra di confine, un limbo, dove si mischiano tradizioni britanniche e leggende celtiche, una separazione meno oggettiva di quella che materialmente rappresenta il Tamar Bridge che divide Devon e Cornovaglia.

Una delle spiegazioni plausibili pare mutuare l’appellativo da un reggimento militare chiamato Sutherland Highlander’s che all’epoca gestiva una propria importante squadra di calcio. Un’altra ipotesi è invece dettata dal fatto che nei pressi del “Borough Arms” si trovasse anche un’osteria denominata “Argyle Tavern” dove i soci fondatori erano soliti rifocillarsi. Ci sarebbe anche un’ultima teoria che riconduce alla Regina Vittoria e ai suoi interessi scozzesi nella storica città di Inverary, sede del Duca di Argyll. In ogni caso, la squadra assunse il suo nome definitivo nel 1903 quando si affacciò per la prima volta al professionismo sotto la direzione di un certo Bob Jack.

Il dock di partenza della Mayflower, oggi.

Insomma, pur essendo un piccolo club di storie da raccontare ce ne sarebbero parecchie. Un viaggio intanto. Una tournée estiva che nel 1924 portò i Pilgrims ancora al di là dell’oceano, come quella volta del 1620. Ma in questo caso la nave fa rotta verso l’America del Sud, stavolta senza essere accompagnati nel lungo tragitto dai sermoni infuocati della Bibbia riformata, bensì solamente dalle divise da gioco e da qualche pallone per fare due scambi d’allenamento sul ponte della nave, stando attenti a non far cadere la sfera fra i mari dell’Atlantico.

Il Plymouth vinse la prima partita 4-0 contro l’Uruguay che sei anni dopo si sarebbe laureato campione del mondo nella sua casa di Montevideo. Poi i ragazzi del Devon fanno un’altra impresa andando a battere l’Argentina 1-0, e, sempre a Buenos Aires, il 9 luglio 1924 pareggiano una partita incredibile con il Boca Juniors. A catturare l’attenzione di tutti sarà lo stile di un certo Mosé Russell, il capitano dell’Argyle, dalla spiccata personalità e dal calcio preciso e potente. Succederà che nel momento in cui i padroni di casa andranno in vantaggio, il pubblico invase il campo portando assurdamente in trionfo intorno al rettangolo di gioco i propri calciatori.

Quando una mezz’ora più tardi si ristabilì una parvenza di calma, l’arbitro assegnò un rigore ai verdi di Plymouth. A questo punto visto il contorno non idilliaco, Patsy Corcoran, l’incaricato di battere il penalty, sembrò si fosse preventivamente accordato con i suoi per sbagliare appositamente il tiro e non rischiare eventi sgraditi. Tuttavia Russell non si dimostrò disposto a perdere in maniera così vigliacca. E Russell diventò allora l’angolo morto.

Chi guida un mezzo sa cos’è. Si tratta di quella piccola porzione di vista sottratta allo sguardo indagatore dello specchietto laterale. Un paio di secondi, o poco meno, durante i quali un oggetto qualsiasi in movimento al nostro fianco non viene assolutamente percepito: in quegli attimi l’oggetto non esiste. Eppure c’è, e sta camminando con noi. L’oggetto in quel caso era Russell. Si mosse deciso precedendo Corcoran un attimo prima che quest’ultimo calciasse il pallone. Russell segnò fra la sorpresa e soprattutto il timore di tutta la delegazione sportiva inglese. Apriti cielo.

Nuova invasione, ma fortunatamente nessun giocatore aggredito, solo tanta paura e naturalmente partita sospesa. I momenti memorabili non sono finiti qui. Marzo 1973. A Home Park, casa del Plymouth Argyle dal 1901, è di scena nientemeno che il gigante brasiliano del Santos. Tra le loro fila sbuca Edson Arantes Do Nascimento, in arte Pelè, il più forte giocatore del mondo, la pantera nera di Tres Coracoes. Ad ammirarlo arrivano (dati ufficiali) in 37.639, pronti per la verità a gustarsi il successo dei Pilgrims, maturato grazie alle reti di Mike Dowling, Derek Richard e Jimmy Hinch.

Pelé e gli altri giocatori del Santos in campo all’Home Park di Plymouth.

Il risultato finale fu di 3-2, Pelè mise a segno un rigore, ma ciò non bastò ai bianconeri di San Paolo ad evitare la sconfitta. Quel 1973 non sarà ricordato solo per la vittoria sul Santos; nella squadra allenata da Tony Waiters esordisce Paul Mariner, attaccante con la faccia da cantante pop che in area di rigore se la suona e se la canta. Se ne andrà nel 1976 a fare le fortune dell’Ipswich Town di Bobby Robson, lasciando a Home Park uno spartito con 56 note musicali: il numero dei suoi gol. Tutti realizzati con la maglia dal semplice monogramma PAFC che aveva sostituito l’emblema della Mayflower, reintrodotto soltanto successivamente.

Tuttavia non saranno gli unici simboli che hanno rappresentato l’evoluzione del crest societario dei Pilgrims. Anni prima apparve anche uno scudo sferico, dove il simbolo della contea era attraversato dalla croce di Sant’Andrea, cui è dedicata la chiesa madre di Plymouth.

È tempo di tornare a quel giorno d’aprile del 1984. Sul soleggiato Villa Park, il Plymouth Argyle entrò in campo con la tradizionale maglia verde sui pantaloncini neri, una tonalità piuttosto insolita in Inghilterra eppure questo club dalle venature insulari, lo ha fieramente e fortemente voluto, lasciandosi prendere la mano negli anni Sessanta quando (forza degli eventi) si ritrovarono a indossare un kit di tendenza innovativa con il bianco preminente.

In un’atmosfera che solo la magia della FA Cup sa regalare, i Pilgrims, snocciolarono la loro preghiera: Crudingngton, Nisbet, Uzzell, Harrison, Smith, Cooper, Rogers, Phillips, Hodges, Tynan, Stainforth. Di fronte, l’undici in giallo di Peter Taylor e dell’eccentrico proprietario Elton John. Il Watford della grande cavalcata dalla quarta divisione ai vertici della massima serie, e che in quel momento toccava l’apice di una celebrità che fece epoca. Diciamolo subito: il Plymouth avrebbe meritato di più. Invece fu colpito a freddo dopo appena un quarto d’ora dal colpo di testa dello scozzese George Reilly che sulla pennellata dal fondo di John Barnes segnò il gol più importante della sua carriera, sotto la gremitissima Holte End.

Direbbe un vecchio adagio, “mancò la fortuna, non il valore. Mancò soprattutto quella rete che sembrava fatta, ma che il centrocampista Kevin Hodges “riuscì” a sbagliare a pochi passi dalla porta mancando l’impatto con il pallone davanti alla faccia smarrita di Steve Sherwood. Ciccò il pallone, come si dice in gergo.

A Plymouth, sembra, si rattristò anche la statua di Francis Drake, il prediletto della regina Elisabetta, che sprezzante giocava a bocce sul porto mentre all’orizzonte incominciavano a disegnarsi le sagome minacciose dell’invincibile armata spagnola. Lui forse avrebbe segnato quel gol che avrebbe rimesso in parità l’incontro e poi sarebbe corso in panchina da John Hore a bere un sorso di rum. O magari no. Perché forse l’epopea dei Pilgrims doveva chiudersi così.