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Di Alfredo Montalto

Viene chiamato “Mudo” perché la sua lingua difficilmente produce suoni, preferisce far parlare le sue straordinarie abilità calcistiche. Al suo arrivo in Italia, sembrava giungere da un mondo passato. Antico era il suo modo di giocare, antico era il ruolo che interpretava, antiche erano le sue qualità. Lo contraddistingueva la pura e semplice classe, quella incontestabile, quella che ti fa strabuzzare gli occhi, quella che non viene più abbastanza apprezzata ai giorni nostri. “Avere qualità non basta” – è il mantra moderno – “bisogna anche correre e sacrificarsi per la squadra”.

E forse un po’ di ragione ce l’hanno: guardando le grandi squadre europee, è difficile trovare un giocatore che non unisca alla grande tecnica una grande intensità di gioco. Può venire in mente Isco, uno dei giocatori più assimilabili al “Mudo”, che tuttavia ha dovuto assorbire questa aggressività di fondo, nella sua costante ricerca della felicità, cioè di un posto da titolare nei Blancos. El Mudo sembrava rappresentare un flusso ininterrotto con la scuola calcistica argentina degli anni ’60. Quella del gioco lento, avvolgente, della palla che corre e i giocatori che non si muovono, dei protagonisti ipertecnici: della Nuestra, insomma.

Venne chiamato così il modo di giocare degli argentini, in modo da far comprendere come avessero un loro calcio, come loro lo intendessero in maniera differente rispetto a tutti gli altri. Quella che si concluderà con la sconfitta contro la Cecoslovacchia per 1-6 nel 1958, portando ad una rivoluzione nel fútbol del paese sudamericano. La nuova corrente di pensiero verrà chiamata Resultadismo e si basava, appunto, sull’occorrenza dei risultati, piuttosto che sul modo in cui essi venivano ottenuti.

Franco Vázquez viene dal mondo della Nuestra, un mondo a tratti ripercorso nella storia calcistica, che mai si è affermato come dominante. Viene dal mondo delle strade di Villa Carlos Paz, dalla gioia nel tocco di fino, dai boati quando si realizza un tunnel, dai cross in rabona o i gol di tacco. La forma piuttosto che la materia, il bello piuttosto che l’utile. Un modo di vivere il fútbol certamente goliardico e irriverente, ma che ne rappresentava un limite.

Rischiava di ridurlo ad un giocatore da “divertissement”, uno di quelli che rende più bello il calcio e che vale il costo del biglietto, ma che non riesce a rendere vincente la squadra per cui gioca. Lo testimonia la sua estemporaneità come giocatore, la sua mancanza di continuità, le sue soventi assenze ingiustificate all’interno delle partite.

Quel pomeriggio in cui El Mudo si annoiava, e così decise di saltare con ruleta+tunnel mezzo centrocampo del Torino passeggiando. Obi, però, non la prese benissimo.

Nel Belgrano e a Palermo, Franco Vázquez poteva sembrare un’esaltazione del singolo, ma in realtà era una cristallina esaltazione del fútbol, mostrando tutte le qualità di uno sport nato come divertimento, ma evolutosi come “obbligo di vincere”. Ripercorreva una filosofia, El Mudo, riportava l’estetica pura nel mondo del calcio, ai danni di fisicità, resultadismo e intensità: qualità fondamentali per “sfondare” come calciatore, ma non per ammaliare.

Nel suo ultimo anno a Palermo, senza più nessuna Joya con cui dialogare, Vázquez inizia il suo cambio di mentalità, comincia a lottare per la squadra, a rendersi utile oltre che bello. 11 sono i cartellini gialli che rimedia durante le 36 partite giocate. El Mudo, causa un Palermo a rischio retrocessione, è costretto a tirar fuori delle qualità che forse non sapeva di possedere. Aggressività, voglia di vincere. Il processo di trasformazione è agli inizi, Vázquez si prende ancora (troppe) pause, tenta ancora (troppi) tunnel. È un trequartista in evoluzione, a metà tra completamento globale e versione old-fashioned, che non permette di assaporare appieno nessuna delle due anime, ma che a Palermo fa sempre la differenza con 8 gol e 6 assist.

Qui, contro l’Atalanta, sfodera un cucchiaio da 25 metri facendolo sembrare la cosa più semplice ed elegante del mondo. Come sistemarsi una sciarpa di cachemire attorno al collo.

In estate, i top club italiani se lo dimenticano colpevolmente. Si porta dietro lo stereotipo di calciatore di lusso e in Italia, si sa, gli stereotipi hanno ancora un peso decisivo. Si pensa che non sappia giocare ad alto ritmo, che sia un giocatore fine a se stesso, che vada bene per piazze come Palermo. Il ds del Siviglia Monchi, invece, non ci pensa su e se lo porta a casa per una cifra contenuta (15 milioni) se paragonata alle spese pazze dello scorso mercato. Subito dopo l’acquisto, Monchi dirà addirittura:

“Lo abbiamo pagato molto meno rispetto al suo reale valore”.

Lo spostamento a Siviglia lo trasforma, o meglio: lo completa. Vázquez non viene più lasciato gironzolare in mezzo al campo aspettando il momento adatto per realizzare la giocata decisiva. Nel sistema di Sampaoli è canalizzato: corre di più e meglio, acquisisce consapevolezza in fase di non possesso, e rimane fedele ad un ruolo.

Mentre in Sicilia la magia del Mudo veniva lasciata spesso – a seconda dei diversi allenatori che lo hanno allenato – libera di fluire, senza confinarla ad un ruolo che la opprimesse o limitasse, a Siviglia Vázquez diventa una pedina dello scacchiere di Sampaoli. In quanto pedina, può compiere solo alcuni movimenti pre-assegnati all’interno di un collettivo plasmato su prìncipi di gioco ben definiti: aggressione alta e verticalità. E questa cornice, anziché limitarlo, ne ha accresciuto l’incidenza all’interno delle partite.

Troppo soventemente il Vázquez di Palermo si perdeva, senza trovare la giusta posizione e risultando abulico rispetto al resto della squadra soprattutto in fase di non possesso, senza toccare i tanti palloni che il suo raffinato sinistro dovrebbe toccare.

E inoltre in preparazione si dedicava a cose come questo triplo tunnel: leggerissimamente irriverente.

Non era in grado, insomma, di esaltare l’anarchia di un posizionamento non stabile in campo. Un avanguardista ossessivo come Sampaoli ha lavorato su questo. E così Franco si è scoperto un po’ meno goleador (2 reti in campionato) e un po’ meno assistman (solo 2 assist). Insomma, un po’ meno magico, ma incredibilmente utile.

Nel 4-2-3-1/4-1-4-1 e infine nel 3-4-2-1, moduli di gioco solitamente usati dal Siviglia, Vázquez gioca la maggior parte delle volte al centro della batteria di centrocampisti offensivi che occupano gli spazi dietro la punta, in modo da illuminare con il suo mancino. Ma l’allenatore argentino sa che per caratteristiche tecniche Vázquez può fare di tutto e allora, all’occorrenza, lo dispone in ruoli diversi. Lo prova prima punta, seconda punta, perfino esterno destro. Diversamente da Palermo però, ovunque sia posizionato, deve sempre svolgere un grande lavoro difensivo.

Soprattutto in fase di primo pressing, parte essenziale del gioco di Sampaoli. Il Mudo si sacrifica, attacca spesso la prima fonte di gioco – il mediano avversario -, ma dev’essere sempre pronto ad aggredire gli “spazi di mezzo” per sfruttare la ripartenza successiva nel momento in cui il pressing collettivo ha effetto. Un lavoro che necessita di disposizione al sacrificio, ma anche di un’aggressività di fondo che lui già a Palermo aveva dimostrato di possedere, anche se sporadicamente. Un lavoro dispendioso sia fisicamente che mentalmente, che non è stato ancora completamente assimilato dal Mudo, che talvolta lo interpreta in maniera pigra.

Anche in Andalusia non rinuncia però alla sua classe. Esempio: questo profiterol sulla linea laterale creato col mancino, come lo vogliamo catalogare?

Il suo grosso difetto è proprio questo: una discontinuità di base che ne limita l’efficacia, derivata dal periodo in cui il pallone era un gioco e non un complesso meccanismo di movimenti collettivi e tempi di gioco nelle due fasi. Questione di testa, quella che spesso e volentieri è decisiva nel permettere il salto di qualità a giocatori nel suo ruolo. Ricordate Alexis Sánchez al primo anno ad Udine? Già fenomenale, ma quante pause. Problema che il cileno ha risolto in breve tempo aderendo agli insegnamenti di un maestro del gioco proattivo come Wenger.

Caso contrario, Menez: talento puro, ma che si accende a sprazzi, senza reali garanzie di rendimento e dalle scarse caratteristiche associative. Un difetto di fondo che ha rovinato la carriera del francese. Sampaoli deve svezzare il giocatore, dargli dei fondamenti tattici e lavorare sulla sua testa e soprattutto sulle capacità di applicazione nei 90 minuti. Ne vale la pena, perché il prodotto finale sarebbe un top player.

Insomma, pur non esplodendo definitivamente, questa stagione Franco Vázquez si è saputo reinventare maturando come singolo all’interno di un contesto irregimentato. È riuscito a comprendere come il suo sinistro potesse diventare utile per un fine diverso dalla pura gioia della giocata. Un cambio di mentalità, stimolato da un calcio in cui l’estetica è un concetto spesso sottovalutato. Conta vincere, come nel Resultadismo. E allora, in un mondo fatto di risultati, anche un nobile del pallone può trasformarsi in soldato semplice, può e deve mettere le sue straordinarie qualità in trincea.

D’altronde, come diceva Colin Firth in Kingsman, “La vera nobiltà è essere superiori a chi eravamo ieri”. Franco Vázquez, espressione e sintesi di due epoche: dalla Nuestra al Resultadismo.