“Roma la devi conoscere e capire. Sennò puoi diventare un giocatore anche bravo, ma non sei un giocatore della Roma.”  (Sebino Nela)

Era la torrida estate del 2013 e ormai già da qualche anno a Trigoria si respirava quell’aria di cambiamento, la creazione della “nuova” Roma americana che tanto faceva storcere il naso ai tifosi giallorossi. Dal 12 giugno gli allenamenti al Centro Sportivo Fulvio Bernardini, il quartier generale della Roma, li dirigeva Rudi Garcia.

Della margherita di nomi per il dopo-Zeman, (esonerato alla 24esima e rimpiazzato fino a fine stagione da Andreazzoli) l’allenatore francese era quello meno entusiasmante. Si parlava del Loco Bielsa, di Laurent Blanc, di Roberto Mancini; invece, tra l’incertezza e la poca fiducia dei sostenitori, la spunta l’ex tecnico del Lille.

Incertezza e sconforto che vengono alimentati dalla conferenza stampa di presentazione, nella quale Rudi Garcia preferisce parlare in francese; quando mai si è visto un allenatore che non sa l’italiano alla Roma? Ma Garcia ha idea di cosa voglia dire allenare la Roma? Forse no, probabilmente per lui Roma è una piazza come un’altra e non si fa problemi a non rinnovare il contratto di Perrotta e a cedere Matteo Brighi, due dei pilastri giallorossi. Assieme a loro lasciano Trigoria nel malumore generale Lamela, Marquinhos e Pablo Daniel Osvaldo, pedine non essenziali nello scacchiere della nuova Roma.

Rudi Garcia non altera la sua filosofia: la predisposizione al calcio offensivo, il suo marchio di fabbrica; a Lille con un tridente pesante (Gervinho-Sow-Hazard) aveva interrotto un digiuno lungo quasi 60 anni portando a casa a sorpresa la Ligue 1. Ed è proprio Gervinho uno degli acquisti chiesti dal francese, assieme a Ljajic e a Kevin Strootman, vero colpo di mercato, già leader e capitano del Psv e della nazionale Olandese a 22 anni (il più giovane di sempre).

Si presenta senza paura Kevin, quel ragazzone di 186 centimetri che non sente il peso della 6 di Aldair, mai indossata da nessuno fino a quel momento, con quell’aria da Leader, da imperatore che ha appena conquistato nuove terre e vuole presentarsi ai suoi nuovi sudditi. Un anno e mezzo in seguito alla fondazione della “nuova” Roma,dopo la vittoria in un derby, Rudi Garcia dirà in conferenza stampa: “A Roma non ci sono Re a parte il Papa, Totti e il ‘Libanese di ‘Romanzo Criminale“

La risposta di Garcia è poco pertinente alla domanda, come se l’intenzione del tecnico fosse quella di parlare di Re di Roma a prescindere da ciò che gli viene chiesto.

Chissà se mentre rispondeva alla domanda Rudi non abbia per un attimo pensato al rimpianto più grande della sua gestione, al mancato Re di Roma, lo stratega Strootman (anche se probabilmente assomiglia più al Freddo che al Libanese).

Rudi Garcia arriva a Roma dopo le infelici parentesi Luis Enrique e Zdenek Zeman, due allenatori agli antipodi; il primo privilegia un gioco prevalentemente in orizzontale, un gioco di posizione e possesso palla (con Luis Enrique media di possesso a partita del 60,4%), il secondo punta tutto su un sistema veloce e verticale. Il tecnico francese riesce in un certo senso a sintetizzare la tesi Enriqueiana e l’antitesi Zemaniana, plasmando una Roma più solida difensivamente e più attendista rispetto a quella del boemo, ma più intraprendente e precisa di quella di Luis Enrique (percentuale di passaggi riusciti con Luis Enrique: 84%, con Rudi Garcia: 86,5%).

Gran parte del merito di questa inversione di rotta è dovuta al nuovo centrocampo; i 3 interpreti nello scacchiere di Rudi sono Strootman-Pjanic-De Rossi; questi ultimi erano già parte integrante del progetto Enrique e del progetto Zeman, l’unica novità è Kevin Strootman.

Effetto Strootman

Nonostante la turbolenta estate ricca di contestazioni, la partenza della Roma è fulminante, 30 punti nelle prime 10 gare, 14 risultati utili consecutivi e solo 4 gol concessi in 14 gare. A Livorno, nella prima gara della stagione, Rudi Garcia prova un 4-3-3 con Borriello punta centrale e Totti spostato ala sinistra, salvo poi, nella seconda frazione, con l’inserimento di Gervinho, spostare il capitano come “falso 9” riuscendo a sbloccare la partita.

Questo stravolgimento nelle idee garciane (a Lille la punta era Sow, tutt’altro che un falso nueve) è dettato più che dalla sfiducia in Destro e Borriello, dalle caratteristiche dei singoli; avendo 4 giocatori bravi ad inserirsi senza palla, (i due esterni, solitamente Florenzi e Gervinho, Pjanic e Strootman) ed un fuoriclasse, Totti, in grado di trasformare l’azione in pericolosa in ogni momento, (6 assist fino all’infortunio contro il Napoli) un modulo privo di attaccanti di raccordo è molto più efficace – nelle prime 10 partite 14 gol sono di esterni o mezzali.

In fase di impostazione Totti è sempre più arretrato rispetto agli esterna; cerca di ricevere il pallone sui piedi attirando i centrali e favorendo i movimenti di Gervinho e Florenzi (che taglia verso il centro dando spazio a Balzaretti di salire).

Proseguo dell’azione, Totti rimane arretrato così da lasciare spazio a Gervinho di cercare la profondità. L’ivoriano verrà poi servita da Florenzi e scaricherà per Totti che siglerà l’1-0.

Strootman non prende parte alla trasferta di Livorno, ma già dalla gara successiva prende le chiavi del centrocampo. In trasferta a Parma si prende la responsabilità di battere il calcio di rigore, che puntualmente trasforma (un missile, tra l’altro); già dopo due partite è il nuovo beniamino dei tifosi, sembra sia nato per giocare mezz’ala alla sinistra di De Rossi.

È il prototipo di centrocampista completo, sempre presente in fase difensiva, senza però rinunciare all’apporto in fase offensiva, argina la pigrizia di Gervinho in fase di non possesso e sfrutta appieno le caratteristiche dell’ivoriano servendo spesso palloni in profondità.


Il confronto tra i 3 centrocampisti;  è chiaro come Strootman sia, a differenza di Pjanic e De Rossi, rilevante e determinante in entrambe le fasi. Il momento determinante della stagione della Roma, reduce da un sesto ed un settimo posto nelle due annate precedenti, è la trasferta di Udine; nona giornata di campionato.

La Roma arriva con un filotto di 8 vittorie consecutive e affronta la solita, compatta Udinese di Guidolin.
Al 66° Maicon riceve il secondo giallo e lascia i suoi in dieci; i giallorossi si coprono a difesa del pareggio quando, a 7′ dalla fine, Strootman aggancia un pallone difficile e si accentra partendo da sinistra. È ormai al limite dell’area, la palla sul suo sinistro, ma non tira, (anche se qualità da tiratore ne ha) temporeggia, con la coda dell’occhio vede Michael Bradley libero e con un leggero tocco lo serve sulla corsa.

“Lex Luthor” Bradley con un piattone preciso batte Kelava; è il gol della nona consecutiva, il gol simbolico dell’americano nella Roma americana, il gol della consapevolezza che non è più la Roma traballante delle passate stagioni.

Strootman è ormai un punto fermo per i giallorossi, la punta di diamante del trittico di centrocampo probabilmente più forte del campionato. Gli addetti ai lavori gli affibbiano il nomignolo “la lavatrice”, per la sua incredibile capacità di “ripulire” le palle sporche e di trasformare l’azione in offensiva.

La sua completezza tecnica, tattica e fisica lo rende perfetto a qualsiasi tipo di gioco, anche al calcio italiano, quel calcio che lui, qualche mese prima, ancora amareggiato dalla sconfitta della sua Olanda Under 21 contro gli azzurrini in semifinale, aveva aspramente criticato: (“È il gioco degli italiani: aspettano l’errore degli avversari e lo sfruttano senza pietà, noi abbiamo giocato meglio, creato di più, ma se stai perdendo 1-0 contro l’Italia col passare dei minuti diventa sempre più difficile, e irritante; loro sfiancano gli avversari.”)

Assieme alle grandi prestazioni arrivano le voci di mercato, con diverse squadre pronte a fare follie per “the washing machine”, ma a Kevin non interessa; il suo agente risponde così: “Strootman si arrabbia molto quando legge le voci di mercato, è un giocatore con un contratto lungo”, Kevin lascia parlare il campo:

Il gol di Strootman contro il Napoli. Missile.

Strootman non smette più di stupire, per alcuni è potenzialmente il centrocampista più forte in circolazione; potenza che rimarrà però tale, non per cali di prestazioni o quant’altro, ma per un maledetto infortunio.

The Injured Dutchman

Maledetto credo sia la parola giusta; perché tra tutti i giocatori in circolazione proprio Strootman? Uno dei talenti più puri e cristallini, un gigante che veniva spesso e volentieri preso in giro dai compagni per la sua mascella sproporzionata. È il 9 marzo, al San Paolo si gioca un importantissimo Napoli-Roma; Strootman cinque giorni prima giocando con la sua Olanda e con la fascia da capitano al braccio, aveva chiesto il cambio per precauzione dopo aver sentito dolore al ginocchio, ma sembrava aver recuperato e partiva titolare.

La partita di Kevin dura solo 7 minuti, un apparentemente innocuo scontro di gioco con Dzemaili lo costringe a lasciare il campo. Il referto medico è devastante: lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, stagione finita e niente Mondiale in Brasile da capitano. Si sgretola così, una manciata di mesi prima del Mondiale, il “Big Three” Oranje tanto coccolato da Van Gaal: Van Persie, Robben e Strootman; perdita incolmabile per Van Gaal che lascia il Brasile alla lotteria dei rigori. (Strootman è pure un ottimo rigorista…)

Come Bernard Fokke, capitano dell’Olandese Volante, maledetto dal destino e costretto a navigare in eterno senza mai poter mettere piede sulla terra ferma, Kevin Strootman, capitano dell’Olanda, colpito dal destino avverso, deve aspettare 255 giorni prima di mettere piede sul rettangolo di gioco.

Dura poco in realtà il ritorno dell’olandese, sei partite ed il destino si ricorda nuovamente di lui; è il 25 gennaio 2015 e Strootman torna a navigare senza meta lontano dal campo.  Il 30 gennaio viene operato in artroscopia: un intervento durante il quale è stata rimossa la struttura fibrotica presente, ovvero una complicanza dovuta alla precedente operazione.

Il secondo viaggio di Capitan Strootman dura 269 giorni, il 26 ottobre rimette piede sulla terraferma, ma è solo una sensazione di libertà effimera, la maledizione lo perseguita ancora, ma la lavatrice non molla. Il 1° novembre va di nuovo sotto i ferri per l’intervento di riposizionamento del legamento crociato anteriore del ginocchio; una revisione artroscopica che lo introduce ad un nuovo percorso riabilitativo, percorso ancora in corso; la Roma non ha fretta, sa che per spezzare la Maledizione dovrà aspettare, ma fa capire a Capitan Strootman che l’affetto e la stima è invariata: rinnovo fino al 2020 nonostante due anni di inattività.

Le prime camminate dell’olandese sul prato di Trigoria che spezzano un silenzio di due anni sono supervisionate da uno staff nuovo, un allenatore nuovo. Rudy Garcia era stato esonerato lasciando la squadra a Luciano Spalletti, che, aiutato da un mercato di riparazione intelligente, riporta fiducia ai giocatori e ai tifosi dopo i pazzi risultati dell’ultimo periodo Garcia.

Il lento e graduale ritorno di Strootman si conclude con 5 presenze nel finale di stagione; il ritorno è peró tutt’altro che esaltante, l’olandese ha perso la sua efficacia in entrambe le fasi, passando da più di un tiro ed un passaggio-chiave a partita ad una misera media di 0,4 a partita, da 2,2 contrasti vinti a 0,6. Le difficoltà sono però in gran parte dovute al nuovo contesto in cui si ritrova Strootman, un gioco diverso da quello del PSV, da quello della Roma di Garcia, e dei compiti diversi.

In estate va via Pjanic, assenza pesante ma fino ad ora colmata senza troppi problemi; lo stile di gioco di Spalletti si discosta totalmente da Rudi Garcia, a partire dal graduale inserimento di una punta di peso, Dzeko, che dopo la prima deludente annata riesce finalmente a trovare la porta, già 17 gol in questa stagione. La maggiore novità è la nuova posizione di Nainggolan – alla “Perrotta” – come detto dallo stesso Spalletti, per sfruttare appieno le doti di inserimento del belga senza perdere il suo apporto in fase difensiva.

È in realtà abbastanza difficile dare un’identità uniforme alla Roma spallettiana, complici i continui infortuni che stanno costringendo il tecnico di Certaldo a cambiare continuamente assetto, ma si puo’ notare abbastanza chiaramente cosa venga chiesto a Strootman e come lo stile di gioco dell’olandese sia radicalmente cambiato.

L´evoluzione di Strootman rispetto alla stagione 2013/14, nonostante un ridotto apporto in fase offensiva mantiene medie difensive nettamente superiori alla sua prima stagione a Roma, un po’ per una revisione tattica che lo porta a giocare piú lontano dalla porta, un po’ per limiti atletici dell’olandese, non piú in grado di fare perfettamente entrambe le fasi.

Con Spalletti Strootman inizia la sua seconda stagione da titolare alla Roma, a 26 anni ha ormai raggiunto la piena maturità tattica, ma ha inevitabilmente perso aggressività ed esplosività. Come una persona che perde un senso, l’olandese sta cercando di sopperire alle difficoltà atletiche dovute ai due anni di stop affinando altre caratteristiche; la sua spiccata intelligenza tattica gli permette di intuire in anticipo le intenzioni degli avversari, complementandosi perfettamente con De Rossi, che raramente cerca l’anticipo.

Manifesto del nuovo Strootman, anticipo e lancio morbido sui piedi di Salah.

Strootman non è più il giocatore completo che Rudi Garcia stava plasmando tre anni fa, Spalletti lo sta convertendo verso un centrocampista prettamente difensivo per formare una diga davanti alla difesa con De Rossi, delegando agli esterni e a Nainggolan più libertà in fase offensiva.

Arriva addirittura al tiro più raramente di Bruno Peres e Manolas, ma è, subito dopo De Rossi, il giocatore della Roma con più passaggi riusciti (in media 51 su 57 a partita). Non segna più spesso come nella sua prima stagione, ma è stato l’eroe della partita più importante dell’anno per un tifoso romanista, il derby con la Lazio.

Nonostante il facile recupero di Wallace, Strootman continua la corsa per pressare subito il centrale biancoceleste. Recupera palla, sposta con il pensiero Dzeko che si stava già avventando sul pallone, e insacca l’1 a 0 importantissimo in una partita che sembrava destinata a finire in parità.

L’esultanza è simbolicamente la fine della sofferenza di Strootman, i due anni e mezzo di sacrifici scivolano via dai 186 cm di Kevin, vengono cacciati via dall’urlo liberatorio dell’olandese che corre subito verso la curva, dimostrando come lui Roma la abbia conosciuta e capita, e come di risposta la tifoseria lo abbia sempre protetto: quasi fosse nato e cresciuto nella Capitale.