Risalire Gumpendorfer Strasse, provenendo da Esterhazy Park diretti verso la circolarità ottocentesca di Ringstrasse e del cuore asburgico della città, significa fare tesoro di anime frastagliate, di identità conflittuali e ordinatamente ricomposte allo stesso tempo. Verso nord, il groviglio di viali che ti rapisce e stupisce fino a Heldenplatz; sul versante opposto, oltre i ponti in ferro battuto del fiume Wien, le strade silenziose e piccolo-borghesi di Margareten e, infine, la densità contorta ed evanescente di Favoriten, l’ex quartiere operaio oggi crocevia d’immigrazione anonima e sconnessa.

A Vienna, anche la complessità è razionale, disciplinata eppure aperta a incursioni e contaminazioni; i palazzi, i caffè, le Gemeindebauten (le case popolari degli anni ’20) si susseguono stratificando le epoche, in una mescolanza che parla il linguaggio fiero dell’Europa e della modernità. E del calcio, naturalmente. Favoriten è ancora oggi uno dei principali insediamenti del tifo per il Rapid Vienna, il club della classe operaia e il più titolato dell’intera Austria.

Nei locali grezzi ed essenziali si espongono vessilli biancoverdi, ultimo baluardo di appartenenza contro la malinconia dilagante di sigarette sempre accese. “Vienna – ha scritto quel genio di Claudio Magris – è basso ventre del mondo, familiare pure nella degradazione”.

Il distretto di Favoriten ha visto crescere e transitare alcuni dei campioni più rappresentativi del calcio austriaco, ciascuno con il proprio carico umano e sportivo; dal dolore incredulo di Matthias Sindelar, il capitano ebreo del leggendario Wunderteam, a Josef Bican, l’instabile attaccante che scelse la nazionale cecoslovacca, fino al re dei goleador: Anton Polster, detto Toni, tanto irriverente e devastante quanto dissociato ed incapace di legare fino in fondo il suo nome e i suoi tanti gol al ricordo imperituro del mito o dell’eroe. Già negli anni giovanili, Polster si accasa all’Austria Vienna, il club legato alla media borghesia di matrice ebraica della città, con cui esordisce nel 1982.

Alto ed elegante, con la capigliatura arruffata e il sorriso contagioso, il centravanti Toni si rivela immediatamente per quello che è: un predestinato del gol. L’11 settembre 1982 firma il primo sigillo della carriera, chiudendo a pochi minuti dalla fine il derby contro il First Vienna, il club più antico d’Austria sbiadito progressivamente nei bassifondi delle leghe regionali e sostituito nel cuore dei viennesi dalle due squadre ancora oggi più rappresentative; quattro giorni dopo, sblocca il match di Coppa delle Coppe contro il Panathinaikos timbrando il suo esordio internazionale, mentre a novembre arriva anche la prima rete con la maglia della nazionale (4-0 contro la Turchia in una gara di qualificazione agli europei del 1984).

Vede la porta come pochi, il giovane Toni; mescola tecnica e potenza prendendo solo il meglio della tradizione danubiana: il gusto raffinato della coralità e la concretezza senza fronzoli di un soldato mitteleuropeo. Polster si fa conoscere dentro e fuori i confini nazionali proprio durante quella bella e dannata stagione 1982-83: un campionato svanito per la sola differenza reti dopo un’incredibile rimonta nei confronti dei rivali del Rapid, e contemporaneamente una cavalcata in Coppa delle Coppe fino alla semifinale persa con il Real Madrid allenato da Di Stefano, quello poi sconfitto nella finalissima di Göteborg dall’Aberdeen del giovane coach Alex Ferguson.

Ed è proprio nella competizione continentale che il diciottenne Polster si carica sulle spalle l’attacco dei Veilchen, i ‘violetti’ della capitale; se in campionato, a bucare le porte avversarie per diciotto volte è il più esperto ‘Copa’ Steinkogler, in Europa l’Austria Vienna si affida al gioiello del suo vivaio, nel club sin dall’età di nove anni. Due gol al Panathinaikos, altrettanti nel 4-2 esterno di Istanbul contro il Galatasaray e, dopo l’eliminazione del Barcellona, in rete anche nel pareggio interno con il Real Madrid, quello dell’illusione prima del tracollo al Santiago Bernabéu.

Già da quella stagione, Polster mette in luce doti innate di animale d’area; è un centravanti moderno che sa pungere con astuzia e partecipare alla costruzione del gioco. Soprattutto, si rivela inattesa macchina da gol; si fa conoscere per le doppiette e subito viene ribattezzato Doppelpack o Twinpack, colui che il regalo non te lo incarta mai singolo. Alla fine, in cinque stagioni con la maglia dell’Austria Vienna, le reti saranno 119, oltre 350 tra club e nazionale quelle complessive di una carriera lunga e poliedrica.

Dopo la beffa ad opera del Rapid, i violetti collezionano tre campionati consecutivi e per tre volte Toni Polster è capocannoniere del torneo con cifre impressionanti: 24 gol nel 1984-85, 33 nel 1985-86 e, soprattutto, 39 in quello successivo, ‘scarpa d’oro’ del continente. Non è sempre stata un’ascesa lineare; all’inizio, il giovane Polster ama frequentare locali e discoteche con la stessa disinvoltura con cui ama andare in rete; si dice che fu il ‘vecchio’ Herbert Prohaska, tornato all’Austria Vienna dopo le parentesi italiane di Inter e Roma, a convincerlo a concentrarsi sulla seconda delle attività.

A ben guardare, un’intuizione vincente. Nell’estate dell’87, finalmente, anche il calcio italiano si accorge di questo goleador dall’aria scapigliata da rock-star; ad aggiudicarselo è il Torino allenato da Gigi Radice, uno abituato a tenere i granata in alta quota, avendoli già portati al titolo undici anni prima. Polster è subito devastante, complice anche un gioco a lui funzionale.

“Questa è una squadra che gioca con la palla bassa, sempre in verticale e che ti crea gli spazi per andare in gol.”

Ritmo, corsa, verticalizzazioni, inserimenti sono le pre-condizioni su cui Polster ha costruito la propria fama di goleador; persino le solide difese italiane – le migliori del mondo in quel periodo – ne rimangono inizialmente spiazzate. Il gran galà dell’attaccante austriaco si consuma già alla seconda giornata di campionato, la prima al Comunale: 20 settembre 1987, Torino-Sampdoria 4-1 e Doppelback per l’occasione ne fa tre.

Il repertorio è vario, come un concerto di Capodanno nel teatro dell’opera della sua Vienna: sblocca il risultato con l’istinto rabbioso del felino, riprendendo una mischia dopo una sua punizione finita sulla barriera. Nel secondo e nel terzo sigillo, c’è la forza fisica e la tecnica con cui per due volte tiene a bada il roccioso Vierchowod prima di trafiggere il portiere con precisione e raffinatezza.

Sette gol nelle prime dieci partite e un Torino che per buona parte del campionato assapora i piani altissimi della classifica; poi un crollo improvviso, di gol ne arrivano solamente altri due (comunque capocannoniere della squadra) e i granata restano fuori dalle coppe europee. Polster lascia l’Italia e approda in Spagna; in tre stagioni a Siviglia segna 55 gol in 102 partite (33 nel 1989-90) e nell’ultimo anno forma un’affiatata coppia d’attacco con un giovane attaccante cileno proveniente dal campionato svizzero: Ivan Zamorano.

In due segnano oltre venti gol, insufficienti per far avanzare il Siviglia in Europa. Polster riparte da Logroño e dai madrileni del Rayo Vallecano, prima di fare nuovamente le valigie e riprendere a girovagare per l’Europa, destinazione Colonia. Cinque stagioni, dal ’93 al ’98 e la media ormai non più sorprendente di 79 gol in 151 partite, che non bastano tuttavia ad evitare la prima storica retrocessione dei biancorossi in Zweite Liga. Ancora un paio di stagioni a Mönchengladbach e Salisburgo, prima di chiudere definitivamente nel 2000.

L’ultimo graffio è però del 1998, ai Mondiali di Francia nella partita d’esordio, quando in pieno recupero spezza il sogno del Camerun raccogliendo a modo suo l’ennesimo pallone vagante della carriera e spedendolo sotto l’incrocio dei pali. Potenza e precisione, inconfondibile e puntuale al richiamo ancestrale dell’area di rigore.

Ma anche una volta smessi i panni da calciatore, Polster non ha finito di stupire: allenatore con l’Admira Wacker e poi nelle leghe regionali con il Wiener Viktoria e, infine, cantante pop. Sì, perché nel 2006 l’ex bomber diventa front-man degli Achtung Liebe, il cui singolo più famoso Toni walk on! (una sorta di inno personale) arriva a vendere oltre 40mila copie.

“Cantare mi esalta, soprattutto ai concerti. È una sensazione paragonabile ai tempi in cui giocavo a pallone.”

Eccola l’ultima metamorfosi del ragazzo allegro di Favoriten; come in un romanzo rovesciato di Musil, l’attaccante capace di far sognare mezza Europa moltiplica le sue dimensioni, calca le sfumature, tiene il palco come l’ultimo metro dell’area piccola. In anticipo sugli anni come sui difensori.

Perché in fondo, nella parabola leggera e spensierata del più importante attaccante austriaco del dopoguerra, si cela lo stesso mistero della città che lo ha visto crescere: tanto inarrivabile nella sua esibizione di splendore, quanto tremendamente alla portata nella sua semplicità affabile e popolare di capitale del mondo. Senza padroni e senza tempo. Come la musica.