Il Chievo Verona che veleggia al decimo posto con 25 punti è probabilmente una delle maggiori conferme della Serie A 2016/17. Uso la parola conferma perché non si può più parlare di “sorpresa” o – peggio ancora – di “favola Chievo”. Perché i clivensi restano l’espressione plastica di uno dei migliori allenatori del campionato in rapporto a qualità complessiva della rosa, risultati sul campo ed impronta tattica. Ovvero Rolando Maran, il grande dimenticato del calcio italiano.

Come capita all’enigmatico Billy Bob Thornton nel noir capolavoro dei fratelli Coen – L’uomo che non c’era – Maran sembra destinato, suo malgrado, al ruolo di fantasma: una vita nell’ombra, una carriera marginale nei suoi risvolti mediatici come nel pieno riconoscimento della propria attività; un’immagine percepita che cozza con quella espressa tramite il suo lavoro, sia esso tattico o gestionale. Una figura da chiamare in causa quando vengono elaborate facili metafore sul calcio italiano che non attira più come un tempo, il grande derelitto una volta imperatore del mondo, magari mettendo sul piatto l’uggiosa cornice che fa da contorno ai campionati del Chievo.

Insomma, una dimensione in bilico tra parodia e una sottile sensazione di repulsione: come trovarsi davanti a qualcosa di tremendamente provinciale, noioso, mai avvincente. Una squadra che in pochi dicono di osservare o, peggio, stimare. Eppure Rolando Maran, arrivato alla soglia dei 53 anni e soltanto alla quarta stagione in Serie A, resta un professionista da analizzare e capire a fondo. Perché nel suo calcio all’apparenza pragmatico convivono spinte di innovazione e studio incessante, metodico, quasi maniacale. E una serie di risultati per buona parte roboanti, almeno in rapporto alle potenzialità delle proprie squadre.

Canederli, golf e pressing

L’aria austera, quasi glaciale, che sembra un concentrato impressionista di antidivismo è probabilmente la cifra stilistica del Maran-personaggio. Un approccio col mondo che il mister clivense ha sempre fatto suo, fin dai tempi delle giovanili e dell’adolescenza a Trento, divisa a metà tra un faticoso diploma da ragioniere, un futuro già tracciato nella piccola azienda edile del padre e la consapevolezza di una passione per lo sport a tutto tondo. Calcio in primis, ma non solo. Maran è affascinato da sport più rilassati nella loro dimensione borghese, come lo sci e il golf. Attività da coltivare in solitaria immerso in location isolate e silenziose.

Quasi monacale nel suo allure ascetico, Rolando Maran si afferma invece come un uomo dal carisma evidente mosso da un profondo istinto di conoscenza, per usare le parole del suo tutor e insieme talent scout: “Lo volli con me a tutti i costi perché, già da difensore, erano chiare le sue doti: arcigno, intelligente, sempre pronto a conoscere qualcosa in più”. Il pensiero è di Silvio Baldini e si riferisce al passaggio decisivo nella vita dell’allenatore, ovvero la chiamata in Serie C2 a Carrara nel 1995. È un periodo di transizione fra le ultime annate da mestierante di categoria e l’incertezza per le future prospettive nel mondo del calcio, che, grazie al rapporto col mister massese, si concretizzeranno in un cursus da allenatore pro.

#Esordi. Anni ’90 a profusione: cartellonistica con sponsor Paluani, mullet+hawaiana per Silvio Baldini e un completo simil-preside di Bayside School per Maran.

In questo bildungsroman di provincia, Maran parte da Verona, sponda Chievo, un ambiente che ha potuto conoscere a fondo grazie alle nove stagioni passate al Bentegodi come difensore dei clivensi. È un uomo di campo che conosce come nessuno le particolarità del microcosmo veronese e che da vice-allenatore – al fianco di Silvio Baldini – contribuirà a gettare le basi di quel gruppo che di lì a tre anni passerà alla memoria collettiva come “il Chievo dei miracoli” di Delneri. Maran studia e apprende le prime basi teoriche e soprattutto comportamentali che rappresentano le fondamenta del cambio di prospettiva tra campo e panchina.

Osservare oggi la prima parte di carriera di Maran suscita una strana sensazione e, con questa, pure qualche riflessione. Una giostra di esoneri, ritorni, strani contratti annuali vincolati all’obiettivo del tutto e subito e una patina di malinconia che ricopre il periodo cupo del mister trentino: dal 2004/05 – ultimo anno al Cittadella – fino al primo ottobre 2011 – giorno dell’ingaggio a Varese, è un continuum di delusioni, annate perse, incapacità nell’instaurare una continuità di lavoro. Insomma, la nemesi di quella che attualmente è l’immagine percepita di Maran: un uomo equilibrato, allenatore di medio-lungo periodo, pragmatico, efficiente, solido come una roccia alpina.

Quel periodo tormentato, disseminato di quattro esoneri e due rescissioni consensuali, racconta di una crescita personale progressiva e insieme di un sistema-calcio italiano basato quasi esclusivamente sul fiato corto, sull’assillo del “tutto e subito”, su di una progettualità che non supera l’orizzonte di qualche settimana. La svolta arriva in un ambiente di provincia, ancor più provinciale del solito, perché il Varese mai si era spinto oltre qualche anonima presenza in B, ma con Maran raggiunge il sorprendente traguardo della finale dei play-off. È il turning-point che gli consegna l’invito per il gran gala della Serie A a 49 anni.

La tiratissima finale d’andata persa per 3-2 contro una Samp ben più attrezzata: Obiang, Soriano, Eder, Romero, Gastaldello, Pellè…

La sua squadra, organizzata, armonica e straordinariamente efficace nell’esaltare il materiale tecnico a disposizione, è un inno alla preparazione tattica di scuola italiana. Intesa nel senso più professionale possibile, oltre gli abusati cliché di difensivismo e catenaccio: il suo Varese ha un’identità precisa, aggressiva e basata su una fase di pressing alto che ha pochi uguali in serie cadetta e perfino in A.

Etna e nuvole

La chiamata arriva da Catania, è la prima volta al Sud per un uomo del profondo Nord come Maran. E il debutto coincide con la stagione del record di punti nella storia del club etneo. Raccolta l’eredità di Montella, un impianto basato sul 4-3-3 e su princìpi-base come il dominio del possesso tramite il palleggio, il Catania 2012/13 riesce nell’impresa di migliorarsi. Immutato lo schema di riferimento, Maran riesce a rendere ancor più organica ed omogenea la creatura nata dalla rivoluzione montelliana, e non solo. I 56 punti finali testimoniano una straordinaria continuità, insieme alla consacrazione di un paio di interpreti.

Uno di questi è un folletto argentino che – tuttora – sta mettendo a ferro e fuoco le trequarti campo della serie A: Papu Gómez vive una stagione da giocatore top, infilando 8 reti e 8 assist in 36 presenze. Ma i numeri, per quanto eloquenti, non bastano a sintetizzare la vena creativa del trequartista tascabile. Il Papu, sotto l’attenta guida di Maran, supera i propri limiti delineando uno scarto tra giocatore da divertissment e uomo-chiave di un intero collettivo; il mister trentino usa la giusta combinazione: lo responsabilizza, aumentandone il peso specifico all’interno del collettivo. Rilancia la puntata, come un esperto giocatore di poker: sia la fase di transizione positiva che quella di rifinitura passano dai rapidissimi piedi dell’argentino.

Barrientos-Papu connection. Una scuola di creazione e attacco dello spazio alle spalle dei difensori.

Insomma, al primo anno di Serie A, la sua creatura miete già consensi e risultati in egual misura staccando un eccellente ottavo posto a pochi punti dal preliminare di Europa League. È una rivoluzione copernicana perché, sulle tracce dell’eredità di Montella, Maran rischia e punta tutto sulla definizione di un’identità precisa: il suo Catania gioca sempre, scende in campo per provare ad imporre uno spartito codificato, quasi mai è espressione del conservatorismo di un certo tipo di calcio italiano. All’ombra minacciosa e austera dell’Etna i suoi interpreti si muovono svelti, intrecciando trame di gioco e tagli con la facilità di un sarto davanti alla cucitrice.

Sono i frutti di un lavoro profondo e di una visione moderna dei risultati attraverso una proposta di gioco strutturata. Il tridente Barrientos-Bergessio-Gómez è una bizzarra riproposizione formato-bonsai del modo di attaccare che va per la maggiore in Spagna, facendo a meno della fisicità, in favore di intensità, tecnica e attacco degli spazi. Un upgrade del lavoro di Montella, una filosofia da squadra di vertice nonostante le ambizioni stagionali fossero puntate sull’obiettivo della salvezza.

Anche a Catania, però, Maran paga lo scotto del secondo anno. Fedele al suo curriculum, il meccanismo s’inceppa nel 2013/14, stagione iniziata con la cessione a peso d’oro del Papu in Ucraina e il progressivo smottamento del gruppo che nei precedenti due anni aveva raggiunto l’apice sportivo della squadra siciliana. Allontanato dopo sole 5 giornate, Maran si ferma e – esclusa una parentesi di ritorno di due mesi – punta dritto alla stagione successiva. Che si apre, ancora una volta, in una situazione di emergenza.

Accademia con tre degli uomini chiave di quel Catania: Pitu-Papu-Castro-Papu. Rigorosamente con due tocchi a testa.

Maran è ormai il chirurgo da chiamare in caso di emorragia, il professionista scrupoloso che accetta incarichi ad alto coefficiente di complicazioni senza lamentarsi troppo e, anzi, mettendo in gioco le sue abilità e la sua fama per stabilizzare un quadro clinico complesso; stavolta accetta la chiamata del suo Chievo e dopo 15 anni ritorna a Verona per raccogliere l’eredità traballante di Corini, appena esonerato.

Migliorare, sempre

Al Chievo prende una squadra impantanata nel gorgo della retrocessione e, da metà ottobre ad aprile, la guida con perizia ad un’insperata salvezza che i bookmakers quotavano oltre 4 al momento del suo approdo al Bentegodi. Stacca il pass della A con cinque giornate d’anticipo, disegna un undici organizzato, difficile da affrontare, con idee chiare e movimenti armonici nelle due fasi. Non ha a disposizione grande qualità di base quindi adatta la sua visione agli interpreti lasciando da parte – in un primo momento – le idee più futuribili.

Il Chievo è una squadra strana, sghemba: oltremodo vecchia – l’indice dell’età media segna un cocooniano 30,3 anni – senza reali margini operativi sul mercato, senza la spinta di una vera piazza alle spalle, in bilico tra piccola officina artigiana di provincia e un gioco molto più grande di sé intorno. Una provincia che non è provincia, una interzona sospesa nella dimensione di un quartiere all’interno di una città di medie dimensioni.

Stabilizzare il paziente Chievo è la mission del mister trentino, progetto che prende forma grazie anche alle ristrettezze della vita di rione. I clivensi puntano su Maran nell’ottica di un mantenimento della categoria che possa salvaguardare lo status acquisito negli anni; il mister punta sul Chievo in un intervallo di medio periodo che possa lasciare solide tracce del suo lavoro.

Fase di costruzione tipica dell’ultimo Chievo di Maran: giro-palla basso orientato ad evitare la pressione e trovare l’ampiezza con uno dei terzini, creazione dello spazio di ricezione da parte del trequartista che si abbassa in zona palla, passaggio veloce dal terzino alle punte, posizionate in verticale, che usano il velo per dialogare e liberarsi al tiro. Lineare, geometrico, fluido. Assistiamo ad un grande classico maraniano.

È così che si apre la scorsa stagione, quella della consacrazione, seguendo una narrazione cara a chi è chiamato ad operare in provincia: partenza col turbo aperto, consolidamento della posizione, rallentamento e finale di stagione in relativa tranquillità. È una ricetta tradizionale, sicura, casalinga. Eppure fuori dall’ordinario se bilanciata rispetto agli ingredienti a disposizione: Maran agisce come uno chef di cucina povera, reinventando piatti e bilanciando elementi secondo una visione pragmatica ed innovativa al tempo stesso.

“Siamo sempre noi che dobbiamo determinare cosa fare in campo, non gli altri.”

Nel suo pensiero c’è sempre un richiamo alla collettività, alla funzionalità più alta verso la quale deve remare un insieme di individui seguendo regole e comportamenti ben delineati. Non c’è spazio per l’improvvisazione. Il suo Chievo è la dimostrazione plastica di questi princìpi-base, come si può leggere in questa bella intervista concessa a Rivista Undici l’agosto scorso, che ci consegna, oltre ad un character più aperto e ironico del solito anche un tecnico dalle idee nette e perentorie come punti esclamativi: intensità, pressing, volontà e abilità nello sviluppare il proprio gioco in ogni situazione specifica.

“Il mio calcio è propositivo. Mi piace l’aspetto offensivo, forse perché ho fatto il difensore. Voglio che la squadra sia artefice della propria prestazione. Chiedo aggressività. L’approccio deve essere forte, per esaltare le qualità.”

I clivensi, dopo un altro campionato sorprendente chiuso a 50 punti, vantano la settima difesa del campionato e il dodicesimo attacco – dato migliorato rispetto al 2013/14 – gettando le basi per l’ennesima stagione a firma Maran: una stagione di certezze granitiche. Quest’anno, infatti, il Chievo è già a metà della somma punti dell’anno scorso (con una partita in meno) e le statistiche parlano chiaro: terza difesa del campionato, dietro la Juventus e a soli due gol dalla Roma, squadre e club distanti circa un iper-uranio dalla realtà veronese. La fase offensiva ricalca gli anni scorsi con il 15esimo posto nei gol fatti, eppure anche sotto questo aspetto qualcosa è cambiato.

Siamo abituati a visualizzare i gialloblu come una squadra fortemente reattiva, incatenata dietro la linea della palla, a copertura degli spazi, capace di portare l’azione esclusivamente giocando sull’errore altrui. È un’immagine percepita che, però, non rende giustizia al lavoro e alle qualità di Maran. L’uomo che, più di ogni altro, ha imposto un modello sofisticato proprio a Verona. Esempio: la sua squadra è la seconda in termini di corsa in Serie A davanti al Napoli, nonostante l’età media più alta d’Europa. Un salto concettuale di difficile spiegazione se non si effettua lo sforzo di entrare nelle idee del tecnico trentino.

Già dalla prima giornata di quest’anno il mantra ascetico maraniano fa il suo effetto: “più in alto recuperiamo palla, meno spazio dobbiamo percorrere”. Contro un’Inter slegata e allo sbando da un punto di vista posizionale, il Chievo fa incetta di seconde palle, sfrutta gli inserimenti di Castro nello spazio di mezzo e chiude il discorso con Birsa, trequartista emblema del Maran-pensiero.

Il Chievo è una squadra corta, dal posizionamento rigoroso, con la sua linea a 4 in difesa e il rombo di centrocampo dietro ad una coppia d’attacco, che si nutre di un pressing ultra-organizzato raggiungendo livelli di armonia e complessità capaci a poche altre realtà. Meggiorini e l’eterno Pellissier sono gli uomini che, in barba alla carta d’identità, chiamano la squadra all’azione orientando il pressing sia sullo scarico laterale in fase di inizio azione avversaria che in zona centrale; perché, come ripete spesso Maran, “se portiamo pressione in alto, gli altri devono solo guardare il proprio avversario e stare pronti all’anticipo: non devono preoccuparsi della profondità”.

Non è l’approccio speculativo di un conservatore o di un mestierante di categoria, ma l’applicazione di un’impaziente filosofia di gioco di un demiurgo che ha elaborato un piano nitido. Sa adattarsi agli avversari, sa imporre i propri princìpi ed elevare un parco giocatori da pre-pensionamento in una manifestazione di preparazione tattica e gestionale, nonostante la posizione di svantaggio in cui regolarmente si trova. Il suo Chievo è consapevole, maturo, mai in affanno o colto di sorpresa.

Pensa come una grande, senza averne alcuna caratteristica: né estetica, tantomeno di talento di base e blasone. Correre tanto, correre bene e portare a compimento una visione più grande del singolo e del risultato domenicale. Creare un’identità comune, seminare e irrorare una “cultura del lavoro”. Espressione che Maran ripete da anni, come un predicatore ramingo lungo le sdrucciolate strade della provincia pallonara italiana.

“Il Chievo gioca allo stesso modo contro le grandi: con Inter o Juve deve essere sfrontato, niente freno a mano. Ci saranno momenti in cui correremo meno e prenderemo imbarcate, ma è questa la strada.”

Arrivato a 53 anni, Rolando Maran si gode l’ennesima stagione delle meraviglie: a soli 2 punti dalla Fiorentina e 3 dal Torino. Diventato perfino un fenomeno virale sui social tra hashtag #PandoroMeccanico e un genio che l’ha ribattezzato #RinusMaran, scherzando, ma neppure troppo sul fatto che il suo Chievo fosse di default già salvo a dicembre.

Fedele a sé, con quel suo fare distaccato e raccolto, avvolto in abiti dalle tonalità scure, scandito da un timbro di voce perentorio, pacato, mai sopra le righe, Maran persegue una linea di comportamento che fa rima col concetto di professionalità tout-court. In attesa di una chiamata che possa finalmente concedergli l’opportunità di alzare la posta in palio. Senza fretta, però. Come uno scalatore esperto. Consapevole che per affrontare le vette delle montagne bisogna partire dalla prima, per poi risalirle una alla volta.