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Nella raccolta di poesia Le Ceneri di Gramsci, Pier Paolo Pasolini scrive un componimento dal forte valore simbolico. Lo chiama L’Appennino e in esso svolge un viaggio nell’Italia centro-meridionale. Il tema principale della poesia è l’ansia interiore dell’autore, incapace di comprendere dove stia la vera vita. Se la rispecchi l’alta borghesia, così nobile ed elegante, ma anche così marmorea e fondata sull’apparenza. O se la rispecchi il popolo, barbaro, istintivo addirittura “pre-umano” ma che al tempo stesso “umanamente gioisce”. Pasolini giunge alla conclusione che la vera vita risieda nella rozzezza del popolo, non nella falsità borghese resa insipida dalla cultura.

Nel nostro mondo, e quindi nel calcio che il mondo rispecchia, vige una logica dell’apparenza. Si ricerca la perfezione, quelli che non sbagliano mai, l’estetica diviene spesso un valore sovrastimato. Ecco perché un giocatore come Paletta viene irriso, stigmatizzato, ricondotto a qualcosa di trascurabile. Gabriel Paletta non ha un viso delicato, non è elegante e composto nel modo di giocare, non ha capacità tecniche che ne permettano un’esaltazione. Sbaglia. Ha un aspetto quasi da “uomo primitivo”, sarebbe semplice immaginarselo come un operaio che si spacca la schiena per portare la pagnotta a casa. È poco borghese, ha poca apparenza: è pura e rozza vita.

Paletta al Boca Juniors affronta il Milan nella finale del Mondiale per Club 2007. Dovrà marcare anche un certo Kakà.

È sempre stato poco considerato Gabriel Paletta. Forse a causa del suo stile ruvido, delle sue capacità tecniche totalmente nella media, nel suo modo di giocare che rievoca un ritorno al passato più che un’innovazione. Forse ha contribuito anche il suo aspetto, quei capelli impossibili da apprezzare e spesso vittima di ilarità e meme d’ogni sorta. Sicuramente, alcune sue prestazioni sono state decisive nel proiettarlo nell’immaginario collettivo come uno di quei difensori scarsi per antonomasia. E quando ti fai una nomea, è davvero difficile riuscire a contraddirla e ribaltarla. Perfino Bonucci lo sa bene, soltanto alcune annate magnifiche hanno permesso di raddrizzare i nasi di chi era sempre pronto a storcerlo quando si parlava delle sue qualità.

Paletta, nella sua infanzia calcistica, milita nelle giovanili del Banfield, con cui nel 2004 esordisce in prima squadra. Si dimostra subito un difensore roccioso ed abile in marcatura: vince i mondiali under 20 del 2005 con l’Argentina e diverse squadre europee ne notano le qualità. A soli 20 anni, il Liverpool lo porta in Europa per 2,2 milioni di euro. La squadra anti-borghese per eccellenza: quella della KOP, quella del concetto di squadra e unità, del “You’ll Never Walk Alone”.

Ma Benitez lo boccia subito: troppo ruvido, troppe poche qualità di base per stare nella stessa squadra di Xabi Alonso, Gerrard e Carragher. Dopo una stagione con otto presenze se ne torna in Argentina, al Boca Juniors, alla Bombonera. Rimane al Boca per tre stagioni, durante le quali diventa un titolare. Le sue limitate qualità tecniche di base e la sua lentezza in campo aperto, tuttavia, rimangono i suoi difetti più evidenti che influiscono sulle prestazioni in maglia xeneize.

Nel 2008 soffre la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, attualmente il suo unico grosso infortunio in carriera, ma nell’estate del 2009 diverse squadre europee provano ad acquistarlo, fra cui il Palermo di Zamparini.

L’affare salta e Paletta rimanda il suo arrivo in Italia ad un anno dopo, quando approda al Parma. Un ambiente tranquillo, per certi aspetti rustico, perfetto per vederlo sbocciare. E infatti in gialloblu si afferma e diventa un idolo dei tifosi, stupendo per la straordinaria continuità di prestazioni nel campionato 2010/11. Donadoni sarà importantissimo nella sua crescita da giocatore dandogli un imprinting tattico che rimarrà una delle sue qualità maggiori. Rimane a Parma quattro anni e mezzo, durante i quali arriva anche l’esordio in nazionale italiana.

Proprio con la maglia azzurra, Paletta si costruisce una cattiva nomea. Dopo l’ottimo debutto in amichevole contro la Spagna, viene convocato da Prandelli per il Mondiale in Brasile: floppa clamorosamente la prima partita del mondiale contro l’Inghilterra, sbaglia diversi interventi, va in confusione e si perde Sturridge in occasione del gol inglese.

Paletta sbaglia completamente il modo di affrontare Welbeck, tentando di raggiungere la sua linea di corsa, ma arrivando in clamoroso ritardo. All’inglese basta un tocco per compiere un irrisorio bridge sul difensore oriundo.

Sarà quello uno dei turning point, in negativo, della sua carriera. Sembrava la bocciatura definitiva per il suo impiego ad alti livelli eppure, complice pure la crisi societaria del Parma, il 2 febbraio 2015 il Milan lo acquista per 2,5 milioni di euro. Facile prevedere una sua disfatta. Uno dei club più titolati al mondo, che ha visto giocare campioni come Maldini, Nesta, Baresi, non potrà mai apprezzare un centrale tutto mestiere e cattiveria come Paletta. Tuttavia, è titolare praticamente inamovibile del Milan di Inzaghi, che si classifica decimo in campionato. Interessante la pagella di Sandro Sabatini, dopo il suo esordio, in Juventus – Milan 3-1.

PALETTA 6,5: Dà una bella risposta a tutti quelli che – ripensando al Mondiale – aspettavano solo di prenderlo in giro. Invece si fa beffare poco o nulla. Perché non sarà un campione, no. Ma uno affidabile, sì.

Complessivamente, i suoi sei mesi al Milan non sono negativi: è autore di buone gare ed è il migliore per rendimento fra i centrali rossoneri. Ma non incanta, anche perché la situazione scombussolata della squadra incide sulle sue prestazioni: cambia troppo spesso il compagno di reparto, il che non permette il crearsi di affidabili meccanismi di gioco difensivi. Spesso gioca al fianco di Mexes, alla peggior stagione in carriera (non a caso Mihajlovic appena arrivato voleva tagliarlo dalla rosa). Rimane troppo spesso solo a tu per tu con l’avversario e quindi viene amplificato uno dei suoi grandi difetti, la lentezza e la difficoltà nel difendere lo spazio alle sue spalle.

Inoltre, non essendoci un regista di ruolo che verticalizzi il gioco (De Jong? Anche no), i difensori centrali sono spesso chiamati all’impostazione; compito che evidenzia un altro fondamentale, quello tecnico, in cui l’italo-argentino scarseggia. Insomma la riconferma non arriva e, nell’estate del 2015, viene girato in prestito secco all’Atalanta.

28 agosto 2015: Paletta viene presentato ufficialmente come nuovo giocatore della Dea.

In provincia, a Bergamo, rinasce. Ritorna il difensore ammirato a Parma: grintoso, fortissimo sulle palle alte e di rara continuità. Lascia intravedere addirittura dei miglioramenti tecnici, la cura Reja sembra averlo totalmente rigenerato. Dopo le prime tre partite, l’allenatore friulano non rinuncia mai a lui. Porta a compimento un’ottima annata tanto che Percassi è pronto a riprenderselo dal Milan a gennaio. Con i soldi cinesi e il probabile arrivo di Musacchio alla corte dei rossoneri, Paletta non troverebbe posto nello scacchiere del neo tecnico Montella.

Eppure, fortunata coincidenza, i cinesi non chiudono e i soldi non arrivano: Musacchio rimane un sogno mentre Paletta convince nelle amichevoli estive, guadagnandosi la conferma. Merito anche di Montella, capace di comprendere quali giocatori sarebbero stati utili per il suo Milan durante la preparazione estiva (l’altro su cui pone il veto alla cessione è un certo Suso…).

Pronti-via, e alla prima stagionale si torna a vedere l’insana istintività del difensore oriundo: con il Torino già un rosso (con fallo da rigore annesso) e subito piovono critiche senza soluzione di continuità. La prestazione non era stata negativa, ma a tutti resta negli occhi come butta giù Belotti nel finale rischiando di far perdere due punti ai rossoneri. Aperta parentesi: Belotti, tuttora, rimane l’unica prima punta del campionato italiano ad essere riuscito a sovrastarlo fisicamente. Insomma, nuovo anno, vecchio Paletta? Nonostante la buona volontà, ancora prigioniero dei suoi limiti?

Invece no, anche con un po’ di fortuna. Gustavo Gomez, infatti, causa la squalifica di Paletta, è titolare al San Paolo contro il Napoli ma spreca in maniera eclatante la sua occasione: il Milan perde 4-2 e Montella torna ad affidarsi all’ex Boca nella partita successiva. Contro l’Udinese gioca una partita onesta, nonostante i rossoneri vengano sconfitti; da allora in poi, sembra di rivedere il giocatore di Bergamo e Parma: sempre buone prestazioni, una continuità che solidifica il suo status all’interno dell’undici di Montella, nonostante alcuni limiti che ciclicamente ricompaiono e sembrano evidenti.

La sua consacrazione avviene contro la Juventus, nel match che verrà ricordato per la grande prodezza di Locatelli. Gioca una partita perfetta, in cui chiude alla grande su Dybala e Higuain. Consacrazione che, però, non viene troppo notata perché offuscata dalla partita successiva. Al Marassi di Genoa, Paletta entra in modo totalmente scomposto su Rigoni, venendo espulso.

Tanto per sottolineare di non essere mai stato un giocatore d’élite, e che la sua ruvidezza da marcatore puro resta immutata. Insomma, nonostante giochi titolare in un club nobile come il Milan, Paletta rimane un giocatore rude. Ma è proprio questa rudezza, questa cattiveria agonistica intrinseca, che lo rende un centrale fastidioso come pochi altri in Italia.

Nel sistema di Montella, Paletta è il centrale di destra nella difesa a quattro rossonera. La difesa del Milan gioca praticamente sempre a zona, quindi Romagnoli e Paletta si intervallano nel compito di andare alti a chiudere sull’attaccante avversario o di staccarsi per coprire sull’intervento del compagno e proteggere la profondità. Ma entrambi hanno anche compiti d’impostazione: soprattutto dopo l’infortunio di Montolivo e aspettando la crescita di Locatelli in regia, i due centrali sono spesso chiamati al lancio lungo verso le bandierine opposte, in modo da mettere in azione gli esterni d’attacco Suso, Niang o Bonaventura.

Mentre palla al piede, soprattutto nello stretto, il difensore argentino può andare in difficoltà, il lancio è un fondamentale che gli appartiene (probabilmente a causa dell’assidua applicazione) e che spesso svolge con successo. Paradossalmente, si trovava più in difficoltà nel compiere un passaggio di tre metri rasoterra per Montolivo, magari attorniato dai giocatori avversari pronti a chiudere le linee di scarico sul regista, che realizzare un lancio di trenta da una parte all’altra del campo.

Una delle varianti di gioco del Milan di quest’anno. Dai centrali difensivi, palla alta verso gli esterni d’attacco, in modo da saltare la prima linea di pressing.

Una delle giocate che lo rappresenta in tutta la sua natura è l’estiradaMa non quella pregevole da vedere che eseguiva Nesta. Paletta dà un senso antico al concetto di scivolata: la scivolata è agonismo, è vita o morte, è l’ultima carta che ti è rimasta da giocare, è l’azzardo finale; l’estirada è quella coreografia in cui rischi l’umiliazione, rischi il fallaccio, rischi il cartellino rosso. Non un rischio calcolato, ma pura rabbia, pura istintività. E sta proprio in questo la sua straordinarietà: nel mettersi totalmente in gioco per riuscire in qualcosa di superiore alla media, anche nella disperazione intrinseca del gesto.

Manifesto palettiano. Casca giù sulla prima finta di Quagliarella, ma non si dà per vinto e con un colpo di reni riesce ad allungarsi per una nuova, provvidenziale scivolata.

Partita dopo partita Paletta è sempre più a suo agio nel ruolo, guadagna in fiducia e applicazione e l’intero reparto migliora con lui. Contro la Juve, in Supercoppa Italiana, fa un’altra gara di continuità rara. Non si perde mai Higuain: al Pipita viene lasciata la possibilità di tirare solo da posizioni complicate. E il Milan, con la terza difesa della Serie A, non può fare a meno delle sue prestazioni.

Nonostante ciò, non si può affermare che Paletta sia diventato un grande difensore. È un giocatore come molti altri che, se in fiducia e messo nelle condizioni per brillare all’interno di un contesto organizzato, può risultare utilissimo alla causa. Non ha la tecnica di Thiago Silva, la velocità di Manolas, l’età e le letture di Romagnoli. Ma ha quella concentrazione, unita alla coscienza dei propri limiti, che gli permette di essere quantomeno affidabile nel ruolo che interpreta.

Paletta è anche un giocatore che rischia, che sbaglia, che ci prova sempre e a volte non ci riesce. Che ha sale in zucca, senso tattico, mestiere, ma pure quel pizzico di follia agonistica che lo rende un difensore sostanzialmente limitato: è umanità. Con tutti i suoi pregi e i suoi tanti difetti. Qualcosa che il mondo moderno, fra culto dell’apparenza e giudizi affrettati, spesso non riesce ad apprezzare.