Tra poche ore inizierà la 31esima edizione della Coppa d’Africa, ospitata dal Gabon. Tre settimane in cui si affronteranno sedici nazionali all’interno di un torneo spesso snobbato fuori dai confini africani, ma che, nonostante alti e bassi endemici, continua a rappresentare uno dei palcoscenici più interessanti per i talenti sparsi nel continente nero. A poche ore dal via, tre diversi autori hanno scelto due giocatori a testa più uno: 7 giocatori che, per diversi motivi, sono da tenere d’occhio in questo torneo.

N.b. Per scelta editoriale abbiamo evitato i grandi nomi in favore degli outsider; non troverete i vari Aubameyang, Salah, Mahrez, Mané and so on.

Moussa Marega – Mali

Leonardo Capanni

25 anni già compiuti, un curriculum da dimenticato alla periferia del calcio globale fino allo scorso anno, poi un ottimo campionato nel paese principe degli underdog europei: il Portogallo. Che sia uno dei numerosi casi di prima punta forte fisicamente che riesce a svoltare la carriera in piena maturità? Ancora troppo presto per dirlo, quel che è certo è che Moussa Marega adesso è proprietà di una delle migliori società europee nel processo di acquisto/lancio/vendita, il Porto. Che dopo l’acquisto nel gennaio del 2016 l’ha girato in prestito al Vitoria Guimaraes per dargli la necessaria tranquillità durante una stagione che sa di test finale.

Stagione che stando i suoi frutti: 12 presenze, 10 gol. Sembrano lontani i tempi in cui sgomitava in sesta divisione francese e faticava enormemente con la media gol (5 in 31 presenze). Marega è un giocatore vecchio stampo, quasi arcaico; o almeno appare come uno di quei calciatori che fin dal primo impatto visivo riportano alla mente stilemi e cliché del calcio nero: fisico imponente ma compresso, quadricipiti femorali ipertrofici, capacità di resistere ad ogni forma di contrasto, foga selvaggia nell’attacco dello spazio in area e della profondità, tecnica di base un po’ approssimativa ma efficace. In sintesi: muscolarità > tecnica.

Un gol più da terza categoria che da massima serie. Ma Moussa non lo sa e segna lo stesso, dopo aver fatto volare in aria un difensore, aver centrato il portiere e preso palo a porta vuota. Comunque a Guimaraes è già “The Beast”.

Il girone del Mali resta uno dei più equilibrati e quello col maggior tasso tecnico complessivo – con le due potenze Egitto e Ghana, insieme al “vaso di coccio” Uganda – ma buona parte delle speranze di qualificazione ai quarti di finale passeranno dai piedi e dall’esplosività della Bestia. Chiamato ancora una volta spostare un po’ più avanti il concetto stesso di outsider.

Bertrand Traoré – Burkina Faso

Leonardo Capanni

Premessa: il ragazzo gioca nell’Ajax, ha 21 anni, è di proprietà del Chelsea e ha gli occhi di mezza Europa addosso; non solo, è un mancino naturale e sfreccia in campo aperto come se fosse fuoriuscito dalla mitologica Nigeria di Winning Eleven, quella di Babangida per intendersi. Insomma, Bertrand Traoré ha tutti i crismi della “chiamata facile”: sembra vivere e agire nella perfetta comfort zone dei talenti destinati al grande salto. Eppure non è ancora chiaro che giocatore abbiamo davanti: un’ala istintiva dai colpi risolutori, o l’ennesimo prospetto africano in divenire straordinariamente innamorato del gioco palla al piede?

Caro Bertrand, in Eredivisie fai sostanzialmente quello che vuoi, però ecco, non vorrei fartelo notare troppo, ma quella strana cosa accanto al piede sinistro si chiama destro. Ed è sfruttabile.

Probabilmente entrambe le versioni dello stesso giocatore: due facce irrimediabilmente divergenti che compongono la stessa medaglia. Ma Traoré rimane uno dei pochi talenti giovani di una Nazionale di transizione, a metà strada tra la sorprendente finale del 2013 e la new generation simboleggiata dal suo sinistro educato. Gli Stalloni si giocano tutto fin dall’inizio, in un girone piuttosto complesso ma aperto, insieme al Gabon di Aubameyang e a un Camerun lontano dai fasti di qualche anno fa, ma sempre temibile.

Che dire? Questo movimento a sgusciare dalla marcatura verso l’esterno e a scaricare uno scaldabagno di collo sul secondo palo, ce l’ha nella memoria ram.

Per Traoré la vetrina gabonese può simboleggiare il turning point della stagione: se riesce a ritagliarsi i giusti spazi in campo, se lascia da parte giocate swag da cortile in zone delicate, se troverà maggiore continuità negli smarcamenti senza palla, allora potremmo avere davanti uno dei giocatori più interessanti del torneo. Troppi “se” probabilmente, ma è l’essenza di questa competizione imprevedibile. E poi, non vorreste vedere anche voi la Liwaga burkinabé inscenata a mo’ di danza della vittoria?

Aristide Bancé – Burkina Faso

Andrea Madera

Il centravanti dall’inconfondibile chioma ossigenata ha ormai 32 anni, e questa Coppa d’Africa potrebbe essere la sua ultima occasione per raggiungere un risultato che possa avvicinarsi alla storica finale, raggiunta incredibilmente dal suo Burkina Faso nel 2013. Nella squadra burkinabé ci sono Alain Traoré, il capocannoniere di tutti i tempi della Nazionale, suo fratello, il giovane attaccante dell’Ajax Bertrand, di cui sopra, e anche Jonathan Pitroipa, eletto miglior giocatore della Coppa d’Africa 2013.

Aristide, che è nato in Costa d’Avorio ma si è trasferito con la famiglia in Burkina Faso quando era bambino, rimane tuttavia la stella della squadra, poiché nessuno può dimenticare che nei momenti decisivi del torneo di quattro anni fa si è calato nei panni del Lukas Podolski della situazione, un giocatore che a livello di club non ha mai trovato una sua dimensione ad alti livelli, eppure si è sempre esaltato quando ha rappresentato il suo paese. Bancé ha girovagato per tutta la carriera, adesso gioca in Costa d’Avorio ma ha militato in diciannove squadre diverse ed è passato anche da Finlandia e Kazakistan, non esattamente campionati di livello.

Il momento più alto è stato quello che sicuramente sogna di rivivere: la semifinale 2013 sotto la neve di Nelspruit, contro il Ghana. Il rigore di Wakaso nel primo tempo aveva portato avanti le Stelle Nere, ma nel momento decisivo Aristide si è caricato la squadra degli Stalloni sulle spalle. Il centravanti prima è stato lasciato incredibilmente solo dalla difesa e ha messo nell’angolino il gol del pareggio, poi nella lotteria finale dei rigori si è esibito in un cucchiaio folle, con annessa esultanza esuberante. Il Burkina Faso arriva in finale nel torneo continentale per la prima volta nella storia e deve ringraziare Aristide.

In finale arriverà la sconfitta con la Nigeria, che però nulla toglierà alla cavalcata burkinabé. Nel 2015 il miracolo non si è ripetuto e gli Stalloni non hanno passato la fase a gironi, mettendo a segno un solo gol, realizzato ovviamente da Aristide. Quest’anno il Burkina Faso ci riprova, sperando di far saltare il banco già alla prima partita contro il Camerun. La chioma bionda di Bancé lo renderà ancora una volta il giocatore più riconoscibile in campo, mentre tenterà di lasciare il segno anche su questa edizione del torneo continentale più pazzo e imprevedibile.

Emmanuel Adebayor – Togo

Andrea Madera

Come mai nel nostro elenco compare un giocatore svincolato? Perché quella di Emmanuel Adebayor non è una storia come le altre, non lo sarà mai. Il giocatore simbolo degli Sparvieri del Togo ha trascorso i primi quattro anni della sua esistenza senza camminare a causa di una malattia. Secondo il poco verosimile racconto dello stesso Emmanuel, mentre era sdraiato dentro una chiesa un pallone gli è rotolato davanti, e lui non ha potuto fare altro che alzarsi e rincorrerlo. Da quel momento la ruota ha iniziato a girare per il verso giusto, grazie al suo talento e al Metz che lo ha fatto esordire in Ligue 1.

Da lì, il salto in Premier passando per il Principato di Monaco, con l’Arsenal di Wenger, dove tra un’acconciatura originale e l’altra il fenicottero togolese trova il tempo di segnare 62 reti in quattro stagioni.

Nel 2007/08 la consacrazione, la stagione seguente l’improvviso calo, e nell’estate 2009 il passaggio al Manchester City. Qualcuno, negli ultimi tempi, all’Arsenal, lo aveva dato per finito. Emmanuel dimostra di ricordarsene fin troppo bene e quando segna alla sua ex squadra decide di gioire, ma gioire davvero. Attraversa tutto il campo per provocare la reazione dei suoi vecchi tifosi, in una delle esultanze più scomposte e discusse che si ricordino. In estate ci sarebbe la Coppa d’Africa 2010, ma i pullman che trasportano i calciatori del Togo vengono colpiti da un attentato. Perdono la vita due persone, e gli Sparvieri si ritirano dalla competizione. Adebayor vede la morte in faccia. Torna a Manchester felice di essere ancora vivo.

Con l’allenatore dei Citizens, Roberto Mancini, fioccano le incomprensioni, così Emmanuel si sposta ancora. Va al Real Madrid, dove vince una Coppa del Re. Finito il prestito, di nuovo Manchester, dove lo fanno allenare con i ragazzini, prima di prestarlo di nuovo. Al Tottenham si mette in mostra segnando 18 reti alla prima stagione con gli Spurs. Le annate seguenti non regalano le stesse emozioni, poi arriva la rescissione del contratto, sei mesi di pausa e una parentesi non indimenticabile al Crystal Palace, l’ultima squadra ad avergli dato fiducia. Dopo, più nulla. A settembre sembra che il Lione voglia dargli una chance, ma non se ne fa niente e viene anche accusato di essersi presentato al colloquio con la nuova squadra fumando e chiedendo un whisky.

Adesso fa notizia con le immagini e i video stravaganti che pubblica sui social, ma si è allenato duramente per giocare la Coppa d’Africa e sostiene di poter fare ancora ricredere gli scettici: in perfetto stile Adebayor.

Wahbi Khazri – Tunisia

Michele Pelacci

Prima di mettere a ferro e fuoco la Federazione inglese, Sam Allardyce portò ad una salvezza insperata il Sunderland. Ai primi di Ottobre ereditò da Advocaat dei gatti neri diciannovesimi in classifica. La salvezza, da lì a fine anno, è passata anche dai piedi di Wahbi Khazri, arrivato a Gennaio dal Bordeaux. L’esterno tunisino venne impiegato dal primo minuto in tre vittorie cruciali sul finire della stagione (@Norwich, vs Chelsea, vs Everton) che costrinsero alla Championship i rivali del Newcastle.

Ora che Big Sam non lo coccola più, e allo Stadium of Light c’è Moyes, più apprensivo di una madre che aspetta con la luce accesa il figlio al sabato sera, Khazri ha perso la felicità. Non ha ancora influito in alcun gol dei suoi in questa Premier e gli vengono preferiti Januzaj, Larsson, Borini e Pienaar. L’esterno d’attacco cresciuto tra Ajaccio e Bastia è alla sua terza Coppa d’Africa: fu poco più una comparsa nel 2013, ma due anni dopo in Guinea Equatoriale – number 10 on the back – portò Les Aigles al successo nel girone.

Khazri si discosta totalmente dal luogo comune di ala africana, iper-cinetica, confusionaria e anarchica. È un giocatore piuttosto associativo (qui fa passare la palla tra le orecchie dei difensori del Liverpool) che ha nel tiro l’arma migliore: a giro sul secondo palo, forte sotto la traversa dai trenta metri, su punizione da molto molto lontano, per lui non cambia nulla.

Non più giovincello – compirà 26 anni a Febbraio – il nostro amatissimo deve capire cosa fare da grande: se assomigliare più ad un Payet o ad un Brienza. Già me lo immagino il Khazri 33enne che gioca nei campi dilettantistici della provincia francese, da fermo e per il puro gusto di scendere in campo la domenica. Kasperczak l’ha convocato nonostante una recente distorsione alla caviglia. Passare un girone con Algeria e Senegal sarebbe un’impresa per una squadra i cui calciatori “europei” si contano sulle dita di una mano. Però dai, Wahbi, prendi per mano Msakni e conquista l’Africa.

Wilfried Zaha – Costa d’Avorio

Michele Pelacci

Uno dei vari talenti inglesi mai sbocciati del tutto: il nuovo Walcott (paragone più comodo di sempre) è diventato ivoriano dal 2017, come dice la sua pagina Wikipedia. Zaha è allenato attualmente da Allardyce al Crystal Palace, il club attorno al quale ruota tutta la carriera del nativo di Abidjan, la capitale informale e cristiana del paese. Wilfried è cresciuto nel Crystal Palace, ha esordito tra i grandi con le Aquile e dopo il fallimento allo United (ultimissimo acquisto dell’era Ferguson) è tornato a Selhurst Park.

Zaha fa della velocità la sua arma migliore: una scheggia impazzita che sfrutta i 180 cm e la corporatura robusta per driftare tra le maglie avversarie. L’ottimo dribbling lo porta a giocare verso l’interno del campo, dove spesso al Palace trova spazi intasati da “Mammut” Benteke. Sta cominciando a prendersi le proprie responsabilità giocando più il pallone, fraseggiando di più coi compagni, buttando meno giù la testa in un me vs the world poco utile.

Essere bravi senza applicarsi.

È in assoluto una delle poche cosa da salvare nella stagione del Crystal Palace. I suoi numeri parlano per lui: è al massimo della carriera in praticamente tutto. Mi ha colpito particolarmente come l’aumento di passaggi a partita (+4,4) sia coinciso con un aumento della precisione negli stessi (+3,2%). Non è – e non diventerà mai – un giocatore che unisce i reparti, dallo spiccato senso posizionale, ma quando si tratta di arrivare sul fondo e metterla sulla testa del centravanti, direi che ci siamo.

Gli Elefanti possono addirittura vincere il girone C, dato che Marocco e DR Congo presentano defezioni. Il ricambio generazionale in pectore a Yamoussoukro passa anche dai piedi di Zaha, e non vediamo l’ora di vederlo sfrecciare per il Gabon.

Bonus: Junior Kabananga – RD Congo

Michele Pelacci

Giocatore notissimo agli adepti dell’Europa League, il centravanti dell’Astana FC verosimilmente giocherà pochissimo chiuso da Mbokani, M’Poku e Bakambu in un RD Congo tutt’altro che da buttare, nonostante l’assenza di Bolasie. Kabananga non fu inizialmente nemmeno chiamato, ma dopo l’infortunio del mediano Hervé Cage il CT Florent Ibengé voleva proprio alzare il tasso d’hipsterismo della squadra, e il centravanti con l’ottantanove che gioca in Kazakistan proprio non poteva lasciarlo a casa.

Kabananga che segna gol alla Mexes con la maglia dei Leopardi.

La foto più bella che ho trovato di Kabananga è questa: sta accartocciando una bottiglietta di plastica, ma lo fa con dolcezza, tanto che magari si sta versando l’ultimo goccio sulla mano per bagnarsi la fronte. Ha indosso la maglia della Nazionale, ma dallo sfondo non sembra essere un impegno ufficiale. Gli scaldamuscoli sono di un colore molto più chiaro rispetto ai pantaloncini: in Promozione te li farebbero togliere, Junior. Neanche c’è un gran freddo, apparentemente.

Kabananga che si porta via la bandierina esultando.

Qui invece c’è Kabananga tra la neve. E poi ecco c’è questo video qui, al quale si possono dare mille spiegazioni, ma sarebbero tutte inutili.