1° settembre 1991, prima giornata di campionato. La Sampdoria, fresca vincitrice dello scudetto, fa visita al Cagliari che l’anno precedente si era salvato con più di un patema d’animo. La partita è aperta e piacevole, il gioco sciolto e veloce, quasi sospinto dallo scirocco di quel giorno. La Samp, nonostante si sia portata per due volte in vantaggio, prima con una precisa punizione di Silas e poi con un sinistro in area di Mancini, non riesce a dominare come si ci aspetterebbe. Il Cagliari di Giacomini è ben messo in campo e tiene testa ai Campioni d’Italia, riuscendo a metterli in difficoltà per lunghi tratti della partita.

Al 50°, uno di quegli episodi che cambiano l’andamento di una gara: il numero nove rossoblu scatta improvvisamente sulla fascia sinistra ricevendo direttamente da fallo laterale, sposta la palla rapidamente alla sua destra e supera la marcatura di Mannini con un tunnel secco d’esterno. A questo punto si accentra e dal vertice dell’area di rigore fa partire un elegantissimo tiro ad effetto che si insacca sul palo opposto, battendo l’incolpevole Pagliuca che prova un inutile allungo.

Questo non è solo il 2-2 momentaneo – la partita terminerà con la vittoria dei sardi per 3-2, rete decisiva di Herrera – ma è anche uno dei gol più belli e suggestivi di uno dei numeri nove (e mezzo) più particolari che la storia del calcio abbia sfornato. È Enzo Francescoli, il principe triste che divenne l’idolo di Buenos Aires e il re di un’isola, la Sardegna.

El flaco di barrio Capurro 

Enzo Francescoli nasce il 12 novembre 1961 nel barrio di Capurro, a Montevideo. Essere originari del quartiere Capurro significa, quasi indiscutibilmente, provenire da una famiglia di emigrati italiani. Infatti il barrio prende il nome da Giovanni Battista Capurro, un mercante e navigatore genovese, originario di Pegli, che nel 1830 acquistò dei terreni costieri per installare alcune attività. Francescoli cresce quindi in una città cosmopolita e intimamente innamorata del gioco del fútbol come Montevideo. Anche il piccolo Enzo viene pervaso da questa passione: i suoi primi passi debbono essere stati spesi nel rincorrere una pelota.

La famiglia Francescoli appartiene alla media borghesia cittadina e tifa Peñarol; e proprio con i gialloneri Francescoli sosterrà il suo primo provino, diciamo così, ufficiale, finendo però scartato perché troppo gracile per le giovanili della squadra. Anche con i rivali cittadini del River Plate di Montevideo l’esito è lo stesso: “El flaco no interesa“, il magro non ci interessa, ha buoni numeri e una tecnica individuale notevole, ma quel fisico non regge a certi livelli. Quasi prima di incominciare, dunque, la carriera di Francescoli appare già compromessa.

Per il calcio sudamericano, fatto sì di grandi giocate palla al piede ma anche di ruvidi contrasti e tackle, la struttura del ragazzo di barrio Capurro non è adeguata: troppo fragile e delicata. Eppure, proprio da quest’apparente carenza, Francescoli saprà trarne la chiave di volta per la sua maturazione in calciatore professionista.

Wandering with Wanderers

A Montevideo c’è un’altra squadra però, ovvero i Montevideo Wanderers Fútbol Club. La terza squadra della città pare già avere tutte le caratteristiche per diventare l’ideale comfort zone per il giovane Francescoli: il club è gestito in modo familiare, non esiste l’ansia del risultato a tutti i costi e soprattutto, già a partire dal nome – “i vagabondi”- sembra sposarsi perfettamente con il modo di stare in campo dell’uruguayano.

Francescoli, infatti, aiutato dalle lunghe leve, è come se si spostasse per il rettangolo di gioco apparentemente senza fatica: ha un controllo di palla superbo, aristocratico nel tocco e nella facilità di conduzione e, inoltre, gioca sempre con la testa alta, mettendo in mostra una visione a 360° fuori dal comune, che gli consente lanci millimetrici ed aperture col contagiri che lasciano a bocca aperta il pubblico di casa. I due anni con i bianconeri sono un biennio meraviglioso: i tifosi dei Bohemios stravedono per Francescoli, che li ripaga con prestazioni e giocate sopraffine.

Le condizioni economiche dell’Uruguay, però, non sono propriamente delle migliori e dopo pochi anni si impone quasi come un dovere la cessione del gioiello di famiglia. Le più grandi squadre europee, dopo 70 presenze e 20 reti con i Wanderers, mettono gli occhi su di lui ma il trequartista uruguayano (che molti in patria hanno già ribattezzato come “il nuovo Schiaffino”) ha in testa una e una sola squadra. Più che una squadra in realtà si tratta di una vera e propria “filosofia di calcio”, quella di un calcio offensivo, molto elegante e ricercato, ideale per soddisfare anche i palati più raffinati: questa squadra si trova a Buenos Aires, ed è il River Plate.

Estilos, zambas, cifras, tonadas, milongas e chacareras

Anche se una recente inchiesta de La Nacion ha messo la parola fine alla querelle, per molto tempo è circolata la voce secondo la quale Carlos Gardel, forse il più grande interprete di tango della storia, sarebbe stato originario dell’Uruguay e non, come invece risulta dall’anagrafe – e anche dalla ricerca del quotidiano argentino – di Tolosa in Francia. Fatto sta che la città per eccellenza di Gardel è stata Buenos Aires: è lì, assieme al cantante José Razzano e al chitarrista Francisco Martino, che incide per la Casa Taggini i suoi primi, fondamentali dischi di canzoni popolari argentine: estilos, zambas, cifras, tonadas, milongas, chacareras.

I ritmi dondolanti, eleganti, ricchi di echi e riferimenti al lunfardo – il dialetto dell’ambiente porteño della città – dei tangos di Gardel paiono adattarsi come un vestito sartoriale alle movenze sul campo di Francescoli. Sebbene il River non stia attraversando uno dei suoi momenti storici migliori, l’impatto di Enzo con i Millonarios è notevole. Il primo gol arriva a soli tre giorni di distanza dal suo arrivo, su rigore, durante l’incontro con il Ferro Carril Oeste.

L’uruguyano si ambienta bene in una squadra che, sebbene non sia a livello delle prime in campionato, può essere considerata una vera e propria mina vagante. I tifosi del River iniziano ad apprezzare le doti dell’uruguyano, soprattutto quella sua aria apparentemente trasognata, quasi svogliata, pronta a ridestarsi in un secondo e, con una giocata, decidere un match. Tuttavia il vento può cambiare molto repentinamente a Buenos Aires, con maggiore facilità che in altri luoghi.

Il River, dilaniato com’è da rivalità interne e mancati pagamenti cronici, si sfalda e i giocatori stessi rifiutano di scendere in campo. Come se non bastasse, Francescoli, abituato ad un calcio più compassato e meno atletico, patisce il gioco ruvido dei marcatori argentini, che spesso si accaniscono su quel trequartista filiforme che in partenza occupa la fascia destra. L’uruguagio, infatti, si infortuna e termina la sua prima stagione in infermeria. Comunque, l’annata a livello personale può dirsi buona anche se la stagione, a livello di squadra, è oltremodo disastrosa con il River che chiude al penultimo posto il campionato.

Seppure in un River desolante, riesce comunque a tirare fuori dal cilindro cose del genere…

16 anni dopo, riecco la Celeste

Se il momento del River Plate, come detto, non era memorabile, anche per la Nazionale dell’Uruguay i tempi erano piuttosto bui. Infatti le tracce de La Celeste si erano perse tra il 1967, anno dell’ultima affermazione in Copa America e il 1970, quando la marcia della nazionale si era fermata in semifinale, battuta 3-1 dal Brasile che sarebbe poi diventato Campione del Mondo.

L’Uruguay che s’appresta a giocare la Copa America del 1983 (che venne disputata, come le due edizioni precedenti, senza un vero e proprio Stato ospitante ma con gare di andata e ritorno tra le singole formazioni raggruppate in gironi all’italiana) è una nazionale praticamente “senza storia”, ovvero formata da un gruppo di giovani, per la maggior parte senza esperienza. Eppure lungo il torneo la Celeste cresce di partita in partita riuscendo, abbastanza agevolmente, ad arrivare in finale dove ad attenderla c’è proprio il Brasile, “fresco” del dramma del Sarría al Mondiale spagnolo, ma pronto a rifarsi a livello continentale.

La finale è uno scontro, come da copione, tra due opposte filosofie di calcio: la garra e la compattezza degli uruguayani contro el futebol bailado, seppur rivisitato, dei brasiliani. Le due gare – la formula della Copa prevedeva andata e ritorno – sono entrambe tese con e giocate alla pari. Stavolta, però, la Celeste ha un’arma in più, e il suo nome è Enzo Francescoli.

Il 27 ottobre 1983, all’Estadio Centenario di Montevideo, al 40° viene annullata una rete a Francescoli a causa di un precedente fallo poco fuori l’area di rigore brasiliana. Le proteste uruguagie sono accese e prolungate, ma progressivamente gli animi si placano: ad incaricarsi della battuta è proprio Francescoli.

L’attaccante posiziona con cura la palla e poi, come spesso accadeva in mezzo al campo, pare quasi dimenticarsene, scordarsi di dover calciare una punizione potenzialmente decisiva. Eppure, con uno scatto che coglie tutti di sorpresa (compresi i brasiliani e la stessa regia televisiva), effettua un tiro precisissimo, un interno destro sublime che va ad insaccarsi sul secondo palo, proprio sotto l’incrocio. La partita finirà 2-0 grazie alla rete di Diogo e, al ritorno, la Celeste conterrà i danni con un 1-1 che le consegnerà la coppa: dopo 16 anni l’Uruguay torna ad alzare al cielo un trofeo. Ed è in gran parte merito di Enzo.

La vida grande a Buenos Aires e l’esilio francese

Da Campione d’America in carica le cose per Francescoli dovrebbero mettersi per il meglio anche al River Plate. Eppure, proprio a seguito della disastrosa stagione precedente, sulla panchina della squadra argentina si siede Alberto Cubilla che sin dal primo giorno di ritiro fa capire a tutti di non vedere e di non credere minimamente nelle doti di Francescoli. Il nuovo mister punta tutto su Roque Alvaro, fantasista albiceleste di belle speranze arrivato dall’America di Calì.

Com’è logico che sia, Los Millos strappano alla concorrenza Alvaro a cui viene affidata la squadra e il ruolo di trequartista, ovvero la posizione naturale di Francescoli. Per l’uruguayano inizia così un prolungato peregrinaggio in diverse posizioni del centrocampo. Per il diez di Montevideo la carriera sembra ancora destinata a prendere una china negativa: approdato nella squadra dei suoi sogni, e dopo aver portato la sua Nazionale al successo dopo quasi vent’anni di digiuno, è ora prigioniero in un limbo, costretto dalla ferrea volontà di un allenatore che lo reputa lontano dal suo credo calcistico.

Eppure, proprio nel momento più buio, sbuca la luce, beffardamente sotto forma di baratro. Infatti il River di Cubilla comincia a perdere colpi, letteralmente, uno dietro l’altro. Fatale per l’allenatore è la sconfitta interna contro il Ferro Carril Oeste, che espugna il Monumental con un secco 3-0. A questo punto la dirigenza del River, dopo altre due sconfitte, decide di esonerare Cubilla. Viene chiamato sulla panchina Don Adolfo Pedernera, l’allenatore delle giovanili, il quale avanza il raggio d’azione di Francescoli di 15 metri lasciandolo libero di smarcarsi e ricevere tra le linee, retrocedendo allo stesso tempo Alvaro nella posizione di interno, e la squadra inizia a girare.

Il River si classifica al quarto posto nel 1984, ma questa resta soprattutto la stagione della definitiva consacrazione per Enzo. Non corre più sul campo, ma come un étoile si sposta quasi scivolando, guizzando tra i ciuffi d’erba, portandosi dietro quell’aria sospesa a metà fra la tristezza e il sogno, come quei delfini che, anni prima, la poetessa argentina Silvina Ocampo aveva descritto con insondabile grazia.

“I delfini non giocano tra le onde,
come la gente pensa.
I delfini si addormentano andando a fondo.
Cosa cercano? Io non lo so.
Quando toccano il fondo
si svegliano all’improvviso,
e risalgono perché il mare è molto profondo
e quando salgono cosa cercano? Non lo so.
E vedono il cielo e gli ritorna il sonno
e di nuovo scendono addormentati,
e ancora toccano il fondo del mare
e si svegliano e riprendono a salire.
Così sono i nostri sogni.”

Ma il delfino, per una felice intuizione del mitologico telecronista Victor Húgo Moralez – quanto è riduttiva questa parola quando si parla di personaggi come lui – diventa “El Principe”, il principe triste del reame dei milionari. Nel 1985 infatti, nonostante sia impegnato con l’Uruguay nelle qualificazioni per Messico ’86, Francescoli trascina il River Plate alla conquista del campionato. L’uruguayano dispensa in campo tutta la sua classe, non perdendo un grammo dell’abilità dimostrata sotto porta mettendo a referto 25 gol.

Si tratta di un giocatore atipico: ha le movenze della mezzala ma anche l’istinto del gol del centravanti, sa toccare la palla come un fantasista ma riesce ad avere la visione di gioco di un regista in mezzo al campo. Buenos Aires è ai suoi piedi ma l’Europa – come del resto è capitato a molti uruguayani – lo chiama. Non è però l’Europa dei grandi club, piuttosto quella di una modesta squadra di Parigi, il Racing Club de France. Archiviata in maniera deludente l’esperienza al mondiale messicano – la Celeste non supera la fase a gironi -, Francescoli è desideroso di mettersi alla prova con il calcio europeo.

L’impatto con il campionato francese è buono, anche se il Racing è un club troppo modesto per le ambizioni e il talento dell’attaccante uruguagio. Così Francescoli dopo tre anni a Parigi – e dopo un’altra vittoria in Copa America, in Argentina – si trasferisce nella più latina Marsiglia, alla corte di Bernard Tapie, il vulcanico presidente dell’Olympique. L’OM è un’ottima squadra, sostanzialmente proprio in quegli anni si gettano le basi per il successivo trionfo in Champions League del 1992. Con Francescoli l’Olympique vince il campionato nel 1990 e raggiunge la semifinale di Coppa dei Campioni, estromesso in un confronto ricco di polemiche dal Benfica.

L’ambientamento a Marsiglia è immediato e la città risponde presente quando si tratta di tributargli stima ed affetto. Ad assistere agli allenamenti e a molte delle partite dell’OM c’è inoltre uno spettatore particolare: un ragazzo alto, dai marcati tratti berberi, il suo nome è Zayyid Aldyid Al-Yazid ma tutti lo conoscono come Zizou. Ricorda Federico Buffa in “Buffa racconta”:

“In più il papà l’ha portato a vedere al Virage Nord, alla curva dell’OM al Velodrome, l’unico vero Principe del Río de la Plata, Enzo Francescoli. Se ne chiamano un altro “Principe”, per forte che sia, lo si deve al fatto che o gli assomiglia fisicamente o è ispirato a lui, perché di Principe ce n’è uno solo e Zidane se ne accorge subito: quella capacità di pettinare la palla, quel modo di muoversi da trequartista che è anche una mezzala, alle volte triste, con poche concessioni emozionali alla partita.”

L’eleganza di Francescoli rimarrà impressa nella mente del giovane Zidane che di lì in poi tenterà, con successo, di riprodurla sul campo. Infatti il primo figlio di Zizou verrà chiamato Enzo, proprio come Francescoli. Un grande hommage per un grande giocatore: idolo d’infanzia del numero 10 francese, che confesserà di aver dormito per anni con la sua camiseta del River indosso.

Tuttavia, nonostante a Marsiglia abbia trovato una seconda casa, Francescoli è spesso in aperto contrasto con il Presidente Tapie. I due ormai sono ai ferri corti e per l’uruguyano è tempo di emigrare. Lo vogliono in tanti, lo vogliono praticamente tutti, specie dall’Italia, in particolar modo la Juventus. Eppure nel 1990, stravolgendo la geografia del pallone, Francescoli decide che è arrivato il momento di “passare di grado”, da principe a re. Re di un’isola: re di Sardegna.

Il Re dell’Isola

Ma come è possibile che Francescoli sia approdato al Cagliari, una squadra impegnata nella lotta per non retrocedere? Miracoli da calcio italiano anni Novanta. Infatti proprio in occasione di Italia ’90, dove la Celeste si fermerà agli ottavi, eliminata dagli Azzurri, il dirigente cagliaritano Tonino Orrù era costantemente presente nel ritiro dell’Uruguay. Invece di osservare semplicemente gli allenamenti dei giocatori, Orrù si mise ad acquisire talenti in serie: dapprima la “coppia” Herrera e Fonseca e poi, incredibilmente, Francescoli.

Il fantasista uruguayano sbarca così in Sardegna in un’atmosfera carica da un lato di dubbi e dall’altro di grandi aspettative. Il campionato italiano è un torneo di giganti, di stelle assolute e la presenza di Francescoli non stona, anzi, è una melodia romantica e stravagante che conquista. Proprio come una milonga. Anche se i rossoblu non sono una squadra da ascrivere a quelle di prima fascia, il Cagliari si toglie più di una soddisfazione schierando Francescoli come una seconda punta di enorme classe e qualità.

Soprattutto il terzo anno è il momento più felice di Re Enzo, quando porta il Cagliari alla storica qualificazione in Coppa Uefa. Con un erede designato quale “Lulù” Oliveira per Francescoli è ancora una volta giunto il momento di un addio. Prima si trasferisce al Torino e, dopo una stagione altalenante, ritorna al suo antico amore, ovvero il River Plate.

Il flâneur Celeste

Nonostante avesse più di trent’anni e da molti addetti ai lavori fosse ormai additato come un calciatore bollito, Francescoli era ancora perfettamente integro sia fisicamente che, soprattutto, di testa. Quello che sarebbe potuto essere un buen retiro o poco più, si rivelerà come il momento più brillante della carriera del fantasista, soprattutto a livello di risultati e di trofei conseguiti. Infatti con il River Plate, dal 1994 al 1997, vince quattro campionati argentini, una Copa Libertadores e una Supercoppa Americana.

Non si capisce bene per quale strana alchimia fisica, ma Francescoli non appare più lento rispetto al passato, anzi. L’uruguayano in questi anni di maturità è un giocatore tutto estro e giocate che, se in alcuni tratti della partita pare assentarsi dal gioco, allo stesso modo e in maniera del tutto improvvisa può deciderla con un colpo decisivo. Raggiunge anche la finale di Coppa Intercontinentale nel 1997, a 36 anni suonati, perdendo 1-0 contro la Juventus grazie ad una prodezza a giro di Del Piero.

La partita, oltre all’ovvia importanza della posta in palio, è da ricordare perché è l’unica occasione in cui Zidane incontra il suo mito d’infanzia sul campo. Un ideale “passaggio di consegne” tra l’allievo e il maestro: solo un anno più tardi Zidane si sarebbe laureato Campione del Mondo con la Francia e avrebbe vinto il Pallone d’Oro.

“Il cucchiaio” in versione Francescoli: doppio dribbling nello stretto e lob morbidissimo di sinistro, a 36 anni.

In quel periodo arriva forse la più grande vittoria a livello personale e di squadra, ovvero quella della Copa America ’95, la terza affermazione in carriera per Francescoli ma la prima nel suo paese. Quell’Uruguay non era la miglior squadra presente – in un roster che, oltre al Brasile campione, registrava la Colombia dei talenti offensivi che aveva stupito al Mondiale e l’Argentina di Batistuta, Ortega, Simeone e Zanetti – eppure la Celeste arrivò agevolmente in finale dove ad attenderla, come da copione, c’era il Brasile.

Anche se non al meglio, Francescoli gioca tutta la partita che si protrae fino ai supplementari dopo l’1-1 dei 90 minuti e infine giunge ai rigori. Proprio il primo penalty della serie viene battuto dallo stesso Francescoli che, con sicurezza, insacca nell’angolino alla sinistra di Taffarel. L’Uruguay vince la sua quattordicesima Copa America, nello stadio di casa, e il re è sempre e soltanto uno: re Enzo da Montevideo, il Principe triste, il flâneur Celeste del pallone.

In Uruguay è venerato alla stregua di una divinità pagana; allo stesso modo in Argentina, o meglio nella metà nobile di Buenos Aires, è sublimato in icona stessa del River: al pari della “banda diagonal” che taglia la maglia dei Millonarios. Un simbolo sudamericano, con la sua eleganza naturale e quel portamento triste da realismo magico.

“Se c’è un uomo, un singolo uomo, in Argentina che dobbiamo rispettare e davanti a cui dobbiamo toglierci il cappello, quello è Enzo. Perché Enzo è davvero grande.” (Diego Maradona).

(Immagine di copertina di Nicolás Vicario)