È un Parma-Lazio abbastanza anonimo la partita in cui per la prima volta ci si accorge che quel brasiliano acquistato dalla Lazio un anno prima è effettivamente un giocatore che ha cittadinanza nel campionato italiano. A dire la verità si tratta di un gol banale, privo di particolare carica emotiva, insignificante in termini di valutazione del ragazzo.

Anderson

Però è un gol particolare per come è arrivato; sa tanto di liberazione per un giocatore che dopo un anno e mezzo di panchina in Serie A è riuscito finalmente a sbloccarsi. La reale percezione di quello a cui avevamo assistito, però, sfuggiva a tutti gli appassionati di calcio. Anche il più fine futbologo non sarebbe riuscito ad inquadrare in che razza di iper-uranio avrebbero vissuto le idee su Felipe Anderson da quella partita fino ai giorni nostri.

Perché, dopo quel gol, per un mese Felipe cammina a venti centimetri dal suolo e la Lazio non ha più motivo di esistere se in campo non c’è il numero 7. Chiuderà la stagione a quota 10 marcature, sommandoci 8 assist e trascinando i biancocelesti al preliminare di Champions.

Adesso facciamo un salto avanti di due anni: la carriera di Felipe Anderson si è normalizzata. Qualora non lo avesse fatto, adesso non sarebbe stipendiato da una società di Serie A. Che poi per normalizzata si intende aver vinto un oro olimpico, essere il secondo miglior assist-man del campionato dopo Callejon, e conseguentemente la prima opzione offensiva della squadra quarta in classifica.

Anderson

Oltre ad aver condiviso il campo con il suo giocatore preferito

Eppure il giudizio sul brasiliano rimane sospeso fra la stella troppo fioca per brillare in un universo ultra-competitivo come il calcio europeo e il classico giocatore sudamericano fumoso; ottimo per fare i trick su FIFA ma inadatto a guidare una squadra al successo. Poi l’occhio cade sulla carta d’identità che recita 15/04/1993. Tra gli Under 24 della Serie A fa meglio di tutti alla voce passaggi chiave e alla voce dribbling riusciti. E tutti sarebbero Icardi, Dybala, Suso, Bernardeschi e anche il suo compagno di squadra Keita.

Giudicare è un esercizio tanto arduo quanto fallace, specialmente nel calcio dove la quantità di variabili che possono influenzare il giudizio sul reale valore di un giocatore sono impossibili da manipolare. Quindi è importante capire che, osservando Felipe Anderson, non ci si limiti a paragonarlo alla sua versione onnipotente di due anni fa. Ci si accorgerebbe che nell’economia del campionato in corso, le qualità del brasiliano lo collocano in una ristretta cerchia di giocatori che con il pallone tra i piedi possono fare tendenzialmente quello che vogliono.

Anderson

Partiamo dal principio. Nazionalità: brasiliana. Ruolo: attaccante esterno. Basterebbero questi due dati per inquadrare la natura istintiva e dribblomane di un giocatore. Se qualche medico particolarmente eccentrico un giorno analizzasse il sangue di un brasiliano – meglio ancora se un carioca – troverebbe i globuli rossi che in parte ballano il samba e in parte giocano a futsal.

Felipe Anderson è nato nel distretto di Santa Maria, area urbana di Brasilia, ma cambia poco. Il rapporto con l’avversario è sintetizzato al duello western: one versus one con una pallottola a testa, un lancio di moneta che la maggior parte degli esterni moderni preferisce evitare. Anderson no.

Anderson

One shot

Ecco, però, se prima ne abbiamo esaltato le caratteristiche da uomo assist, l’idea del giocatore solo contro il mondo cozza un po’ con le sette assistenze fornite finora. La maturazione di Felipe Anderson è particolarmente evidente in questa parte del gioco: una volta saltato il difensore non si ferma, non ne va a cercare un altro per legittimare la sua netta superiorità, semplicemente legge e reagisce.

Anderson

Qui lo spazio per convergere in area ci sarebbe ma con Milinkovic-Savic in area è meglio crossare.

Il ragazzo gioca 1,9 key passes a partita, dato migliorabile ma indicativo di quanto sia cresciuta la sua lettura delle situazioni offensive (lo scorso anno ne giocava 0,8 a partita). Più in generale la mole di gioco del brasiliano è aumentata sensibilmente durante questa stagione; ha raddoppiato i passaggi per partita (41,4) migliorandone anche la precisione (75,2%) e ne è emerso un giocatore dalla visione di gioco magistrale, a tutti gli effetti un regista della manovra laziale negli ultimi 30 metri.

Quest’anno è particolarmente evidente quanto i destini della squadra biancoceleste dipendano dalla condizione fisica e mentale di due freak come Keita e Felipe Anderson. Simone Inzaghi ha strutturato la sua squadra sull’ampiezza e sui triangoli che questi due giocatori devono andare a costruire lungo le loro rispettive catene (soltanto il 25% delle azioni della Lazio si sviluppano per vie centrali).

Analizzando questo fatto, ci accorgiamo che probabilmente si trova in questo maggior coinvolgimento l’ambivalenza di giudizi che pendono sulle prestazioni del numero 10. Maggiori responsabilità equivalgono pure a maggiori possibilità di sbagliare. Il che ci porta dritti alle 4,2 palle perse a partita, segno che sicuramente c’è da migliorare la fase decisionale dal momento che, per quanto riguarda primo controllo e sensibilità nella giocata, Felipe ha pochi eguali in Italia.

Anderson

Per quanto riguarda la finalizzazione ci troviamo di fronte ad un giocatore che non ha nel tiro la sua prima opzione, ed è un peccato. Su 33 conclusioni tentate il ragazzo ha una shot accuracy del 47%, sufficiente quantomeno per convincerlo a cercare più spesso la porta. Quel rapporto sensuale e perfezionista che ha con il pallone lo porta quasi a soffrire nel distaccarsene. È come se tirare in porta fosse qualcosa di estraneo al suo calcio, una norma socialmente desiderabile ma che non appartiene al suo pattern di orientamenti.

Per capire meglio: nella classifica dei tiri fatti per partita, davanti al brasiliano, si accomodano i vari Pjanic, Verre, Kurtic, Taider, tutti giocatori che quando sono in campo non valutano la propria partita in base alla pericolosità arrecata alla porta avversaria. Da un giocatore con quella coordinazione e con quella capacità di calciare agevolmente sia di destro che di sinistro ci si aspetterebbe invece una ricerca, se non costante, quantomeno più evidente nei confronti del gol (appena due in questa stagione). Altrimenti perle di questo tipo sono destinate a rimanere un caso isolato.

Anderson

La palla gira meravigliosamente

Ci arriveremo. Mai dimenticarsi che si tratta di un classe ’93. Intanto deve lavorare soprattutto per rendersi utile anche nella fase di non possesso. Le due azioni difensive a partite testimoniano un’applicazione ondivaga quando il pallone è controllato dagli avversari, ma d’altronde il sistema glielo permette.

Diverso invece il discorso sulla reale utilità che Anderson assume senza palla. Nel derby è parso evidente come la difesa a 3 della Roma impedisse la ricerca della profondità da parte di Immobile e in quel caso dovrebbero essere Anderson e Keita a giocare dietro la linea difensiva. Tuttavia i movimenti tipici di un esterno abituato ad attaccare lo spazio non sono ancora nel DNA del brasiliano, anzi, finché non riceve il pallone sembra quasi avulso dall’azione, fattore di enorme vantaggio per gli allenatori delle altre squadre.

Spalletti ha posizionato Emerson molto alto, impedendo a Felipe Anderson di ricevere negli ultimi 30 metri o comunque di puntare l’uomo in velocità. Considerando la qualità media dei centrocampisti della Lazio, sarebbe importante se acquisisse un set di movimenti che lo rendano una minaccia al di là dell’ultima linea di pressione. Anche nell’ultima partita contro la Juventus ha giocato spesso lontano dall’area di rigore, senza risultare realmente efficace alla manovra biancoceleste.

Anderson

Praterie alle spalle di Emerson…

Chissà, magari tutti i difetti che riscontriamo in Felipe Anderson sono ascrivibili a quella che un occhio inesperto potrebbe bollare come “pigrizia”. Invece a mio avviso si tratta di una visione del mondo diversa, straniante, trasportata in un contesto in cui la performance è tutto, che proprio non gli si addice. Anche scandagliando il suo account Instagram si nota che il calcio gli dà da mangiare, ma in realtà il suo centro di gravità lo trova quando sta con la propria famiglia, quando fa gli scherzi a Wallace, o quando può finalmente tornare nella sua terra d’origine.

Anderson

Probabilmente, quando deciderà che il calcio non lo appagherà più se ne tornerà lì, dove il viaggio è cominciato. Come uomo nato in Brasile pure lui sente questo richiamo mistico che soltanto il Sud America può esercitare. Saudade è la parola adatta, ma, come ogni parola intraducibile, anche questa racchiude una sfera emotiva di significati che assume stati diversi per chiunque la sperimenti.

Nell’attesa che la nostalgia prenda il sopravvento rimane il dubbio se abbiamo di fronte un campione oppure un buon giocatore dai grandi colpi. Tutto dipenderà da quale strada imboccherà la sua carriera una volta lasciata Roma. Il salto in una big europea potrebbe rivelarsi un errore dal momento che la pressione rischierebbe di schiacciare l’animo naif di Felipe Anderson, e questo non può e non deve succedere.

Perché, in fondo, la bellezza del suo dribbling è intrisa di quella magia che si avverte quando ancora l’asticella delle prestazioni non è il problema principale. Chissà che allora la Lazio non possa essere realmente la sua terra promessa. I tifosi biancocelesti lo sperano davvero.