8 min read

Il 20 agosto 2016 la prima giornata di campionato proponeva un match di alto livello, Juventus-Fiorentina. Allo Stadium, la squadra di Paulo Sousa si presentava in preda al caos da ultimi giorni di mercato con i primi spifferi sulla cessione di Marcos Alonso, sponda Chelsea, che iniziavano a soffiare al di là della Manica. Alla lettura delle formazioni ufficiali spunta un nome familiare a tutti i tifosi italiani, o almeno a quelli che non hanno vissuto su Marte negli ultimi 20 anni: Chiesa.

Inaspettato déja-vù di un passato glorioso fatto di tiri di interno sul palo lungo, punizioni taglienti cariche di effetto, dribbling secchi in velocità intervallati da gol di pura classe. Quello che la mente inizialmente non riesce a processare è il fatto che quel Chiesa è il figlio di cotanto Chiesa e, a sorpresa, sta debuttando in serie A proprio contro la Juventus. Federico Chiesa, ancora 18enne, è chiamato al test agonistico più complicato, eppure Paulo Sousa, fin dal ritiro estivo, ha una visione chiara del figlio d’arte in maglia viola: è stato subito aggregato alla prima squadra, ha svolto tutta la preparazione con Borja Valero e compagni. È pronto per giocare.

Ma in Italia, quella che è una scommessa sul potenziale futuro di un giocatore, suona come una forma di strana disperazione. Gioca il ragazzo della Primavera: una scelta tranchant. Tra i media locali qualcuno soffia addirittura l’ipotesi di una forma di protesta nei confronti di un immobilismo societario in fase di rafforzamento della squadra. Insomma, il gran ballo del debuttante sembra una sorta di carneficina annunciata. Però poi c’è il campo. Che smentisce ogni dietrologia. Federico Chiesa, schierato sulla linea dei trequartisti come vertice nel 3-4-2-1 tipico del tecnico portoghese, risulta uno dei migliori per la Fiorentina, nonostante una partita dominata nei ritmi e negli spazi di gioco dalla Juventus.

Seconda palla toccata in Serie A. Controllare spalle all’avversario, evitando la pressione di Lemina e dribblandolo con lo stesso tocco. Possiamo tranquillamente aggiungere la spunta: ✓.

Fin dai primi minuti si rende evidente una caratteristica: la personalità, declinata sotto forma di assunzione di responsabilità. Chiesa approccia la partita di cartello con la sicurezza di un veterano, sospinto da una concentrazione massimale e da una gamba che gli permette di coprire ampie porzioni di campo senza apparente fatica. Viene sostituito all’inizio del secondo tempo e, per molti, l’avvicendamento al 46° viene interpretato come una sorta di death kiss da parte di Sousa. Niente di più miope.

Il 15 gennaio 2017, la prima giornata di ritorno mette di fronte una Juventus capolista senza particolari patemi contro una Fiorentina impantanata nelle sabbie mobili di metà classifica. Una squadra che ha cambiato pelle con l’arrivo dell’autunno, mantenendo fondamenta e prìncipi del sistema-Sousa ma virando su un 4-2-3-1 che ha liberato Bernardeschi dal limitante ruolo di esterno destro a tutto campo per promuoverlo in un’ala dalla spiccata verticalità che strappa le linee avversarie come un tessuto logoro. Non solo, a distanza di un girone esatto, la fascia destra ha ormai un altro padrone: Federico Chiesa è titolare dopo mesi di crescita somministrata col contagocce.

Il 19enne ha ormai sovvertito le gerarchie, spedendo lo spaesato Tello in panchina e ritagliandosi un ruolo di primaria importanza nell’undici gigliato. La settimana successiva, nella trasferta di Verona, arriva anche il suo primo gol in Serie A: una rete complicata, eseguita con la scioltezza di un vero attaccante, una finalizzazione in scivolata che ricorda più un centravanti come Toni che un esterno offensivo a tutto campo.

Al 95° attacca lo spazio in verticale con l’andatura e la determinazione di un predatore nella savana; escogita l’unica soluzione possibile per segnare: una spaccata da attaccante di razza su un passaggio troppo veloce. Poi l’esultanza più naif e commovente dell’anno: in ginocchio, mani sul volto, quasi a voler intrappolare dentro di sé un momento intimo e prezioso.

Chiesa in cinque mesi ha guadagnato posizioni come uno scalatore consumato alla vista delle prime salite; ma, al di là di paragoni ingombranti o fuorvianti e dell’hype generato dal cognome, che giocatore abbiamo sotto gli occhi?

Duracell

Una delle caratteristiche principali di Federico, diciamo pure una delle cose che restano negli occhi vedendolo giocare, è la corsa. Continua, sostenuta, intensa. Una capacità aerobica oltre la media si fonde con una resistenza allo sforzo fuori dal comune: Chiesa è un giocatore moderno, nell’accezione che fa comprendere come nel calcio sia ormai fondamentale la partecipazione attiva ad entrambe le fasi di gioco, possesso e non possesso. Il giovane viola, infatti, è entrato prepotentemente nel ruolo di esterno destro anzitutto grazie al suo straordinario dinamismo.

Esterno offensivo a tutto campo? Sì, si può. Soprattutto se hai la facoltà di aprire il turbo e sfrecciare come una Mustang truccata in campo aperto.

Dinamismo che si accompagna ad una velocità di base significativa. Vedere giocare Chiesa significa assistere ad un’interpretazione del ruolo senza interruzioni o blackout, quasi da giocatore di Premier. Osservare il fisico, però, può ingannare: non ha una ancora una struttura da giocatore top nel ruolo, né ruba particolarmente l’occhio nelle situazioni di controllo orientato. Insomma, il set di movimenti, il tocco e il physique du rôle non coincidono con l’immagine del predestinato. Chiesa, più di altri giovani emergenti, è la rappresentazione plastica del talento migliorato con tempo e lavoro, grazie a vari passaggi e una maturazione graduale fino alla violenta esplosione odierna.

In quest’ottica, il sistema-Sousa ha giocato un ruolo decisivo: la facilità con cui la Fiorentina passa dal 3-4-2-1 in fase di possesso al 4-4-1-1 in fase di non possesso fino al 4-2-3-1 sfoggiato in alcune partite, consegna agli esterni il compito di regalare ampiezza in fase di costruzione e di accompagnare rapidamente le risalite di campo una volta riconquistata palla. Due compiti in cui lo “studente” Chiesa dimostra già di eccellere. Dotato di bruciante accelerazione nei primi metri, capacità polmonare e diligenza tattica, Federico sembra nato per sbocciare nel sistema proattivo del tecnico lusitano.

Non volevo arrivare a scriverlo, ma in alcune movenze e soluzioni palla al piede ricorda davvero il padre. Come quando punta l’avversario con testa e spalle giù, sposta rapidamente palla da un piede all’altro per poi calciare d’interno collo. It’s called dna, baby.

Di più: Chiesa si candida al ruolo di “potenziatore” delle soluzioni gigliate, data anche la naturalezza di calcio con entrambi i piedi che gli permette una collocazione su entrambe le fasce (qualcuno ha per caso pensato al padre?).

Fà la cosa giusta

L’altro aspetto che emerge con forza nel vederlo giocare è la maturità in rapporto all’età. Chiesa dà l’impressione di essere costantemente in controllo rispetto al suo gioco e alla giocata da effettuare in rapporto alla situazione specifica. Abilità nelle letture e lucidità nelle scelte. Qualità che spesso mancano in prospetti di pari età, caratteristiche che – al contrario – elevano il giovane viola a unicum nel panorama italiano. Ogni volta che viene inquadrato non concede un’espressione fuori posto nell’arco dei 90 minuti: una prossemica che nulla lascia all’istintività o alla rilassatezza. Teso, aggrottato, concentrato.

Le statistiche confermano quest’attitudine naturale: 85,2% di pass accuracy è una percentuale di assoluto livello, rafforzata da una propensione al passaggio medio o corto, allo scarico su uno dei due pivote della linea a 4 viola per permettere la creazione di triangoli sulla fascia di competenza ed attaccare verticalmente lo spazio. Impressione confermata dalla lunghezza media dei suoi passaggi: 12 metri. Predilige, insomma, la giocata semplice – da declinare nell’accezione di efficace, svelta – rispetto all’uno contro uno solitario o all’assist in profondità verso la punta. In altri termini, è consapevole dei suoi punti deboli e forti ed asseconda il suo stile di gioco a questi. Come se si trattasse di una foresta di giunco che si piega al soffio del vento.

In quanto a maturazione e relativa esplosione, ci sono pochi dubbi. Da dicembre in poi l’indice generale delle performance è schizzato alle stelle (in verde la media dei tre parametri per singola partita).

Parliamo, però, pur sempre di un ragazzo di 19 anni alla prima stagione da professionista. A dispetto della sua maturità ben oltre la media, Chiesa ha ancora ampi margini di miglioramento soprattutto in fase in non possesso. Come dichiarato dal suo ex allenatore e mentore ai tempi della Primavera, Federico Guidi, il numero 25 viola ha giocato quasi esclusivamente come esterno d’attacco in un 4-3-3, ruolo che non prevede l’applicazione continua richiesta dall’esterno a tutto campo nel 3-4-2-1 di Sousa.

Come intuibile dal dato sui contrasti: soltanto 5 su 26 sono stati vinti, una percentuale del 19%. Un fondamentale da affinare, così come l’altro punto debole: il colpo di testa, praticamente inesistente.

Sintetizziamo il tutto con un: fisicità, we’re waiting for you.

Alle statistiche va aggiunta una propensione ancora acerba nello smarcamento oltre le linee di pressione e nei tempi di inserimento per tagliare alle spalle della linea difensiva avversaria. Al momento, infatti, Federico sembra un esterno completo palla al piede, un equilibratore e insieme un potenziatore di gioco sulle fasce, capace anche di strappi brutali. Un affascinante prodotto a metà fra talento puro e costruito; un interprete a cui poter affidare l’intera fascia, ma a cui non chiedere la giocata risolutiva. O almeno, non ancora.

In definitiva, un ragazzo del ’97 con tali qualità e maturità è merce rara ma entra perfettamente – e in punta di piedi – come nuova next big-thing della generazione italiana che sta prepotentemente affermandosi in un campionato finalmente ricco di novità: da Donnarumma e Belotti a Bernardeschi, da Berardi e Romagnoli a Rugani fino a Gagliardini e Caldara, tutti giovani o giovanissimi, titolari o quasi: una new-wave in cui Chiesa si candida al ruolo di new entry.

La sua duttilità, l’umiltà profusa nell’approccio col calcio, il dinamismo espressionista nell’interpretare il suo ruolo, la purezza minimale del suo calcio e la furia agonistica che porta con sé come un tratto distintivo. Chiesa è la dimostrazione che il calcio è anche un gioco di apprendimento ed applicazione, e che questi fattori restano moltiplicatori del talento di base. Nei primi anni ’90, in Curva Fiesole girava un coro semplice ma significativo dedicato a un 18enne Francesco Flachi: “il ragazzo gioca bene, il ragazzo gioca bene”. Forse è arrivato il momento di dargli nuova vita.