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Insieme ad altri senatori romani, Giulio Cesare fu invitato a cena in una mensa milanese, gestita da tale Valerio Leone. Alla vista di un piatto di asparagi conditi col burro, gli altri commensali scoppiarono a ridere e a contestare i gusti culinari del “provinciale” gestore che aveva osato servire il burro, considerato un ingrediente “barbaro”, anziché l’olio. A quel punto, Cesare, affermando che non era corretto denigrare i gusti altrui, lasciò tutti sbigottiti. Leggenda vuole che proprio così nacque la locuzione latina “De gustibus non est disputandum”.

Cuore o intelletto? Fuoriclasse universalmente riconosciuti tali oppure onesti mestieranti? L’incarnazione della bellezza o la mediocrità? In base a cosa si giudica un calciatore? Ai gol, agli assist o alle fredde statistiche? No, perché al pari di un pittore, un giocatore è un artista, a suo modo. Quindi cosa distingue un gol in rovesciata da una randellata a centrocampo?

I gusti sono personali e spesso non opinabili. Che sia un piatto di asparagi col burro o un calciatore mediocre, qual è la differenza? In questo articolo sei diversi autori scrivono di sei giocatori che hanno amato in modo incondizionato, nonostante prestazioni non esaltanti, resa sotto le aspettative o semplicemente che non hanno suscitato nelle altre persone lo stesso livello di empatia ed emozione. Perché l’amore, come il gusto, è personale quanto irrazionale.

Maxwell 

di Gio Piccolino Boniforti

Mio padre viaggia per i sessanta, dice che si rivede in Gagliardini ma non ama il calcio moderno. Non amava il gioco di Mourinho ma gli è grato per aver vinto qualcosa, e pensa ancora che non ci sia un Icardi che tenga se nell’equazione ci mettiamo Bonimba o Karl-Heinz Rummenigge. Ha visto circa 60 anni di Inter, alternarsi 300 giocatori – anche Guglielmimpietro e Brechet – in più di 900 partite, ma nella camera padronale a-là “less is more” di MiesVanDerRohiana memoria, c’è posto per una sola icona pagana calcistica: quella di Maxwell Scherrer Cabelino Andrade, per tutti semplicemente Maxwell.

Ricordo bene i giorni di lutto post-cessione al Barcellona, che ci ha privati della miglior coppia di terzini interisti dell’era moderna: il tandem Maxwell-Maicon, all’occorrenza sostituiti da un certo Christian Chivu. Non si respirava un’aria così pesante dai colloqui con la professoressa di fisica a metà semestre del biennio liceale.

Adesso che è passato qualche anno lo posso dire: la passione per il brasiliano ha contagiato pure me. E’ difficile trovare una sola motivazione, ma se ne fossi costretto direi che è l’eleganza. Difficile trovare un esterno con quel QI calcistico, quella tecnica ma soprattutto quell’eleganza innata di tocco e corsa. E se vogliamo, ho amato anche il personaggio Maxwell: mai sopra le righe, era solito rilasciare dichiarazioni interessanti ma assolutamente moderate.

La sua carriera se l’è fatta eccome: il suo svernare attuale al PSG nulla toglie alle 400 partite e 9 campionati vinti tra Ajax, Inter, Barcellona e la sopracitata regina della classe francese. Rimane il neo della Nazionale (appena dieci le presenze con la Selecao, prima convocazione a 32 anni suonati) e la generale sensazione che i troppi infortuni abbiano frenato la corsa alla gloria di questo piccolo (sembra meno dei 175cm dichiarati) brasiliano così educato e fluido nei movimenti in campo.

Un’ultima ragione per tifare Maxwell? Ha passato 6 mesi ad Empoli, parcheggiato in attesa che guarisse il crociato e si liberasse un posto da extra-comunitario nell’Inter, senza mai giocare ma – parola sua – incorniciata in salotto ha pure la maglia dei Toscani. Se non è correttezza questa…

 

Marco Ferrante

di Giuseppe Zotti

Quando, da interista, soffro per la mia squadra – e negli ultimi anni capita spesso – mi consolo pensando che, alla fine, molti patiscono ben di più; il mio primo pensiero corre per primo a chi si trova a tifare squadre che, pur con un blasone di tutto rispetto, sono messe in ombra dai concittadini più ricchi, famosi e potenti, come ad esempio il Torino.

A sua volta, credo che la personificazione del Toro degli ultimi 25 anni – tante delusioni immeritate e poche gioie, una più meritata dell’altra – sia certamente Marco Ferrante, probabilmente il giocatore più amato dai tifosi del Torino a cavallo del nuovo millennio grazie all’ottima vena realizzativa e all’immancabile cuore granata.

Una stima sicuramente meritata, visto che la sua innegabile bravura lo ha portato a segnare – solamente in campionato – ben 114 reti in 235 incontri; molti di questi gol sono stati celebrati in una maniera che l’ha reso ancora più iconico e apprezzato fra i sostenitori granata, ovvero mimando le corna di un toro (cosa poi imitata in maniera abbastanza inelegante da Maresca in un derby del 2002).

Ma se da un lato ci sono i gol e l’apprezzamento ancora adesso immutato dei tifosi del Torino, dall’altro ci sono una serie di episodi che non gli hanno permesso di vivere una carriera che secondo me si sarebbe meritato: è il torinista con più reti segnate senza nessun trofeo vinto, senza contare che ha disputato in maglia granata più campionati in Serie B che in Serie A, e che alla voce derby vinti si ritrova con uno zero spaccato (forse il rimpianto maggiore) o, ancora, che non ha potuto sfruttare appieno la sua unica opportunità seria avuta con una grande squadra, l’Inter nel 2000/01 (11 presenze e soltanto un gol), e per ultimo, il non essere mai stato preso in considerazione per la nazionale, nonostante le 18 reti del 1999/00.

Ma, nonostante tutto, se fossi in Ferrante non sarei triste della carriera avuta: un simile amore da una tifoseria ormai abituata a soffrire è ben più raro e speciale che vincere coppe e trofei con i rivali di sempre.

Stefano Okaka

di Andrea Madera

Impossibile non apprezzare Stefano Okaka Chuka. Il talento del ragazzone di Castiglione del Lago non sarà cristallino come quello di altri, ma l’impegno che ci mette è sotto gli occhi di tutti. Questa è la sua storia.

31 gennaio 2010. A Roma, quando entra in campo nel secondo tempo sa già che se ne andrà in prestito al Fulham, eppure, prima di partire per Londra, si esibisce in una prodezza che resterà scolpita nella memoria dei tifosi giallorossi. Viene giù lo stadio, De Rossi impazzisce di gioia.

Dopo tanti prestiti senza acuti la Roma si stanca di aspettare l’eterna promessa e arriva il trasferimento al Parma: una grande occasione che, però, va malissimo. Stefano è un ragazzo buono, forse troppo, e cerca qualcuno che gli dia fiducia, cosa difficile da trovare ad alti livelli. In Emilia viene inspiegabilmente emarginato, arriva a pensare che il calcio potrebbe anche essere la strada sbagliata.

Il passaggio alla Sampdoria cambia le carte in tavola. Stefano mostra non solo la fisicità già nota a tutti, ma si applica anche in fase difensiva, inizia a fare gol e a regalare occasioni ai suoi partner d’attacco con la generosità che lo contraddistingue. Le sgroppate contro Catania e Torino sono veri gioielli, giocate da campione. Il momento della consacrazione sembra vicino, arriva anche il primo gol in Nazionale a Genova, nel suo stadio. Poi succede qualcosa, voci di mercato e problemi contrattuali, Okaka litiga con Mihajlović e il ds Osti.

Non c’è più fiducia, ancora valigia in mano, direzione Bruxelles. In Belgio gioca da terminale offensivo puro e segna con continuità. Il fatto è che la squadra si chiama Anderlecht, e quando in primavera il suo nome compare tra i convocati di Conte si grida quasi allo scandalo. In estate un’altra beffa, lo accusano di essere grasso pur di mandarlo via da Bruxelles dopo un’annata da protagonista.

Adesso è al Watford, dove Mazzarri gli ha chiesto di non spremersi sempre ma di gestire le forze per evitare di infortunarsi come è successo a inizio stagione. Stefano ha ancora voglia di mangiarsi il campo con le sue sgroppate, di smentire chi non lo considera all’altezza dei grandi palcoscenici. Ma potrà mai essere considerato scarso uno che sa fare gol del genere?

Tore Andre Flo

di Jacopo Rossi

Lasciamo le donne belle agli uomini senza fantasia e gli attaccanti da copertina ai tifosi senza cuore. Certi amori sono belli perché sono difficili, nascono piano, con estrema pazienza, e si consumano nel giro di una stagione, calcisticamente due. I più belli, da feuilleton, non hanno nemmeno bisogno del contatto, del “vero”: basta una parola, un’immagine virtuale, qualsiasi cosa può dar fuoco alle polveri irrazionali ed emotivamente feroci che possediamo.

Nel mio caso quell’immagine era bellissima e spigolosa, come solo certi videogame dei primi anni Duemila hanno saputo essere. Era un Iss Pro, già vecchio dieci anni fa: pazienza, valeva i generici matchini che decidevano vita, morte e miracoli per almeno un pomeriggio.

Una volta, d’emblée, presi la Norvegia, per quel motivo malato che ci spinge a cercare l’impresa eroica in condizioni di netto svantaggio, tali da renderla indiscutibilmente più eroica. Logico che contro il Portogallo perdessi due a zero dopo un niente. Catenaccio, tackle chirurgici e omicidi, ripartenze e bestemmie. A pochi minuti dalla fine, Tore Andre Flo salta più in alto di tutti. Per tre volte. Tre a due, vittoria e dignità in tasca, insieme a un amore appena nato.

Due anni dopo la realtà perculò la fantasia: quel filiforme norvegese arrivò al Siena, appena promosso. Segno del destino, per una volta non beffardo ma accondiscendente. Mi stupii: dal vivo era alto e spigoloso come nel videogame, segno che i giapponesi erano più realisti di quanto pensassi. E sorrideva, sorrideva sempre.

Giuseppe Papadopulo gli consegnò le chiavi dell’attacco, da spartirsi con Chiesa (padre di cotanto figlio). Lui le accettò con il solito sorriso e ricambiò con otto marcature, contribuendo alla salvezza.

L’anno dopo la veracità del Papa lasciò il posto al sonnolento aplomb di Gigi Simoni, che smise di schierarlo titolare, in favore d’un abulico Graffiedi. L’esonero del mister, dovuto ai pochi risultati e alle molte polemiche, gli consentì di tornare a saggiare l’erba del Franchi dal primo minuto. Ringraziò, alla sua maniera, sorridendo: nel primo derby di sempre con la Fiorentina, fece quel che sapeva fare meglio, ma dal vivo. Vide un cross di Alberto, saltò più in alto di Ariatti, incornò alle spalle di un rotolante Lupatelli. Fu come rivedere i Pink Floyd a Pompei, anni dopo aver consumato la videocassetta per anni.

A fine stagione se ne andò in silenzio, ma non importava: io avevo già scelto di sedermi dalla parte di Tore, anche se gli altri posti erano liberi.

20050529-SIENA-SPR-CALCIO SERIE A: SIENA-ATALANTA. Flo esulta per la salvezza raggiunta dal Siena. MARCO BUCCO/ANSA.

Edu Vargas

di Giovanni Parente

Galeotta fu quella foto scattata col Vesuvio alle spalle. Edu Vargas iniziò così la sua avventura al Napoli. Non era uno sconosciuto Vargas: secondo nel pallone d’oro del Sud America, dietro soltanto a Neymar, e pagato 15 milioni di euro, una cifra mostruosa per gli azzurri, che poche settimane dopo avrebbero affrontato il Chelsea negli ottavi di finale di Champions League.

Seconda punta veloce, rapida nel giocare in verticale, cresce calcisticamente nel Cobreloa, la squadra che gioca nel deserto dell’Atacama, per poi approdare all’Universidad de Chile dove incontra l’uomo decisivo per la sua carriera e lo sviluppo del suo gioco: Jorge Sampaoli, che ritroverà poi sulla panchina del Cile. Arriva al Napoli a 23 anni, non proprio giovanissimo per gli standard sudamericani, e non ingrana: non è una valida riserva per il Pocho Lavezzi, né per il Matador Cavani e tanto meno per Hamsik, c’è già Goran Pandev nel ruolo di prima chiamata pronta a subentrare dalla panchina. Mazzarri, che storicamente non predilige i giovani, non lo vede proprio e la prima stagione finisce con dieci presenze e zero reti.

Il ragazzo si prende la scena il 20 settembre 2012: al San Paolo arrivano gli svedesi dell’AIK di Solna per il primo match del girone di Europa League e Mazzarri decide finalmente di dargli una chance dal primo minuto. Sarà tripletta per il cileno: tre gol sostanzialmente uguali, tre fotocopie, tutti in contropiede. Niente di eccezionale ma dopo quella partita tutti pensammo che Edu Vargas poteva davvero fare grandi cose, già pensavamo a come potessero coesistere lui e gli altri due sudamericani. Il dubbio era tra il 3-4-3 e  3-4-1-2.

Ma le cose andarono diversamente: quelle saranno le uniche reti con la maglia del Napoli in tre stagioni e dopo sarà soltanto un lungo peregrinare in prestito tra Brasile, Valencia, QPR e recentemente Hoffenheim per quello che doveva essere il nuovo idolo del San Paolo, l’ennesimo latino a far battere il cuore ai napoletani.

Se a Napoli è un fantasma, le sue prestazioni con la selezione cilena sono l’esatto contrario: ritrovato il maestro Sampaoli, nel 2014 segna all’esordio nei Mondiali brasiliani contro la Spagna campione in carica dando inizio alla clamorosa disfatta delle “Furie Rosse”; l’anno dopo è il capocannoniere della prima Copa América vinta dal Cile e nel 2016, nell’edizione del Centenario, è di nuovo il capocannoniere del torneo guidando per il secondo anno consecutivo i suoi alla conquista del trofeo. Il suo prossimo obiettivo è il record di gol con la maglia della nazionale, detenuto da Marcelo Salas, che dista appena tre reti.

Ancora oggi Edu Vargas resta un mistero: genio incompreso o giocatore inadatto alla fisicità e al tatticismo del calcio italiano? Centravanti innovativo per velocità e dinamismo o semplice seconda punta? Mi sforzo di trovare una risposta ma non ci riesco, provo a capire senza successo perché non è diventato il nostro fuoriclasse.

L’unica cosa che so è che vorrei tornare a quella calda serata settembrina quando, in piedi sul mio seggiolino in Curva A, mi innamorai senza motivo di un cileno che sarebbe dovuto diventare il migliore ma di cui è meglio dimenticarsi, almeno a Napoli.

Enzo Maresca

di Gianluca Lorenzoni

Premessa doverosa: in queste righe sarebbero potuti tranquillamente figurare i vari Kuyt, Jorgensen, Tomasson, Pazzini, Tudor, Ilicic, Zalayeta, Pasqual, Pinilla, (il primo, non irreprensibile) Bonucci, Meggiorini, Eder, Antonelli, Menez, Paletta, Llorente… Non potevo quantomeno non citare chi, a vario titolo, è rientrato pienamente nella personale categoria dei “pallini”, con gradi di infatuazione oscillanti tra la cotta passeggera ed estemporanea e l’amore incondizionato; tutta gente sulla quale avevo riposto speranze di carriere brillanti e definitivi salti di qualità, più o meno disattesi.

E poi, c’è Enzo Maresca. Calabrese, migrante, guascone carismatico e fumantino, dal piede educato.

Ricordo un’intervista ad Ancelotti, apparsa probabilmente su una di quelle riviste faziose che di tanto in tanto compravo nelle estati pre-internet, dove l’allora tecnico juventino, con quella che sembrava la classica frase di circostanza sentenziava enigmaticamente: “Abbiamo comprato il mio erede. Ma non vi dico chi è”. Il cerchio si stringeva essenzialmente attorno a Brighi e, appunto, Maresca, due giovani centrocampisti arrivati in estate in bianconero. A chi si riferisse l’attuale tecnico del Bayern è un dubbio tuttora irrisolto.

Resta il fatto che da lì in avanti ho iniziato a seguire la carriera di Enzo da Pontecagnano con particolare e, forse, immotivata attenzione per vedere fino a che punto il buon Carletto avesse ragione. Adesso che ha annunciato l’addio al calcio ed è possibile tracciare un bilancio definitivo su quello che Maresca ha fatto o soprattutto avrebbe potuto fare, l’evidenza è che la sua carriera possa essere circoscritta a delle istantanee iconiche e parziali, accenni sporadici di eccellenza privi di continuità.

Se non altro ha dimostrato invidiabile tempismo e particolare attenzione nella scelta dei propri glory days, a cominciare da quella che può essere considerata un’epifania e al contempo una condanna: il gol nel derby al 90°, e ça va sans dire, le corna.

È solo il primo gol in Serie A, di fatto è la prima volta in cui esce dall’anonimato eppure è già sufficiente a bollarlo come uno sbruffone caratterialmente ingestibile, cosa che, soprattutto nell’ultima parte di carriera tra Samp e Palermo lo costringerà a passare più mesi fuori rosa che in campo. La sua immagine sarà per sempre ricondotta a quel gesto, come se il suo lascito stia semplicemente nella capacità di mettersi gli indici alle tempie e mandare a puttane il più basilare concetto di fair-play, e basta.

Per capire però il valore, almeno in potenza, di Maresca non si può non citare l’annata da 9 gol a Piacenza e le due vittorie consecutive in Europa League col Siviglia, che coincidono con il momento più alto della sua carriera: la doppietta con conseguente premio MVP della finale vinta 4-0 contro il Middlesbrough gli consegna una meritata notorietà. La sua – apparente – consacrazione va a braccetto con la mia soddisfazione, la stessa che si può provare nel vedere un gruppo di nicchia del quale custodisci una copia autografata del primo album finire su Rolling Stone.

Questione di poco però perché qualche infortunio di troppo e un girovagare tra Grecia, Spagna e Italia lo fa di fatto sparire dai radar del #calciocheconta, per citare un altro dalla carriera a fasi – molto – alterne.

Lo scorso maggio a Palermo ha segnato al Verona il primo e unico gol in rosanero, chiudendo di fatto il discorso salvezza. Mai banale Enzo, specialista in geometrie, punizioni e schiettezza. Avrebbe sicuramente meritato di più: per doti tecniche, carismatiche e realizzative è stato uno dei migliori della sua generazione, pur senza esordire mai in Nazionale. O almeno, mi piace pensarlo.

Se quella sera avesse evitato l’estremo sberleffo, chissà, magari qualcosa sarebbe potuto andare diversamente. Il fatto è, come disse Ciro Ferrara nel post-partita, che lui “avrebbe voluto fare la zebra, ma non sapeva come farla!”.

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