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“Da Contea a Capitale
Invisibile ma essenziale
Come chiave nell’uscio,
entra e scardina, senza fruscio
Sacrificio, sudore
Ne sanciscono il valore
Eroe nell’ombra è costui
Di una storia più grande di lui.”
(Antico indovinello elfico)

Simone Perrotta il physique du rôle dell’eroe non lo ha mai avuto neanche un po’, o almeno non nell’accezione classica, omerica. Perché un eroe, va da sé, si realizza nelle grandi e straordinarie gesta che è chiamato a compiere per districare la matassa degli eventi, e anche solo azzardare che uno come Perrotta possa rientrare in questa categoria potrebbe senz’altro apparire fuori luogo.

D’altra parte ciò che accompagna le figure come quella dell’ex romanista è un’epica minore, che spesso si nutre e si sofferma sulle qualità in un certo senso proletarie dei protagonisti, finendo per esasperare concetti come sudore, sacrificio e altruismo tanto da farli apparire come gli unici in grado di restituirci un ritratto verosimile della loro natura.

A volte capita, però, che ad ergersi a protagonisti siano proprio personaggi insospettabili, racchiusi in un guscio di apparente normalità ma pronti a prendersi la scena a dispetto dei pronostici. Come nel caso de Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, prologo del più celebre romanzo fantasy di sempre, Il Signore degli anelli, vera e propria pietra miliare della narrativa del Novecento, capace di influenzare, tra gli altri, Led Zeppelin (persino Stairway to Heaven sembra contenerne velati richiami), Black Sabbath e Greateful Dead, oltre al regista Peter Jackson che ne ha ricavato kolossal da decine di premi.

Il protagonista del racconto è Bilbo Baggins, un hobbit (una sorta di piccolo uomo dai grandi piedi pelosi) abitudinario e restio alle avventure che si troverà suo malgrado a viverne una a dir poco epocale. Ma al posto di Bilbo sarebbe potuto esserci tranquillamente Simone Perrotta, nonostante una statura nella media e un normale 43* di piede. Ecco perché.

(*stima approssimativa, non ufficiale)

La Contea

Il tranquillo villaggio della Contea è il luogo dove hanno inizio le vicende sia del Signore degli anelli che del prequel; gli hobbit trascorrono qui le proprie esistenze serene e piacevoli come può esserlo una cena abbondante con simpatici commensali, del tutto all’oscuro dei malvagi disegni che stanno per sconvolgere la Terra di Mezzo.

Che Bilbo Baggins ne fosse un rispettabile cittadino è cosa abbastanza risaputa. Meno noto è forse il fatto che anche Simone Perrotta vide i propri natali proprio nella Contea, il 17 settembre ‘77. Contea della Greater Manchester per la precisione. Ashton-under-lyne, le coordinate precise. Figlio di immigrati calabresi, restò in Inghilterra dove il padre gestiva un pub fino agli otto anni, prima di fare ritorno al paese d’origine dei suoi, Cerisano provincia di Cosenza, per poi girovagare un po’ per lo Stivale in cerca del luogo giusto per mettere radici e abbandonare gli affanni.

Perché la Contea è anche quel locus amoenus in cui non esistono preoccupazioni, in cui la vita scorre tranquilla e piacevole tra ozio e piccoli diletti, al ritmo di una rassicurante e imperturbabile abitudine, evitando minuziosamente qualunque richiamo all’avventura e all’ignoto. Nel caso di Perrotta, leggere alla voce: Chievo Verona, l’isola felice del calcio italiano.

“Gli Hobbit della Contea portavano vestiti di colori vivaci, preferendo il giallo ed il verde”

Dopo aver esordito neanche ventenne nella Reggina, il trasferimento alla Juventus sembra l’inizio di una promettente carriera, ma i polmoni da soli non bastano a garantirsi la riconferma. Prestito biennale al Bari, dove racimola discrete presenze, poi il passaggio al Chievo appena promosso in A. Sotto la guida di Del Neri, Perrotta trova la propria dimensione, in un ambiente salutare e lontano dalle pressioni dell’annata bianconera, contribuendo a scrivere una di quelle storie che molto prima del Leicester venivano etichettate come favole.

Nelle tre stagioni in gialloblu è lo scudiero perfetto per il fosforo di Corini, un centrocampista box-to-box ante-litteram che al tradizionale sacrificio non disdegna l’abbinare qualche sortita offensiva, tra le quali va sicuramente menzionata la prima storica rete dei veronesi in Serie A nell’esordio al Franchi.

“Giocando al fianco di Corini ci capivamo e integravamo al 100%. Lui impostava il gioco, mentre io ero più portato alla fase offensiva, all’inserimento.”

Il Chievo diventa un modello (e ad oggi lo è ancora) capace di coniugare un ambiente ultra-provinciale, fatto di scarse risorse, lungimiranza e rapporti personali al limite del familiare con risultati sportivi che travalicano i concetti di logica e prevedibilità, andando ben oltre le possibilità iniziali. Una piccola enclave a sé stante nel mondo delle vacche (ancora) grasse del calcio italiano, ammantata di una normalità che si tramuta in forza, perché da quelle parti l’impresa eccezionale è sempre stata l’essere normale, tanto per citare Lucio Dalla.

Chievo Verona 2001-04

Il primo anno a metà del girone di andata sono in testa al campionato grazie alla vittoria nella San Siro nerazzurra, dimora del Fenomeno e dell’orco Bobone, chiudendo poi al quinto posto che significa Europa. Settimo posto la stagione successiva, nono quella ancora seguente.

Perrotta conquista anche la Nazionale, partecipando ad Euro ’04 dove segna il suo primo (inutile) gol contro la Bulgaria, mentre il Chievo si stabilizza in una comfort-zone di medio alta classifica, lontano dai patemi della lotta retrocessione ma abbandonando al contempo pericolose vertigini da alta quota. Il centrocampista calabrese sembra aver finalmente trovato una nuova Contea dove poter passare in gioviale serenità il resto della propria carriera. Ma spinto forse, come nel caso di Bilbo, da una buona dose di sangue da avventuriero, decide inaspettatamente di abbandonare il suo confortevole pezzo di mondo, dopo cento presenze tonde e sette gol.

Quello che non sa è che ad attenderlo troverà un cambiamento sconvolgente, il Perrotta che conoscevamo non esisterà più, diventando la dimostrazione vivente di come chi nasce mediano possa anche morire (calcisticamente, ci mancherebbe) trequartista. Atipico quanto si vuole certo, ma comunque trequartista. A suo modo, una bella lezione di vita.

Scassinatore

“There’s a feeling I get when I look to the West – And my spirit is crying for leaving. – In my thoughts I have seen rings of smoke through the trees – And the voices of those who stand looking”

Ovviamente, appena messo piede fuori dalla soglia di casa le insidie di un mondo tutto da scoprire non tardano ad arrivare. La prima stagione in giallorosso è a dir poco turbolenta: la squadra non ingrana, l’addio di Capello ha aperto crepe incontrollabili e anche Simone ne risente. La monetina che colpisce Frisk e che significa di fatto l’addio all’Europa, i risultati altalenanti e i continui cambi di allenatore non fanno che acuire una situazione di totale confusione.

“A Roma ho capito che ero in un mondo totalmente diverso. La pressione all’inizio mi ha complicato la vita. Provenivo da un ambiente completamente diverso, forse non ero pronto. La squadra veniva dal secondo posto ed era stata rinnovata e agli occhi dei tifosi dovevamo sostituire chi era andato via. Io avrei dovuto prendere il posto di Emerson, che aveva esperienza e caratteristiche totalmente diverse. Questo ha portato tante critiche.”

Dopo il brevissimo interregno di Prandelli e quello appena più lungo di Voeller, neanche l’arrivo del mentore Del Neri (nel frattempo silurato dal Porto, e poi a sua volta sostituito da Bruno Conti, sprovvisto di tesserino, come a non volersi far mancare proprio niente) riesce a rasserenare un ambiente alla deriva, testimoniando come la vita fuori dalla Contea non sia facile per nessuno.

Con in dote due punti nelle ultime dieci gare, l’agonia terminerà alla terzultima giornata in uno scontro salvezza con la Lazio passato alla storia come il derby del “meglio due feriti che un morto” in cui le due squadre in pratica si rifiutano di farsi male uscendo dal campo tra lo scherno dell’intero stadio.

Lo 0-0 evita quantomeno un dramma senza precedenti, lasciando però intatti lo scotto e la delusione per un’annata da dimenticare, chiusa all’ottavo posto ma a soli tre punti dalla zona retrocessione. Unica consolazione, la qualificazione all’Europa League come finalista, perdente, di Coppa Italia.

Il 21 giugno 2005, il giorno della firma di Luciano Spalletti sul contratto che lo legherà alla Roma per i successivi quattro anni, è uno dei momenti di svolta nella carriera di Perrotta. L’avvio è al solito altalenante, ma alla sedicesima giornata sul campo di Marassi, le assenze simultanee di Cassano, Montella e Mancini costringono il tecnico giallorosso a varare un modulo inedito, destinato a fare scuola.

Eccoci finalmente al nocciolo centrale di questa vicenda, al ruolo determinante che i nostri protagonisti inaspettati si trovano a ricoprire grazie ad un’abilità sepolta sotto una coltre di apparenza mistificatrice.

Probabilmente nel diramare la formazione l’allenatore potrebbe aver usato le stesse parole con cui Gandalf provava a dimostrare la bontà della propria scelta agli scettici nani, che non vedevano in Bilbo le qualità adatte alla loro impresa.

“Io ho scelto il signor Baggins e questo dovrebbe essere più che sufficiente per tutti voi. Se dico che è uno Scassinatore, Scassinatore è, o lo sarà al momento opportuno. È più in gamba di quanto possiate immaginare e assai più di quanto creda lui stesso”

“Lì per lì ero allibito, ma come sempre mi è accaduto ho accettato con entusiasmo il cambio di modulo. Spalletti ebbe un colpo di genio ed iniziò una cavalcata esaltante negli anni seguenti”,  racconterà lui stesso.

L’intuizione del tecnico di Certaldo è lo spostamento del numero 20 a ridosso dell’unica punta, che proprio punta non è, Francesco Totti, nel suo 4-2-3-1 che diventerà un vero e proprio casus studi, anticipando il concetto di falso nueve ed elevando il toscano a guru dell’estetica applicata al pallone, con un gioco imperniato su possesso, rapidità, transizioni e qualità tecniche degli interpreti.

In questo contesto fluido in cui tutto ruota come in un moderno sistema copernicano attorno al numero 10 romanista, Perrotta diventa elemento insostituibile e fondamentale, grazie ad un dinamismo unico che lo rende contemporaneamente equilibratore del centrocampo e soluzione imprevedibile in area di rigore. Come nel celebre caso del volo del calabrone, così le caratteristiche tecniche di Perrotta non sono adatte al ruolo di trequartista ma lui gioca lì lo stesso, e bene, perché evidentemente non lo sa.

Prima che i vari Hamsik, Vidal e soprattutto Thomas Müller ridefinissero i confini del centrocampista-incursore alzando ulteriormente gli standard qualitativi e concettuali, l’anglo-calabrese ha rappresentato per anni l’eccellenza del ruolo che sarebbe diventato, con quella perentorietà che solo le parole tedesche sanno conferire, il raumdeuter, termine coniato quasi appositamente per inquadrare l’indecifrabile mezzapunta del Bayern, e che suona più o meno come “il trova-spazi”.

La partita con la Samp terminerà 1-1 con un palo clamoroso dopo un bel dribbling al limite e l’assist decisivo per Totti del Nostro, ponendo però le basi per le successive 11 vittorie consecutive, dove il contributo di Perrotta è tangibilissimo (quattro reti delle cinque totali le segna in quel periodo).

I suoi inserimenti costanti cominciano a diventare un vero e proprio fattore e nella stagione successiva, dove ci sono Vucinic e Pizarro a completare il mosaico romanista, toccano picchi d’eccellenza.
Calatosi ormai pienamente nelle nuove vesti, il 2006/07 ci consegna un giocatore quasi immarcabile all’interno dei sedici metri, sempre pronto a leggere il gioco, lo sviluppo dell’azione o l’esito di un semplice rimpallo prima degli altri, grazie ad un intuito portentoso e capacità aerobiche di prima classe.

Totti, Taddei, Mancini o Vucinic rifiniscono trovando in Simone un grande alleato nello scardinare le difese avversarie. Otto centri in campionato, tredici totali, sono un score non trascurabile. Segna, tra l’altro, in entrambe le gare di finale della Coppa Italia vinta contro l’Inter, mettendo in bacheca il primo trofeo e chiudendo addirittura da capocannoniere della competizione. Si ripeterà l’anno dopo, segnando ancora una volta il gol decisivo in finale. Piccola rivincita per uno Scudetto sfumato all’ultimo respiro con la doppietta di Ibrahimovic a Parma.

Manifesto programmatico del gol á-la Perrotta: corsa, inserimento a testa bassa, tempismo

Perrotta ormai consapevole di un potere scoperto per caso, come Bilbo dopo aver trovato l’anello, è “colui che viaggia non visto”, capace di apparire dal nulla nelle terre di mezzo – o negli “spazi di mezzo” – riuscendo spesso a dare una piega insperata agli eventi. Senza trascurare, ovviamente, i compiti tattici in fase di non possesso. È a tutti gli effetti uno scassinatore, capace di insinuarsi nelle minime crepe avversarie con la stessa silenziosa furtività propria degli hobbit.

Nonostante un bagaglio tecnico non propriamente all’altezza dei compagni di reparto, riesce non solo a sopravvivere ma a ritagliarsi un ruolo imprescindibile nella Compagnia, portando in dote fattori non secondari e perfettamente complementari a quelli del collettivo: generosità, coraggio, intelligenza, intuito e tempismo. Ancora una volta, proprio come il nostro signor Baggins.

A fine carriera saranno 49 le reti in giallorosso con una statistica in particolare capace di fugare ogni dubbio sulla sua utilità: quando è finito sul tabellino marcatori, otto volte su dieci la Roma ha poi vinto la partita. Nel 2013 annuncia il ritiro, rifiutando anche qualche offerta, preferendo “finire da ex calciatore della Roma piuttosto che da ex di un’altra squadra. Volevo finire con questa maglia e credo sia giusto così”.

Gli è mancato il grande acuto, quello Scudetto che avrebbe ripagato a pieno le sue corse e i suoi sacrifici ma per due volte (saranno quattro i secondi posti in totale) l’occasione è sfumata ad una spanna dal traguardo. Anche chiudere la propria esperienza con la sconfitta nel derby di Coppa Italia, uno dei suoi terreni preferiti, finisce per connotare il tutto di velata malinconia.

“Non doveva finire così. Mi dispiace aver lasciato il calcio con questa partita, senza giocarla, senza poter dare il mio apporto alla squadra. Un momento triste, ce ne ricorderemo tutti”

In realtà per dirsi conclusa e completa manca ancora un tassello alla nostra storia. E non di scarsa rilevanza.

La Battaglia delle 32 Armate

Quando si è trattato di compiere la più grande e inaspettata delle imprese Perrotta, stranamente, non aveva addosso la maglia giallorossa ma l’azzurro nazionale.

Finito praticamente fuori dai giochi dopo gli esordi nella gestione Trap, le ottime prestazioni costrinsero Lippi non solo a tornare sui suoi passi e convocarlo per i Mondiali ma addirittura a farne un punto fermo di quella Nazionale che sarebbe diventata campione del mondo. Scordatevi però la ribalta e il protagonismo che il nuovo abito del sarto Spalletti gli stava donando.

Nelle sette gare in cui parte sempre tra i titolari non ci sono guizzi da ricordare o giocate da tramandare. Perrotta se ne sta quasi in penombra, sulla sinistra, macinando chilometri con la consueta generosità ma lasciando ad altri gli onori delle cronache. È probabile che nel recitare a memoria, come usava una volta, quella formazione, Simone Perrotta sia l’ultimo nome che salti fuori, anche con un certo sforzo: “e poi c’era anche… ah, sì: Perrotta”.

In una squadra senza prime donne il suo fu un ritorno alle origini, da mezzala o esterno infaticabile ed equilibratore nel 4-4-2/4-4-1-1, in un ruolo dove la sua costanza, linearità e abnegazione furono elementi fondamentali per cementare quell’amalgama perfetta che portò al trionfo di Berlino. Una presenza apparentemente marginale ma preziosissima e allo stesso tempo confortante come una qualunque cosa che si pregi della caratteristica dell’affidabilità.

La finale con la Francia non è stata sicuramente una delle sue migliori prestazioni. Richiamato in panchina già a metà del secondo tempo per lasciare il posto all’altro calabrese Iaquinta ha vissuto le fasi concitate del match e il glorioso epilogo dei rigori da una prospettiva privilegiata ma non proprio in prima persona. Se vi dicessi che anche il nostro hobbit nel momento decisivo della battaglia finale per la conquista della montagna di Erebor fu colpito da un sasso, risvegliandosi solo a giochi fatti, notereste l’ennesima analogia con il racconto tolkieniano.

Simone Perrotta diventò comunque campione del mondo. Ad Ashton gli hanno perfino dedicato una statua, al pari di altri due illustri concittadini iridati nel ’66 – Geoff Hurst, quello della celebre tripletta con gol fantasma ai tedeschi, e Jimmy Arfield – proprio come si fa con gli eroi. Quello che Simone Perrotta ha finito per essere quasi suo malgrado, prendendo parte ad una storia più grande di lui. Lo stesso si potrebbe dire di Bilbo, ma a questo punto sarebbe quasi superfluo.

 

Copertina di Jacopo Rossi