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In periodo di paradigmi sullo spazio quale miglior centravanti, sul gegenpressing quale “miglior playmaker al mondo” e di prime punte mutevoli ed universali nei compiti in campo, nell’approccio col gioco e perfino nel fisico, l’effetto finale può essere quello di perdere alcuni punti di riferimento. Proprio come accade in campo. In quest’ottica, siamo abituati a visualizzare il centravanti come il numero 9 duro e puro, proiezione arcaica di una forma di potenza, di una volontà di dominio sportivo: alto, fisicamente prestante, spietato in area di rigore, potente, egoista, in grado di fare a meno del collettivo; generando così un cortocircuito intuitivo tra applicazione di un gioco di squadra ed esaltazione delle capacità di un singolo.

Per decenni, insomma, il centravanti ha rappresentato la proiezione finale del supereroe sportivo: dotato di una narrativa specifica, straordinariamente idolatrato in ogni piazza o tifoseria, iconico e immediatamente riconoscibile. Se imbocchiamo il sentiero della coolness e della capacità realizzativa, per un lungo periodo il campionato italiano ha rappresentato il Valhalla dei numeri 9: dalla provincia più estrema alle grandi metropoli, non esiste club o città che non possa identificarsi in almeno uno dei protagonisti descritti sopra.

All’interno di questa macro-categoria convivono poi alcune differenze. Il centravanti legato ad una sola maglia, il centravanti da one season wonder, l’outsider che si è sorbito l’intera gavetta dalla C alla A, il talento puro e il talento costruito. E poi c’è Hernán Crespo: mirabile sintesi di ogni cliché sul numero 9 e insieme evoluzione e negazione di questi. Spinto da un’ossessiva sete di giustizia, mi sono chiesto perché non esista un’analisi approfondita del Valdanito: non si trova online, né sugli speciali delle riviste, tanto meno in tv e sui media tradizionali. Insomma, colui che è stato un vero punto di riferimento nel ruolo nell’ultimo ventennio pare dover scontare una sottile forma di oblìo.

Eppure, analizzandolo a fondo, Crespo rimane uno degli interpreti più moderni e insieme classici del ruolo; un ideale trait d’union fra lo stereotipo del calcio anni ’90 e la complessità della contemporaneità. Longevo, completo, decisivo. E soprattutto un cannoniere che ha spostato in alto il coefficiente di difficoltà tra realizzazione e singola occasione. Ho selezionato una serie di gol che dimostrano quest’assunto: 10 reti che decretano, senza possibilità di smentita, che quando si tira in ballo il Valdanito sarebbe cosa buona e giusta accompagnarlo con la parola “fenomeno”. E con un paio di analgesici per i portieri.

Crespo “blasta” gli Invincibili

Di Crespo si ricordano quasi esclusivamente le sue reti in Italia. Un farcitissimo carnet di giocate e realizzazioni con più maglie, dal Parma alle due milanesi, fino alla Lazio; ben poche, invece, sono le testimonianze del periodo blue del Valdanito. Al Chelsea Hernan ha vissuto un periodo contrastato, mai compreso fino in fondo da ambiente e guide tecniche, eppure autore di gol per certi aspetti sbalorditivi.

Uno di questi è quello contro l’Arsenal di Wenger, quello degli “Invincibles“. Osservando con freddezza i suoi gol a Stamford Bridge, sembra che il Valdanito si fosse evoluto in un giocatore diverso, una mutazione del centravanti ammirato in Serie A: segnava spesso da fuori area. Una skill che istintivamente non attribuiremmo al nove argentino ma che, al tempo stesso, è la sua personale eredità del periodo blue. Contro i Gunners detta il ribaltamento di campo, scattando come un’anguilla verso la profondità, imbeccato dal filtrante di Makelelé, ma è soltanto un’illusione. Un trick per disorientare Lauren e poter rientrare sul destro avendo a disposizione uno spazio preparatorio al tiro.

Il controllo d’esterno, con annessa sterzata a 45° verso l’interno del campo, fulmina sul tempo il terzino dell’Arsenal senza ricorrere a finte o eccessi di velocità: si compie in maniera naturale, ineluttabile. Poi, l’interno destro teso dai 25 metri che termina la corsa nel “sette” più lontano. Con una pulizia e una rapidità di calcio che sembra appartenere più ad un’ala moderna: potrebbe tranquillamente essere un gol a firma Hazard. E invece è Crespo, numero 9 che per qualche fugace secondo prende coscienza di essere pure un 10. È un gol che non ammette repliche per l’equilibrio istantaneo tra pensiero, preparazione ed esecuzione.

 E qui potete farvi un’ulteriore idea del perché oltre la Manica sia considerato un attaccante dal tiro prodigioso.

Capriole, piroette e sinistri all’incrocio

Altra skill che ha contribuito a creare l’immagine di Crespo come centravanti implacabile in area di rigore, è l’acrobazia. Nel corposo curriculum di reti con palla sospesa in aria ho però scelto la rete più bizzarra, o meglio, inimitabile. In un Lazio-Fiorentina del 2001, Hernán segna con una sorta di coreografia circense. È un gol complicatissimo perché il pallone, respinto da Manninger viaggia all’indietro a velocità sostenuta, rimbalzando in modo irregolare. Crespo sta arrivando da dietro a tutta velocità e, nei pochi istanti che scandiscono l’allontanamento della palla dall’area, elabora la soluzione più immediata per segnare.

Coordinarsi in qualsiasi modo, colpendo di potenza col piede debole. Crespo si piega in modo quasi innaturale in avanti – per mantenere bassa la traiettoria – e colpisce di collo pieno. Il pallone vola sotto l’incrocio come fosse scoccato da una balestra e il Valdanito rotola in terra come un ginnasta durante l’esercizio di corpo libero, spinto dalla velocità con cui ha impattato la palla. Coordinazione, lucidità e tempo di battuta direttamente rubato allo spazio. What else?

Shaolin Soccer

Altro piccolo ma significativo esemplare appartenente alla grande famiglia dei gol in acrobazia di Crespo. Stavolta, però, oltre alla capacità di coordinazione e alla rapidità d’esecuzione in uno spazio buono per contenere una sedia da giardino, il Valdanito dà fondo anche alle qualità archetipiche del centravanti vecchio stampo: forza, protezione della palla, creazione dello spazio di tiro. È un mix di qualità che, al primo anno da titolare in Serie A, incorona il giovane Hernán come nuovo next big-thing del ruolo.

L’aspetto che più di ogni altro colpisce è la preparazione: lettura anticipata sull’avversario, uso del corpo come un fulcro, dapprima spostando con malizia il marcatore con un tocco di spalla per tenerlo lontano quel tanto che basta da un possibile intervento, poi, nello stesso passo, la girata fulminea di sinistro che bacia il palo. Una semi-rovesciata da videogame, che ha il fine ultimo di rubare il tempo al portiere. Crespo anticipa la battuta mentre il pallone è in ascesa: un controtempo che marca la differenza tra istinto e lucidità del grande attaccante e semplice gol frutto di una giocata randomica. Crespo, a 22 anni, viaggia già con due secondi di anticipo rispetto al contesto. È forse il suo principale dono, che ritroveremo in altri gol.

Il volo del condor e l’arte del movimento

C’è un fattore che troppo spesso viene accantonato quando si analizzano i grandi attaccanti: il movimento. La sottile arte del sapersi muovere nei modi e nei tempi più giusti in relazione allo specifico svolgimento di una situazione di gioco. In questo fondamentale, Crespo rimane uno dei primi dieci esempi di sempre. Il gol in maglia nerazzurra all’Amsterdam Arena contro l’Ajax è un tripudio di movimenti armonici, effettuati col perfetto tempismo: come una melodia classica che fuoriesce magicamente dai tasti di un pianoforte.

La ripartenza manovrata dell’Inter di Cuper è davvero da manuale e Crespo ne è insieme ispiratore e finalizzatore. Va incontro al pallone sulla linea di metà campo, attraendo così il centrale fuori posizione, ma, nonostante il linguaggio del corpo comunichi un imminente scarico, Hernán fa un velo per Morfeo che gli rende il pallone di prima favorendo l’attacco alla profondità di Vieri, Crespo lo serve al volo sulla corsa e corre dritto come un duecentista verso l’area per attaccare il secondo palo. Il cross di Bobo è ben calibrato, ma non particolarmente teso o potente.

Il Valdanito mette i titoli di coda sul suo capolavoro aereo arrivando in corsa alle spalle del centrale olandese e staccando come può staccare un condor dalla cima della cordillera andina. L’impatto col pallone è pieno, secco e chirurgico, la traiettoria dritta e definita come la scia di un jet. Una rete eccezionale fin dalla sua genesi, che sottolinea come il movimento sia la branca applicativa del calcio che più pesa se il tuo mestiere si basa sull’anticipare, con pensiero e corpo, gli avversari.

Devil is in the details

A questo gol, purtroppo, ho assistito dal vivo. Come un condannato nel braccio della morte può attendere il momento della propria condanna. È la finale di ritorno di Coppa Italia tra Fiorentina e Parma, e con il 2-2 del Franchi la squadra di Malesani porta a casa la coppa. Dopo quaranta minuti di equilibrio e ritmi intensi, arriva un momento di stanca della partita, uno di quei momenti specifici in cui solo una giocata singola può sbloccare l’incontro che vale l’intera posta in palio. Era come se fosse solo questione di tempo, perché il Crespo visto fino a quel momento flirtava con lo spettro del centravanti ammirato in Serie A.

Alla prima, vera palla giocabile in area di rigore arriva la sentenza. Non solo, si materializza nel modo più beffardo e sublime che il Valdanito potesse concepire: il gol di tacco à-la Crespo. Sfortunatamente non esistono statistiche sul numero di gol segnati così da Hernan, ma una stima approssimativa propende per lo sfondamento della soglia della doppia cifra. Perché negli anni il gol “alla Crespo” è sublimato in qualcosa di più: un gesto seriale, la ripetizione autoriale di un’opera pop, come se si trattasse di una serie di serigrafie a firma Andy Warhol avente per protagonista lo stesso soggetto.

Il movimento a disorientare il difensore, lo scatto a tagliare sul primo palo e la chiusura di tacco destro, con palla lenta ed inesorabile, destinata all’angolino più lontano. Un marchio di fabbrica da esportare nel mondo (qui un altro magnifico esempio). Il dono del Valdanito all’umanità calcistica, o più prosaicamente la sua personale eredità. Truce e delizioso, maligno e fuori dagli schemi: il tacco di Crespo è l’equivalente del superpotere per un supereroe. E, come recita un celebre motto, da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Nessuno più di Hernán ha saputo gestirli con perizia.

Ghost Killer

Senza riaprire altre lancinanti ferite riguardo quella notte di Champions ad Istanbul, osservare con attenzione il secondo gol di Crespo al Liverpool risulta, però, doveroso. Il momentaneo 3-0 del Milan arriva con un’azione da cartoon, di quelle che si possono immaginare da bambini davanti alla tv. La squadra di Ancelotti, infatti, fa a fette i Reds con una facilità fuori contesto. Due passaggi: Pirlo per Kakà, Kakà per Crespo: gol. Un master avanzato di costruzione e smarcamento tra le linee avversarie, una dimostrazione di manifesta superiorità intrisa di una semplicità minimale, quasi naturale. Kakà, dopo una veronica marziana, serve nell’half space fra terzino e centrale la corsa del Valdanito.

Hernán riesce ad arrivare sul pallone perché, ça va sans dire, ha attaccato la profondità sul ribaltamento dell’azione con due secondi d’anticipo rispetto agli avversari. È una legge non scritta e per questo ancor più affascinante: nonostante non sia un giocatore da ripartenza fulminea o un contropiedista, Crespo riesce ad incenerire sul tempo i diretti marcatori, facendosi trovare nel posto – o meglio, nello spazio – giusto al momento giusto. Quello che eleva il gol fuori dall’ordinaria visione delle cose è la velocità d’impatto col pallone: Hernán non rallenta, colpisce con un diabolico colpo sotto d’esterno destro: un movimento che ha del meccanico, che gli permette coordinarsi alla stessa velocità con cui ha iniziato l’azione 30 metri prima, fulminando Dudek in uscita.

Un piccolo capolavoro di tempismo, classe ed efficacia. Offuscato, però, dalla partita più intangibile degli ultimi 20 anni, di cui si ricorderà esclusivamente lo psicodramma figlio della rimonta dei Reds. Esiste qualcosa di più crespiano di tutto ciò?

Coordinazione e follia

In questa apparizione da rookie, Crespo infila il gol più sorprendente in carriera. Siamo nel 1996, è di scena il torneo pre-Olimpico in vista di Atlanta e il Valdanito è poco più che l’ennesimo prospetto argentino di scuola River pronto a deliziare le platee sudamericane, o a perdersi nell’anonimato dopo grandi premesse. L’Argentina di Pékerman affronta la Colombia, e nel secondo tempo succede di tutto.

Dal manuale del surreale: Almeyda, uno degli incontristi più iconici di quel decennio, si beve mezza linea difensiva colombiana saltando due uomini in sombrero: una giocata bizantina che non può appartenere al volante argentino. Si allunga la palla fino alla linea di fondo e da lì crossa come potrebbe crossare un rugbysta in mischia: corpo all’indietro, calcio di controbalzo per non far uscire la palla, è l’immagine di uno sforzo eccessivo. La palla vola senza meta verso il limite dell’area di rigore, altissima, con una parabola lenta: è un pallone impossibile da gestire o da controllare. Crespo, appostato intorno all’area di porta, lo sa. E agisce di conseguenza, dando un nuovo senso all’espressione “incoscienza giovanile”: calcia al volo.

Ora, se c’è un solo gol che somiglia a questa rete e la supera in difficoltà, è il capolavoro di Zidane in finale di Champions contro il Bayer Leverkusen, soprattutto perché effettuato col piede debole. Ma il gol di Crespo non è da meno: corre all’indietro per quasi 10 metri, segue con lo sguardo la traiettoria del pallone astraendosi dal contesto, come un torero nell’arena, infine stende la gamba in rotazione a 90° da terra e colpisce di collo piede con l’eleganza di un airone che stacca in volo. Ne esce un gol pazzesco: pallone fiammeggiante sotto l’incrocio più lontano. L’intera squadra si complimenta, da Saviola a Claudio Lopez, e il telecronista argentino – che lo apostrofa come Hernancito – gli dedica diciotto secondi di “goooooolazo!“.

Apoteosi

Un altro aspetto che resta impresso riguardo l’ex centravanti del Parma è il modo di esultare. Quasi mai c’è una nota di rabbia, vendetta o liberazione da demoni, al contrario è spesso un esercizio di pura gioia. Magari contornato da una sensazione di agonismo e adrenalina per un istinto predatorio appena appagato, un po’ come succede ai vampiri subito dopo aver succhiato l’ultima goccia di sangue fresco dalle vene della vittima. Un mix di gioia, estasi e adrenalina. Ed è esattamente quello che si manifesta al minuto 92 di Parma-Juventus del 9 gennaio 2000.

I crociati sono sotto di un gol, ridotti in nove e senza una reale speranza, se non quella di affidare gli ultimissimi battiti vitali all’arma micidiale per antonomasia: ripartenza rapida e Crespo prova ad inventarsi qualcosa. È uno dei gol più cult del Valdanito perché messo a segno contro la Juventus, in doppia inferiorità numerica e a pochi secondi dalla fine, in un clima caotico ed incandescente. L’aspetto che più colpisce è la determinazione di pensiero, il fatto che tutto quello che accade dall’esatto istante in cui controlla il lancio in profondità di Walem, sia in qualche modo già codificato nella mente di Hernán.

Il movimento esterno-interno con cui umilia Ferrara e fa perdere a Tudor il tempo d’intervento decisivo è una sorta di brand crespiano™, un marchio registrato che riproporrà in altre occasioni (qui contro Mexes, sei anni dopo) e che testimonia come un grandissimo attaccante riesca a processare delle soluzioni efficaci e sofisticate per ritagliarsi lo spazio per concludere verso la porta, nonostante uno svantaggio posizionale. Il sinistro con cui infila Van der Sar sul secondo palo, poi, è l’equivalente di una coltellata da slasher: inevitabile, glaciale.

L’esultanza che segue è la più scomposta della sua carriera: come se il corpo e la mente si fossero momentaneamente disconnessi, lasciandosi direzionare soltanto dall’adrenalina del momento.

La Lectio Magistralis di nonno Hernán

Alla soglia dei 36 anni Crespo si presenta a San Siro per affrontare l’Inter post-Triplete con indosso la maglia della sua squadra del cuore, il Parma. A 36 anni e con la chioma non più fluente né unta, ma spolverata di un regale grigio antracite, Crespo insegna dalla sua personalissima cattedra come funziona il set di movimenti di una prima punta, con particolare zelo riguardo il fondamentale “taglio sul primo palo”.

Per comprendere la grandezza di questo gol è necessario vederlo e rivederlo, ingrandirlo al microscopio e magari farcirlo di replay: il tempismo luciferino dell’anticipo sui difensori, la capacità di trasformare in gol una palla troppo a ridosso della linea di fondo e troppo lenta per una semplice spizzata. Nonno Hernán inventa un movimento da contorsionista, ma con la grazia di un maestro yoga: accarezza il pallone con l’interno destro chiedendo al ginocchio una rotazione quasi innaturale per depositarlo sul palo lungo, evitando l’uscita di Julio César. Il tutto avviene dolcemente, con la quieta raffinatezza e l’astuzia istintiva del condor d’area.

Un manifesto programmatico, più che un semplice gol. Di quelli che Altafini avrebbe inserito su di un’imprecisata pagina del leggendario “Manuale del Calcio”.

Teoria dell’anti-gravità

Nell’unica stagione in rossonero – 2004/05 – non si è visto il miglior Crespo, allo stesso tempo, però, si è potuto ammirare un centravanti che segnava gol bellissimi e mai banali. Un altro esempio è questa perla aerea negli ottavi di finale contro lo United di Ferguson in Champions. È il gol che seppellisce le speranze di Giggs – infrantesi sul palo pochi minuti prima – e consegna i quarti al Milan ancelottiano. E soprattutto è un gol quasi impossibile. Crespo, come al solito, sposta in avanti il concetto di coordinazione in rapporto alla palla giocabile. Il cross di Cafù è: ricco di effetto, leggermente alto e profondo; Hernan è: sfilato dietro al marcatore, lontano 12 metri dalla porta, oltre il secondo palo.

In queste condizioni, in cui nessun attaccante vorrebbe trovarsi, riesce comunque a coordinarsi con un movimento che riporta alla mente sport come la ginnastica ritmica anziché il calcio. Effettua lo stacco portando l’asse del corpo su una diagonale di 30°, e infine incorna con perfetta potenza e precisione. Non è il tipico stacco alla Crespo, è semplicemente l’unico modo possibile per finalizzare un cross del genere. Parabola lunga e maliziosa, a baciare il palo opposto scavalcando il volo disperato di Howard. Nel secondo in cui resta in aria, se si osserva attentamente, si può notare come l’asse terrestre e Crespo siano perfettamente allineati.