Il miglior attacco d’Europa per distacco con 68 gol in 23 partite. Una squadra rivoluzionata ad ogni sessione estiva, tra cessioni eccellenti, ricambi Under 23 e qualche dimenticato dal grande calcio. Un oligarca russo in pieno disimpegno economico come proprietario. Una città che è più un crocevia d’affari, jet-set ed edonismo rampante che una piazza con tradizione calcistica. E un uomo che, non avendo mai giocato a calcio in nessuna categoria, ha consacrato la sua squadra come mina vagante ed attraente casinò dalle insegne luccicanti. Leonardo Jardim è l’uomo dietro alla più sorprendente fra le mutazioni calcistiche avvenute in Europa: il Monaco, da squadra “too boring to watch” a fabbrica di gioco, risultati e gol.

Oligarchi, divorzi e l’arrivo di un underdog

Per capire il fenomeno-Monaco è necessario analizzare il contesto che fa da cornice alla squadra di Jardim. Non si può parlare dei monegaschi senza fare riferimento a Dmitrij Rybolovlev, oligarca russo, proprietario del 66,66% del club, acquisito nel gennaio del 2012. Una di quelle figure che hanno contribuito ad irrobustire narrativa e stereotipi sui “nuovi ricchi” russi formatisi sulle macerie dell’economia di stato sovietica: proprietario della Uralkali – società produttrice e distributrice di potassio e fertilizzanti derivati – sulla scia dell’apripista Roman Abramovich, ha messo nel mirino il Principato decidendo di investire cifre fuori contesto all’interno di un microcosmo finanziariamente vantaggioso quanto disallineato col resto del sistema francese.

La scalata al club, intrappolato nelle secche della Ligue2, e la conseguente immissione di capitali da spendere nel breve periodo sul mercato ha rappresentato la prima parte del piano di rilancio del Monaco da parte di una figura controversa – in cerca di fama e sicurezze oltre confine, dati i crescenti contrasti con il Cremlino e la politica putiniana di ri-appropriamento statale delle materie prime -, arrivando ad investire 67 milioni di euro per gli acquisti di João Moutinho, Toulalan, Kondogbia e James Rodríguez nell’estate della promozione in Ligue1 (2013), insieme al super-colpo da 62 milioni di euro: Radamel Falcao. Un totale di 130 milioni che sembrava far presagire una guerra all’ultimo milione con il PSG dei fondi qatarioti.

Tutto il minimalismo esistenziale di Dmitrij in una foto

E invece, da quell’estate di spese folli, il Monaco ha intrapreso una politica di sell&investments trascinato anche dalle vicende personali del magnate russo. Perché, come il Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street, Rybolovlev ha spostato in avanti i concetti di eccesso e vizio: il divorzio dalla moglie Elena finisce come titolo a nove colonne su ogni tabloid e magazine del mondo, sia per le motivazioni da voyeurismo social – accusato di orge sul suo yacht – sia per la cifra record da riconoscere a quest’ultima: 564 milioni di euro. E, dopo aver comprato in trattativa privata da Athina Onassis (sì, quel Onassis) l’isola di Scorpio come regalo per la figlia maggiore, Dmitrij si vede costretto a rimodulare la politica societaria.

Come in ogni parabola di riscatto, dalle difficoltà prendono forma le idee e di conseguenza la mossa vincente. La nuova keyword è vendere, incassando e destinando le risorse al rinnovato sistema di scouting e al potenziamento del vivaio del club. Per rendere efficace la nuova politica aziendale, però, c’è bisogno di un uomo che sia al contempo aziendalista e anticonvenzionale, un valorizzatore a metà fra l’educatore e l’ingegnere di campo. Dopo la risoluzione con Claudio Ranieri – che aveva riportato il club in massima serie – Rybolovlev e il suo staff decidono di puntare su un giovane allenatore fuori dai radar: Leonardo Jardim.

Irrequietudine e azzardo

La storia di Jardim si struttura su un pattern narrativo che rispecchia, in ogni risvolto e connotazione, la parabola dell’outsider. Il tecnico portoghese nasce in Venezuela, dove trascorre i primissimi anni della vita per poi fare ritorno alla sua isola d’origine: Madeira. Del periodo isolano un aspetto colpisce più di altri, un particolare che emerge nelle interviste rilasciate ai media portoghesi, ovvero il sogno di diventare un allenatore. È il segnale di smarcamento rispetto ai coetanei, che sognano una carriera da giocatore: Jardim è invece attratto dalle idee che si nascondono dietro il lavoro di un tecnico e che infine prendono forma e sostanza in campo. Rifugge l’attenzione mediatica su di sé per spostarla sulla natura del proprio lavoro, così come potrebbe fare un regista.

Leonardo Jardim ai tempi dello Sporting Lisbona

Il padre Antonio ricorda: “Stentavo a capirne il motivo, ma mio figlio era fatto così: fin da piccolo sognava di essere un allenatore. Sapevo che sarebbe diventato uno di quei giovani uomini senza alcuna tranquillità. Ma era proprio questo che gli piaceva”. Irrequietudine ed estenuante desiderio di migliorarsi: saranno le direttrici binarie di una carriera sorprendente. Un allenatore che, se si esclude un anno di calcio giovanile nella Santacruzense, non ha mai più calcato un campo nelle vesti di giocatore, se non di pallamano, l’altro sport che lo ha sempre affascinato per la rigida organizzazione dei suoi princìpi-base collettivi.

Leonardo Jardim, insomma, è un underdog per eccesso: non ha alcuna esperienza a livello professionistico, nessuna wild card da giocarsi, tanto meno fa sfoggio di un proprio appeal: sembra dieci anni più anziano di quello che realmente dice la sua carta d’identità (classe ’74), non ruba l’occhio per il suo stile, straordinariamente convenzionale, conforme e dimesso come quello di un grigio burocrate di provincia, non ha a disposizione una ars oratoria che a quelle latitudini ha fatto la fortuna di altri celebri allenatori. Cammina in punta di piedi sul crinale della banalità. Appare come un anti-personaggio che non avrebbe sfigurato in una spy-story crepuscolare ambientata a Berlino Est durante la Guerra Fredda.

Ma se la dimensione estetica e mediatica del mister lusitano è quanto di più lontano esista dal cliché dell’allenatore di successo, lo stesso non si può dire per la sfera professionale. Jardim, dopo aver iniziato giovanissimo come assistente ed aver scalato le serie minori portoghesi, sorprende alla guida del Braga con un terzo posto finale nel 2012 e infine con la squadra per cui faceva il tifo fin da bambino, lo Sporting Lisbona, che porta al secondo posto in campionato dopo anni di decadenza ed incertezze. Ma rimane sulla panchina dei Leões soltanto una stagione, dimettendosi per incomprensioni con il presidente del club.

In definitiva, il tecnico che nel 2014 sbarca nel Principato non risponde all’identikit del demiurgo o dell’allenatore di successo in senso lato: è una scommessa sul futuro che profuma di azzardo, alimentata dal fiuto e dalla spregiudicatezza di un imprenditore aggressivo come Rybolovlev. Ma il suo Monaco, nelle prime due stagioni, fa ricredere perfino i più scettici: due terzi posti in Ligue1 e conseguenti qualificazioni in Champions, dove riesce a raggiungere i quarti di finale, persi contro la Juventus. E soprattutto il lancio e la consacrazione su palcoscenici internazionali di giovani come Martial, Kondogbia, Kurzawa, Ferreira Carrasco, Abdennour.

Pedine che permettono l’ossigenazione delle casse societarie con le loro cessioni milionarie, portando la bilancia degli investimenti in attivo e scandendo l’inizio del nuovo corso monegasco: una politica “green” di ampliamento e valorizzazione del vivaio e della rete di scouting nel mondo, alimentata da cessioni eccellenti ogni estate.

Una visione di medio-lungo termine che, proprio quest’anno, sta pagando dividendi altissimi. Grazie al lavoro del tecnico, infatti, il Monaco si trova in testa alla Ligue1 con una media-gol fatti a partita che ha del grottesco: 2,93; e una media-età nello starting XI di 24,4 anni che, escludendo il portiere Subasic e Radamel Falcao, crolla a 23,2 nei rimanenti nove elementi. Un lavoro invidiabile. Un lavoro che porta la personale griffe di Leonardo Jardim.

Harder, better, faster, stronger

La macchina da gol e punti di quest’anno è la mutazione finale di una formazione che, nelle due precedenti annate, era stata etichettata da media e tifosi come “too boring to watch”, una fucina di “under” e di massimi risultati attraverso il minimo sforzo realizzativo. Compattezza, linee strette e un sistema basato principalmente su ripartenze rapide e velocità di trasmissione della palla tra i reparti. Il tocco di Jardim era quello di un semplificatore al comando, mosso da idee nitide e chiamato ad ottenere in primis dei risultati; superata questa fase embrionale e raccolti i primi frutti del profondo lavoro di scouting in Francia e nei principali campionati europei, il Monaco cambia pelle come uno di quei rettili che abbandonano dietro di sé la muta con l’arrivo di una nuova stagione.

Contro il Tottenham, in Champions League, si arriva alla summa del Jardim-pensiero: dopo l’1-1 di Kane, il Monaco batte da centrocampo e in 13 secondi segna il 2-1 sfruttando l’ampiezza, gli smarcamenti tra le linee, una sovrapposizione di Sidibe in formato jet supersonico, l’attacco feroce della zona centrale e del lato debole, dove si materializza Lemar che chiude l’azione. Un giro di roulette eseguito alla massima velocità.

Il Monaco 2016/17 è il prolungamento diretto del pensiero di Jardim: impaziente, perfezionista, up-tempo. Una squadra schierata con un 4-4-2 che all’occorrenza diventa 4-2-2-2 con il movimento delle ali, fino ad un 4-2-3-1 già sperimentato in passato sul prato del Louis II. Ma oltre i moduli, mutevoli e limitanti per inquadrare il calcio odierno, contano princìpi e filosofia di gioco. E quella del luna-park gestito dal mister lusitano può essere analizzata seguendo cinque punti chiave.

#1 – Gioco diretto. L’unica cifra stilistica che il tecnico si porta dietro fin dalle prime esperienze è la difesa a 4. Una linea da intendersi all’opposto rispetto al paradigma contemporaneo, che vede nel blocco a 3 e conseguente costruzione bassa ricercando l’ampiezza un must delle squadre di vertice (da Conte a Guardiola fino a Löw ed Allegri), l’idea di Jardim è la velocità di trasmissione al centrocampo. Elemento testimoniato dal dato sul possesso palla dei monegaschi: 51,1%, valore bassissimo per una prima della classe; altro dato che sottolinea l’urgenza di far arrivare la palla oltre il primo terzo di campo è la lunghezza media dei passaggi del portiere Subasic: 40,2 metri; infine, il 30% del possesso palla espresso nella metà campo avversaria mette il sigillo sull’essenziale meccanismo di uscita del Monaco. Guadagnare subito metri e verticalità sfruttando tutti i corridoi possibili: farlo presto e farlo bene, senza perdere i riferimenti posizionali.

Un gol che esprime alla perfezione il meccanismo-base del Monaco di Jardim: riconquista palla, ricerca rapida dell’ampiezza con sovrapposizione del terzino, servito nel corridoio, cross a cercare il movimento incrociato delle due punte, che si trovano in area, con Germain che segna. Dalla riconquista del pallone al gol sono passati 14 secondi e tre passaggi.

#2 – Transizioni flash. Il 4-4-2 variabile di Jardim permette un gioco di transizioni efficaci, svolte ad una velocità da fast-forward grazie ai due esterni offensivi: Lemar a sinistra e Bernardo Silva a destra. Due uomini chiave della proposta monegasca, due ali a piede invertito capaci di infilarsi al centro del campo per associare il gioco come di ribaltare l’azione portando letali uno-contro-uno verso l’interno e liberando la corsia per la sovrapposizione dei terzini. Non solo, la coppia d’attacco Falcao-Germain e la loro tendenza al dinamismo e alla ricezione incontro al pallone – nel caso del colombiano -, libera spazi alle spalle della difesa dove la rapidità di corsa di Lemar e quella palla al piede di Silva risultano arme letali nella costruzione di occasioni da gol, chiuse puntualmente nella zona centrale da più uomini chiamati all’accompagnamento dell’azione offensiva.

Scardinare ai lati per colpire al centro. Chiaro, minimale, efferato nella sua semplicità. La filosofia diretta di Jardim è sintomo di una concretezza sportiva scarnificata, senza sovrastrutture.

#3 – Piovono cross. In un sistema con una linea difensiva a 4 e due ali che surriscaldano la mole di gioco sulle corsie laterali, la figura del terzino assume una valenza vitruviana: elevati al ruolo di “attacking full-back”, i due esterni bassi biancorossi sono quanto di più moderno e funzionale per un sistema così immediato e verticale. Le catene laterali rappresentano il grimaldello per aprire gli schieramenti avversari e creare occasioni, demandando alla zona centrale del campo la fase di finalizzazione, sfruttando la superiorità numerica. Il Monaco di Jardim si muove come un pugile che danza sulle punte intorno al bersaglio, sfiancandolo con rapide incursioni laterali portate attraverso tagli interni delle ali e sovrapposizioni continue dei terzini ad attaccare lo spazio e concedere ampiezza.

 Le statistiche rendono al meglio questa impostazione: il 66% dei gol avviene su azione manovrata, e il 75% delle azioni viaggia sulle corsie laterali, equamente divise (37% a sinistra, 38% a destra).

#4 – Pressione, pressione, e ancora pressione. Da squadra che si basa sulla velocità d’esecuzione come cifra tecnica e stilistica, la fase di pressing non può che essere organizzata sia collettivamente che singolarmente. Il Monaco difende in avanti per ottenere un posizionamento più pericoloso al momento della riconquista del pallone, costringendo gli avversari ad un’uscita difficoltosa fin dal primo possesso e intasando la zona centrale del campo, quella più pericolosa, in situazioni di difesa posizionale. Fabinho e Bakayoko hanno i galloni di uomini chiave di questo meccanismo: due intermedi di spiccate qualità fisiche, due facilitatori di gioco capaci di recuperare e consegnare velocemente il pallone ai creatori di gioco Silva e Lemar, o a premiare l’attacco alla profondità dei terzini nei ribaltamenti di campo.

#5 – Maison Monégasque. Come ogni creazione di lusso che si rispetti, quella di Jardim fa affidamento su talenti e prospetti di livello: pedine senza le quali niente di tutto ciò sarebbe possibile, o almeno non al livello dimostrato finora. Bernardo Silva, all’interno del Principato, potrebbe tranquillamente aspirare al ruolo di principe azzurro: giovane, dotato di classe e lucidità nelle giocate, trascinatore tecnico e insieme volto da copertina della covata monegasca; poi i già citati Bakayoko – miglior giocatore della Ligue1 per rendimento – e Fabinho, entrambi 22enni e già nel mirino di top club continentali per la loro continuità di prestazioni ed essenzialità di gioco a dispetto dell’età.

Bernardino è fatto così: si diverte tantissimo a far segnare i compagni che attaccano l’area, dopo aver saltato avversari danzando sulla linea laterale e usando solo il sinistro. Come da prescrizione medica.

Infine, il “grande vecchio” e dimenticato dal calcio che conta: a 30 anni, Radamel Falcao si è riscoperto cannoniere spietato; senza quell’agonismo e quei colpi fatti intravedere qualche anno fa ma con più maturità, El Tigre è investito di un ruolo di finisher e leader carismatico ritagliato su misura dall’instancabile deus ex machina dietro la trasformazione del Principato triste in gran casinò: ovviamente, Leonardo Jardim.

L’uomo che sta riuscendo nel compito più arduo che si potesse immaginare: spezzare lo squilibrio del campionato d’Oltralpe, da qualche anno sollazzo privato di sceicchi à-la page e vetrina dorata per campioni in cerca di tranquillità e trofei da ammassare come soprammobili nella propria bacheca. Con il primo posto in solitaria e una Champions tutta da giocare, sembra l’anno adatto per il definitivo salto di Jardim, ma soltanto il tempo e l’eventuale adattamento a realtà più stressanti ci diranno se l’ex giocatore di pallamano potrà elevarsi a nuova next-big thing della panchina. Per una volta, puntarci un paio di fiches non pare un azzardo.