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«Ci sono cose non pensate per stare insieme, come me e l’Inter” (João Mario)

Quando all’alba dell’era moderna il fisico James Joule ha contribuito alla formulazione del principio di conservazione dell’energia – negando di fatto l’esistenza del moto perpetuo – forse avrebbe rivisto le sue teorie se avesse visto giocare João Mário Naval da Costa Eduardo. Vedendo all’opera uno dei leader del centrocampo portoghese e perno della sorprendente Lokomotiv Mosca griffata Sëmin viene da pensare che le leggi della fisica in qualche caso non funzionino, dato che João Mario con la  sua corsa poco felpata e (apparentemente) lenta che lo contraddistingue sembra non fermarsi mai.

Scrivere di João Mário è piuttosto difficile, essendo uno di quei calciatori coi quali si rischia di cadere in un gorgo di aggettivi o di facile retorica sul calciatore poco versatile per il calcio moderno, relativamente incisivo nell’economia di una gara per motivi fisici o di carattere. Non è certamente il un calciatore che definiremmo ‘moderno’: anzi, per certi aspetti il suo stile di gioco rimanda a un calcio classico, privo (apparentemente) di guizzi, illuminazioni o exploit fisici. Peripezie milanesi a parte, João Mario rimane però un unicum: un Frankenstein calcistico, figlio della globalizzazione e del gioco moderno, in grado di mixare alla perfezione il suo retaggio tecnico lusitano da palleggiatore, con una corsa continua e ponderata che ben si sposa in ambienti che giocano una lingua calcistica di alto livello. Insomma, tutto quello che non è stato l’Inter delle ultime tre stagioni, che ha trovato un suo equilibrio solo in tempi recenti, e con un allenatore che ha un’idea di calcio che più lontana da quella di João non si potrebbe.

La spettacolare presentazione di João a Mosca.

Eppure, in quel gioiello che è Mosca, dove piove 122 giorni l’anno, e nevica negli altri, inspiegabilmente il lusitano è rinato, a la testimonianza di come i suoi geni del calciatore siano poco inclini alla mediazione, ma l’uomo aperto e adattabile al cambiamento: quanti ottimi giocatori non sono stati in grado di adattarsi alle esigenze culturali, tecniche e tattiche richieste da un ambiente calcistico differente? E quanti hanno fallito senza riuscire ad inserirsi in un contesto ricco di differenze? Qualcosa in più possiamo scoprirlo dalle origini di João Mario: lì, forse, c’è la risposta alla sua – apparente: siamo soltanto al terzo mese di calcio russo – rinascita, all’alba dei 26 anni.

Una piacevole scoperta

Quando ho visto per la prima volta la formazione del Portogallo agli Europei del 2016, nella mia ignoranza, ho pensato: “Ma con chi giocano questi?”, e devo ammettere che col prosieguo del torneo non ho cambiato idea. In particolare, ricordo di aver pensato: A chi hanno dato il numero 10? Chi è?“. Ad aggravare la mia errata posizione, il fatto che credessi che il dez avesse circa 32 anni e non dieci in meno. Pensavo, insomma, che il Portogallo fosse messo così male da affidare le chiavi del centrocampo a un onesto mestierante della Primeira Liga, una sorta di Maniche con più corsa e meno tocco di palla. E invece.

Dopo il primo tempo contro l’Islanda, pensavo come potesse non perdere mai una palla o sbagliare un solo dribbling, nonostante suscitasse l’impressione di essere spesso in ritardo nel concludere una giocata. Oggi, dopo 3 mesi di Lokomotiv, mi è rapidamente tornato alla mente quanto pensai che il suo fosse un gioco quasi tutto di senso di posizione, intelligenza e rapidità, spesso erroneamente confusa con la velocità, anche se la calura estiva mi aveva sottratto molto a livello di lucidità. Frettolosamente, avevo pensato che era dal ritiro di Paul Scholes che non vedevo un centrocampista con così tanto peso specifico all’interno del collettivo, ma al contempo così poco appariscente e dotato di una magnetica forza centripeta tattica anche se, dopo tre anni e altrettanti allenatori all’Inter, devo dire che diversi dubbi mi sono venuti.

Allora però gli anni meneghini erano ancora da scrivere, e ricordo che quando un rapido check su Wikipedia mi ha smentito sull’età, ho subito pensato che sarebbe stato un affare per qualsiasi club italiano ma che probabilmente quella stamina senza pause – solo nel finale di partita aveva subìto un calo fisiologico di corsa e rendimento – lo rendeva adatto più alla Liga spagnola che alla Serie A.Fose non mi sbagliavo: con la calma di chi sta in spiaggia a leggere Murakami, anziché di chi sta cercando di far ripartire una carriera alla periferia del calcio europeo, João, giocata dopo giocata, mi ha fatto capire che razza di giocatore sia, quando inserito in una determinata ‘idea di calcio’, come dice Lele Adani, che significa giocare in squadre che amano poco buttar via il pallone, tendono tanto a lunghi possessi palla quanto a repentine verticalizzazioni, con giocatori bravi a giocare tra le linee; ancora una volta, mi viene da pensare che più che il fisico, come da molti sostenuto, lo abbiano frenato la poca continuità d’impiego – è il classico calciatore che per rendere deve essere coinvolto, in ogni senso -, e dei compagni di reparto poco adatti a lui (e vice-versa). Ma com’è che il calcio portoghese – storicamente legato alle proprie convinzioni di carattere più estetico che pragmatico, almeno fino a Mourinho – è riescito a sfornare un calciatore così particolare e lontano dai cliché?

L’evoluzione tecnica allo Sporting, e il futuro incerto

Quando João si trasferisce a Lisbona dopo il divorzio dei genitori – insieme alla madre – e viene aggregato alle giovanili dello Sporting, è sostanzialmente un ottimo difensore centrale. Il suo allenatore, Luís Gonçalves, ha recentemente dichiarato che se gli avesse chiesto di giocare portiere JM avrebbe accettato di buon grado e con discreti risultati. Calmo e più maturo dei compagni, fin dalle prime esperienze è evidente come non ami le distrazioni e prenda la materia-calcio seriamente: aspettandosi sempre il meglio da se stesso, non tollera i compagni non altrettanto applicati. È lo stesso Goncalves che dichiara:

“Da subito si è visto quanto fosse ambizioso ed esigente. Soprattutto verso se stesso. Allenamenti e programmazione non sono assolutamente sufficienti per emergere dalla massa: si deve dare quel qualcosa in più in termini di motivazione intrinseca. Joao ha certamente queste caratteristiche. Le ha sempre avute, tanto che l’ho fatto subito capitano.”

Il carattere forte lo aiuta a superare in fretta le numerose difficoltà extra-calcistiche che un cambio di vita e città comporta, riuscendo a dedicarsi interamente al rettangolo di gioco. Dove viene spostato a centrocampo e plasmato ad immagine e somiglianza del suo predecessore: Joao Moutinho. E il ragazzo di Oporto si rivela sufficientemente sveglio per apprendere i nobili precetti del calcio portoghese, che sono nell’ordine:

1- Bisogna trattare la palla come se fossimo sempre pressati: smistarla presto, con giudizio e precisione.

2- Un passaggio con la palla con “i ratti dentro” (espressione portoghese che definisce i passaggi nei quali il pallone rimbalza in modo sconnesso e non lineare) è peccato mortale.

3- Il tempo è plasmabile da parte di un giocatore: quando fermarsi o accelerare, lo decide chi ha la palla.

4- Come diceva Cruijff: la palla è solo una, e va trattata con rispetto.

5- Il calcio è semplice, ma giocarlo in modo semplice è per pochi eletti (Cruijff again).

6- Non bisogna mai stare fermi per più di un secondo nella stessa posizione, sia in fase difensiva che in fase di possesso.

7- Il calcio è anche divertimento: bisogna divertirsi giocando.

Il diktat del cambio di ritmo viene assimilato talmente bene da JM da ingannare perfino i suoi compagni, anche se raramente lo si è visto in Italia: a volte pare che compia una giocata lentamente o a bassa intensità, in realtà tutto è programmato affinché la scelta finale sia la più efficace e col minor dispendio energetico possibile, e non deve sorprendere il fatto che a volte i compagni non siano sintonizzati sulla sua lunghezza d’onda.

Ma se c’è un giocatore in grado di  servire un compagno al momento giusto e al posto giusto, dilatando tempi e spazi di gioco, quello è João Mario. Anche se giocare con lui sembra semplice, è consigliabile un’elevata sapienza calcistica nella lettura degli sviluppi di un’azione.

In Portogallo si usa distinguere tra “giocatori che giocano a palla, e quelli che giocano a calcio”. Se c’è una squadra al mondo che insegna a giocare a calcio, quella è lo Sporting Clube de Portugal: Figo, Nani e Cristiano Ronaldo sono i primi nomi che vengono in mente pensando ai Leões e al loro invidiato settore giovanile, e chiunque pensava che ne sarebbe diventato lui pure degno erede.

Non è un caso che il carattere determinato, poco incline alla mediazione, di João Mario abbia assunto consistenza e forma proprio in questa fucina di talenti. La sua epicurea tranquillità esteriore, infatti, nasconde un carattere iper-competitivo che alla lunga è impossibile ignorare che, però, viene evidentemente fuori solo in situazioni d’assoluta fiducia. Racconta la madre:

“Dopo l’arrivo allo Sporting la sua sicurezza è aumentata. Ma era uno deciso anche prima: in una finale dell’Under 14 prese parola davanti ai compagni per dire all’allenatore di non preoccuparsi, che quello forte degli altri lo avrebbe marcato lui. In questo non mi somiglia. Da me ha preso la riservatezza“.

João è sempre stato determinato quanto sensibile: i fratelli ancora lo sbeffeggiano ricordandogli quando scoppiò a piangere perché il Porto aveva scartato nei provini tutti i suoi compagni di classe tranne lui. Lui, che nelle giovanili della squadra allenata da José Mourinho è rimasto per due sole stagioni, prima che il divorzio dei genitori lo portasse lontano da casa.

Sempre molto serioso, si racconta che si comportasse da giocatore professionista già da piccolo, incitando gli amici – lì per costrizione genitoriale o per puro divertimento – ad impegnarsi con maggior ritmo e concentrazione. Ambizioso, tranquillo e maturo, João si è contraddistinto per l’acume e il senso critico col quale ha bersagliato per anni allenatori e compagni di squadra, accettandone a sua volta le critiche. Soprattutto quelle ricevute dall’allenatore clou nella sua formazione giovanile: il tecnico della Primavera Mario Gonçalves.

È lui, infatti, che decide di spostarlo in mezzo al campo. Nonostante JM fosse refrattario, Gonçalves vede in lui tutte le caratteristiche di un “6 moderno”, a patto che migliori l’attitudine difensiva in fase di non possesso. Spesso lo schiera pure da ala o da trequartista esterno in un 4-2-3-1, intuendo che il giovane è perfettamente in grado di sopperire col cervello, l’applicazione e la leadership al limitato dinamismo fisico. Un gioco non lontanissimo da quello di Sëmin al Lokomotiv, che parte con un classico 4-4-2 in cui JM teoricamente fa l’esterno di sinistra; in realtà, spesso Barinov si abbassa per liberare la fantasia dell’emozionante (e fatiscente) talento di Krychowiak, attorno a cui João agisce quasi come secondo centrale di centrocampo, con Zhemaletdinov che rimane largo e Miranchuk che svaria molto sul fronte d’attacco, girando attorno a Éder.

Ad accompagnarlo nel suo percorso formativo c’è da sempre l’amico Altair Junior, onesto mestierante della seconda serie portoghese ma fino ad un paio di stagioni fa vero punto di riferimento per João, sia sui banchi di scuola che su un campo da calcio. Il motivo? Il connubio carica agonistica in campo/assoluta tranquillità fuori: apparente ossimoro che l’amico più talentuoso ha finito per elevare a modus vivendi.

Perché João Mario è anche questo: è sempre stato in grado di assimilare ed assorbire quegli aspetti – di campo e non – che ha riconosciuto come vincenti negli altri, ma soprattutto funzionali per sé. Si spiega così il perché di alcune movenze identiche a quelle del fratello maggiore Wilson Eduardo, attualmente centravanti di riserva nel Braga. Curioso che i due maggiori riferimenti giovanili di João siano stati giocatori assolutamente modesti, e che questo meccanismo si sia per l’appunto inceppato proprio nel calcio più ragionato d’Europa: quello italiano.

Un sostegno fondamentale è arrivato pure dalla famiglia, in particolare dalla madre, che lo ha sempre incoraggiato nei vari passaggi della sua carriera; anche quando è entrato nel mirino delle critiche per non aver esultato dopo un gol segnato contro il Setúbal, squadra che nel 2014 lo aveva lanciato tra i professionisti dopo l’esperienza nello Sporting B. In Portogallo sono atteggiamenti che spesso non vengono accettati, dato che il rispetto va prima di tutto a chi paga il tuo stipendio.

“Cari amici, amo il Victoria e ho apprezzato ogni momento che ho trascorso a Setúbal. Sarò eternamente grato a chi mi ha aiutato molto, così come quelli che continuano ad aiutarmi. Vi auguro il meglio, grazie mille. Un giorno tornerò a giocare per voi”. (J. Mario in una lettera aperta ai tifosi del Vitoria, 2014)

L’amore per una squadra che lo ha accolto per soli 6 mesi è emblematico di come sia un giocatore per alcuni aspetti di altri tempi: legato all’ambiente, alla tradizione e alla cultura di un club e perfettamente in grado di immedesimarsi nel sentimento del tifo: lealtà prima di tutto. Aspetto che non è venuto meno neanche all’Inter, dove non si ricordano polemiche da parte sua, o comportamenti lesivi particolari, ma anzi diversi attestati estemporanei di stima come quello dell’ex allenatore Stefano Pioli:Joao è sempre stato correttissimo e sincero: lui in campo è un semplificatore di gioco, indispensabile soprattutto nella fase intermedia fra costruzione e conclusione dell’azione, al quale manca ancora un po’ di cattiveria in fase realizzativa: cercherò di trovargli spazio”.

Uno dei pochi goal di João Mario con l’Inter. Sottotitolo: chi si ferma è perduto.

Fra un match di tennis alla TV e una mangiata a base di polpo à-la Lagareiro, João Mário si è velocemente imposto nella squadra nobile della capitale lusitana, dove i numeri assolutamente interessanti del campionato 2015/16 gli hanno aperto le porte del fortunato Europeo che lo ha lanciato nel gotha del calcio, prima che le incomprensioni tattiche con l’Inter e il grigiore delle prestazioni con gli Hammers di Londra lo rendessero inviso ai clùb europei di prima fascia.

Fernando Santos lo aveva responsabilizzato e al contempo liberato in mezzo al campo, schierandolo più a ridosso degli attaccanti dove l’elevato QI calcistico e le caratteristiche fisiche lo hanno reso una pedina fondamentale per una squadra compatta, ordinata e reattiva come il Portogallo. Se il titolo europeo non glielo toglierà nessuno, è pur vero che rimane il piccolo rimpianto di essere partito alla volta di Milano con in bacheca soltanto una coppa Nazionale con la squadra del cuore. Anche se nelle giovanili si era tolto più di una soddisfazione.
“Ricordo bene il campionato che vincemmo. In finale col quotatissimo Benfica segnammo dopo 10′ con Carlos TeixeiraPoi loro pareggiarono rubando: dopo un infortunio, ci restituirono la palla… peccato che un loro giocatore si mise nel mezzo e segnò indisturbato. Scoppiò una rissa furibonda, anche sugli spalti: la tensione è la stessa di quando giocano i grandi. Per nostra fortuna il pareggio fu sufficiente”.
Il futuro è tutto da scrivere: probabilmente non tornerà all’Inter, che per lui nel 2016 spese 40 milioni di euro più 5 di bonus, ma sarà riscattato dal Lokomotiv. Seguendo l’esempio dei due allenatori decisivi per la sua consacrazione – Jorge Jesus in primis e Fernando Santos poi – Semin ha espresso il desiderio di schierarlo un giorno da interno di centrocampo o pivote, con licenza di accentrarsi a piacimento per fungere da playmaker offensivo e facilitatore di gioco dietro Grzegorz Krychowiak. Il suo ruolo è già centrale sia da un punto di vista tecnico che di personalità: dai compagni, in Russia, sono arrivati sin’ora solo elogi e grande responsabilizzazione: probabilmente, non si è mai realmente sentito in fiducia in Italia.

Intelligente, composto e mai sopra le righe, portatore di uno stile di gioco essenziale, associativo e dinamico, João Mario sembra giunto davanti al bivio di una carriera che deve necessariamente ripartire. Basterà il suo istinto per compiere l’ultimo salto di qualità e superare l’esame finale?