“Usa la testa!”. Ad alcuni questa frase ricorderà le parole pronunciate da Filottete nell’esilarante scena di Hercules, film d’animazione della Disney: l’eroe greco fraintende il suggerimento del suo addestratore ed inizia a colpire il suo nemico con la nuca. Ad altri, ricorderà una frase banale e fin troppo utilizzata dagli allenatori di provincia: sia per la sua frequenza, appunto, sia per la sua ovvietà.

Ma anche perché si sa che la verità non sta tutta lì, e che si può avere autocontrollo, intelligenza, furbizia, calma, impegno e altre mille caratteristiche positive, ma senza determinate qualità fisico/tecniche non si arriverà mai ad alti livelli. Eppure è proprio la testa a definire i talenti, a farli splendere, a permetterne e favorirne l’ascesa e la durevolezza nel tempo.

Se esistesse un Dio del calcio, la situazione potrebbe essere pressoché questa: “Ho distribuito troppo talento per sbaglio e devo trovare un modo per differenziare i giocatori. Il corpo e i piedi li ho già creati, non posso cambiarli. Sembrerebbe strano se mille giocatori nel mondo si ritrovassero improvvisamente con delle caratteristiche tecnico-fisiche mutate. Allora come fare? Lavoriamo sulla testa. Rendiamo alcuni di loro pigri, altri delle teste calde, altri inadatti alle pressioni. Solo pochissimi avranno il potere massimo, il Santo Graal del calcio: la testa”.

Adel Taarabt la testa sa a malapena in che parte del suo corpo sia. La sua carriera è stata dilaniata non da errori commessi in campo, ma al di fuori dal rettangolo da gioco. Un peccato enorme per uno i cui piedi avrebbero potuto far sognare il Marocco, i club in cui è stato, e soprattutto se stesso.

Un “world beater”

Taarabt nasce il 24 maggio 1989 a Fès, una delle più importanti città del Marocco, ex capitale imperiale con un milione di abitanti. Non ci vivrà mai, però: a 9 mesi si trasferisce con la famiglia nella piccola Berre-l’Étang, nel sud-est della Francia, a due ore e mezza dal confine italiano. Il suo idolo è Zinedine Zidane, che cerca di imitare nei campi del paesino francese. Nonostante abbia sempre vissuto in Francia, la sua famiglia di origini marocchine ha un ascendente preminente nella sua costruzione personale: sarà anche per questo che quando si ritrova a dover scegliere che nazionale rappresentare, Adel sceglie il Marocco. È fortemente musulmano, si rifiuterà addirittura di giocare contro Israele Under 21 perché “Non sopporto che si parli soltanto delle vittime israeliane, non considerando i palestinesi”. Si sente molto legato alle sue radici.

L’esultanza di Taarabt, ad invocare Allah, dopo il gol siglato contro il West Ham, 1 Ottobre 2012. Manifesto della sua fede musulmana.

La sua carriera inizia a Lens, dove nel 2006 esordisce in prima squadra. Fin dalle giovanili Taarabt sbalordisce per qualità tecniche e una personalità fuori dal comune. Le presenze in Francia non passano inosservate agli scout del Tottenham, che nel gennaio 2007 lo prelevano dalla squadra francese, ma con gli Spurs, complice la giovanissima età, Taarabt trova poco spazio. In un’intervista del 2010, il marocchino non si farà problemi nello sparare a zero sulla squadra del nord di Londra: “È stato un grandissimo errore, mi sono fidato di Damien Comolli (scout degli Spurs, ndr) e ho preferito il Tottenham all’Arsenal. Me ne pento. L’Arsenal ha una cultura calcistica diversa dal Tottenham e più avanti mi avrebbe allenato Arsène Wenger, una leggenda in Francia, uno dei migliori manager al mondo.” (Qui l’articolo).

Il Queens Park Rangers, militante in Championship, fiuta il possibile affare e sotto forte pressione del suo manager Neil Warnock convince Taarabt a trasferirsi in prestito nel 2009. Warnock sarà uno dei personaggi più importanti della parabola calcistica di Adel, uno dei pochi ad averci creduto fino in fondo e ad aver creato una relazione che permettesse di “controllarlo” e insieme di farlo rendere ai massimi livelli. Taarabt dirà a proposito del tecnico inglese:

“Vuole rendermi un world beater.”

Tradotto: uno che prende a botte il mondo. Come riferisce lo stesso Taarabt, Warnock lo trattava come un figlio, dandogli quella fiducia di cui aveva assoluta necessità e aiutandolo nei momenti di difficoltà, in campo come fuori.

Neil Warnock, il vero padre calcistico di Taarabt

Nel marzo 2011, il cugino di Taarabt viene assassinato a Marsiglia da un gruppo di algerini; Adel vuole rimanere a Londra e continuare a giocare, ma sarà proprio il manager inglese a intimargli di partire per la Francia per stare vicino alla sua famiglia. Salterà due partite del QPR. In una delle interviste rilasciate a quei tempi, Taarabt riferirà quella che forse può essere stata la discriminante principale della sua carriera: “Lavoro meglio quando sento affetto nei miei confronti, e Warnock me lo dà. Quindi ho bisogno di persone che mi amino, che mi diano fiducia. Se gioco male per 2 o 3 partite, Warnock non mi mette in panchina: mi dice di non preoccuparmi, che riprenderò a giocare. Questo è quello che mi serve e che mi fa giocare bene”.

Warnock, per il marocchino, assomiglia più a un padre-educatore pronto a supportarlo e a spronarlo che ad un allenatore.

Il prestito diventerà un acquisto definitivo nel 2010, esattamente in tempo per la stagione dei sogni del trequartista marocchino: 19 reti, 16 assist, fascia di capitano, promozione in Premier League e premio di Player of the Year della Championship. Era esploso un nuovo fenomeno, o almeno così sembrava. Il QPR gli rinnova subito il contratto, diventa un idolo dei tifosi: il coro tipico che lo contraddistingue recita: “Taarabt’s too good for you”.

I primi eccessi

La stagione successiva segnala le prime avvisaglie di crisi. Il Queens Park Rangers ritorna in Premier dopo 15 anni e fa un grande acquisto, Joey Barton. Al mediano inglese viene data subito la fascia di capitano – forse parte degli accordi legati al suo trasferimento – ai danni di Taarabt; inoltre, ci sono molte voci relative ad un possibile trasferimento all’estero del giocatore marocchino. La testa fragile di Adel subisce questi cambiamenti: il gol non arriva e quando, sotto 6-0 contro il Fulham, Warnock lo sostituisce a fine primo tempo, lui non gradisce: se ne va a partita ancora in corso dallo stadio, e con il pullman arriva ad un pub a bere con alcuni supporter del QPR.

Inoltre, si fanno più fitti i contrasti con Barton (un’altra testa molto particolare) in spogliatoio e il mediano inglese lo critica pubblicamente in quest’intervista. La luna di miele con il coach inglese sembra terminata, Warnock lo lascia spesso fuori e ammette di poter accettare una sua cessione al termine della stagione. Nonostante ciò, il coach non dimentica totalmente il suo ex pupillo lanciando un ultimo consiglio dal sapore paterno: “Spero non se ne vada via per soldi, non si deve sprecare così. Lui ha grandi capacità, non deve farsi trasportare dal denaro”.

Il suo finale di stagione, tuttavia, è inaspettatamente positivo: sigla il suo primo gol in Premier il 31 marzo contro l’Arsenal, partita in cui viene anche premiato come Player of the Match; segna anche contro il Tottenham, una rete dal sapore di vendetta visti i suoi trascorsi. La guerra con Joey Barton la vince il marocchino: Taarabt pone un “o me, o lui” al QPR, che sceglie il gioiellino nordafricano e spedisce Barton in prestito.

Rinnova con il QPR per altri tre anni. Il tecnico cambia, non c’è più daddy-Warnock, ma Mark Hughes prima ed Harry Redknapp poi. I Rangers retrocedono e Taarabt non ne vuole sapere di giocare ancora la Championship: decide di alzare l’asticella e di passare al Fulham, in prestito. Sarà un fallimento. Dopo sei mesi negativi, nel gennaio 2014 arriva la grandissima occasione: lo chiama il Milan in prestito, giocherà a San Siro.

La grande occasione

Per quattro mesi gioca ad ottimi livelli in Italia: fa vedere giocate fantastiche palla al piede, che gli escono con naturalezza, è tecnicamente uno dei migliori interpreti dei rossoneri. Probabilmente sente la fiducia di ambiente e pubblico, è stimato. Inoltre, trova un allenatore adatto alle sue caratteristiche: Clarence Seedorf si dimostra subito bravissimo nella sua capacità di relazionarsi singolarmente coi giocatori: “Mi ha trattato come un figlio, ci sentiamo spesso” confesserà successivamente Taarabt.

Unico, grande limite: gioca a tratti, non riesce ad essere continuo per 90 minuti, spesso dopo un tempo sparisce dal campo. Forse per la brillantezza fisica, forse perché non riesce a mantenere la concentrazione a lungo. Nonostante questo aspetto, e grazie ad una buona condizione generale, conquista i tifosi milanisti perché spesso è uno spettacolo vederlo giocare: genio e sregolatezza allo stato puro.

Si guadagnerebbe pure il riscatto, fissato a 7 milioni, che però non viene esercitato. Aleggiano ancora dubbi su quella scelta di Galliani: si sospetta sia dovuta ad avvenimenti di spogliatoio che non conosciamo, o potrebbe essere legata a doppio filo all’esonero di Seedorf.

Il rapporto fra Taarabt e Seedorf è stato uno dei più positivi nella carriera del giocatore marocchino

Problemi di linea

Torna al QPR, che intanto è risalito in Premier League e ritrova Redknapp, con cui non ha un buon rapporto. L’allenatore inglese è consapevole delle sue qualità – “Ha il talento di Paolo Di Canio” –, ma non gli risparmia critiche: ad una domanda dei giornalisti riguardo il suo mancato utilizzo, l’ex allenatore del Tottenham risponde così: “Taarabt non è infortunato. Non è in forma. Purtroppo non può giocare a calcio. Ha giocato nella partita delle riserve l’altro giorno e avrei potuto correre di più io di quanto lui abbia fatto. Non posso farlo giocare”. Taarabt risponderà con orgoglio e una punta di rabbia: “Sta trovando scuse perché il QPR perde, forse lui si aspetta da me tanti contrasti. Non sono quel tipo di giocatore”.

A giugno 2015 passa al Benfica. Sarà una fugace capatina a Lisbona, dove dicono abbia sei chili di troppo, Adel risponde con la solita sfrontatezza mista ad irritazione: “Ho giocato al Milan e in Champions League, non sono un bambino”. Zero presenze in quattro mesi, a gennaio il giocatore marocchino viene dirottato al Genoa.

Dopo dieci giorni di recupero fisico, ma ancora in evidente sovrappeso, esordisce contro la Fiorentina il 29 gennaio: entra dalla panchina al posto di Cofie che si infortuna, viene utilizzato come carta della disperazione e cambia la partita realizzando i due assist (uno è quasi un gol) che permettono il 3-3 finale al Genoa. Juric, però, continua a non dargli fiducia, saranno solo spezzoni nelle due partite successive mentre col Pescara si ferma per l’ennesimo infortunio.

Il ruolo

Taarabt è fondamentalmente un giocatore che rende al meglio dietro le punte, sulla linea dei trequartisti, quando ha la possibilità di inventare e non deve preoccuparsi di difendere o eseguire azioni complesse in fase di non possesso. Interpreta bene il ruolo di ala destra e sinistra in fase offensiva – ideale se schierato in un tridente da 4-3-3, senza troppi compiti di ripiegamento – soprattutto in situazioni di gioco palla al piede, in entrambi i casi può sia accentrarsi per puntare l’uomo e calciare, sia allargarsi per effettuare il cross sfruttando una conduzione palla di primo livello.

È un destro naturale, ma sa giocare ottimamente anche col mancino. Trova con innata semplicità il gol, ma soprattutto l’assist: al Queens Park Rangers ne ha realizzati addirittura 44 in 164 partite. Rimane uno di quei talenti puri, difficilmente allenabili, che vede il calcio come un gioco semplificato e in parte istintivo: chiede spesso la palla sui piedi, pronto a puntare il diretto avversario o ribaltare velocemente il campo e mandare in porta il compagno meglio posizionato. Caratteristiche e attitudine a loro modo retrò, che rifuggono buona parte della complessità dei sistemi di gioco attuali.

L’incapacità di sostenere un talento

Un talento puro, capacità di base che possono scomodare paragoni forse esagerati, ma che hanno comunque senso di esistere. E allora perché non è mai esploso?

Adel Taarabt è una mina che si è auto-disinnescata. La sua testa e le sue peculiarità caratteriali non hanno retto in un mondo famelico e ricco di tentazioni come quello del calcio. Il paragone con Balotelli, scontato quando si parla di giocatori di un certo tipo, regge; tuttavia Taarabt, in certe circostanze e in certe condizioni, ha raggiunto una continuità di rendimento perfino superiore, nel corso delle stagioni, a quella dell’attaccante italiano.

Come ha dichiarato lui stesso, ci piace pensare che la fiducia degli altri fosse la componente fondamentale che gli permettesse di giocare bene, libero da costrizioni e sovrastrutture. Ma la sua testa era troppo fragile ed instabile per reggere la diffidenza e per affrontare istinti e tentazioni che disseminano il cammino di ogni calciatore professionista. Non ha saputo resistere alle Sirene come Ulisse, ma ci è andato incontro. E a 27 anni, il suo talento è miseramente naufragato con lui.