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Torino, 26 agosto 2016. Sono passati cinque giorni dalla prima di campionato, che è coincisa sia con il primo gol stagionale di Belotti che con il primo calcio di rigore da lui sbagliato con la maglia granata. Può capitare, e poco importa se due giorni dopo se ne farà parare un altro dando il via all’infinita quaestio de Tori rigoristae.

Quel che conta è che siamo a Torino, 26 agosto 2016. Laura Barriales (sì, quella Laura Barriales) fa capolino su uno dei campi del centro sportivo. Si dirige verso Belotti, gli stringe calorosamente la mano. Hanno in programma un’intervista, e sul prato è stata appositamente collocata una panchina che è di fatto l’unico elemento in grado di dare la pur lontana idea di uno studio televisivo.

Scambiati gli affettuosi convenevoli, i due prendono posto. E già qui salta all’occhio un dettaglio da leccarsi i baffi, almeno per i più gossippari. Se infatti la showgirl in veste di intervistatrice si sistema con nonchalance al centro della panchina, il Gallo ne prende accuratamente le distanze e siede sull’estremità della panchina stessa. Volge verso l’esterno sia le gambe che il torace, parla con voce sommessa e accenna un lieve sorriso. Insomma, se fossimo in grado di leggere il linguaggio del corpo potremmo convincere chiunque del limpido, meraviglioso imbarazzo che provava in quell’esatto momento.

Una breve presentazione, dopodiché la telecamera è tutta per lui. Quando la sua interlocutrice lo invita a raccontare qualcosa di sé, Belotti si prende mezzo secondo per raccogliere tutto ciò che ritiene possa descriverlo al meglio ed esordisce così.

“Beh, sono un ragazzo semplice, magari all’apparenza un po’ timido.”

Semplice, magari un po’ timido. Ascoltiamo in loop queste sue prime battute, e ci rendiamo conto di come la sua semplicità consista anche (e soprattutto?) nel comunicare. Dove comunicare richiama l’accezione latina, secondo cui colui che comunica rende gli altri partecipi, delle cose così come di sé. Il Gallo è un fenomeno nella comunicazione, ed è sfruttandola che riesce inconsciamente a farsi voler bene.

Dopo essersi auto-descritto in appena cinque secondi, ecco che arriva quel momento in cui sente di non aver parlato abbastanza. Si accorge probabilmente di aver trangugiato con troppa fretta il succo della presentazione, e prova a rimediare.

“E niente, poi sono appassionato di pesca. Mi piace tanto pescare, è una passione nata sin da piccolo con mio papà, mio fratello.”

Impossibile non immaginare Andrea Belotti con il gilet multi-tasking indosso, una canna da pesca tra le mani ed il cappello di paglia bucherellato in testa. Sapere di giovani cresciuti a pane e pesca rende fra l’altro ancora più amaro – da un punto di vista nostalgico – un futuro in cui i rapporti proseguiranno nel loro ribaltamento, e dove ciò che prima era abitudine non lo sarà più.

La frase successiva denota un’ulteriore tratto del suo carattere, che sarebbe quella tipica forma di riservatezza costituente di una struttura double-face. Della serie: in campo bianco e fuori nero. Potrebbe apparire come un controsenso (il concetto che esprime è “a giugno mi sposo”), ma il fatto che pronunci le sue parole con la pacatezza di chi sta per confessare alla mamma le emozioni provate al sorriso della prima fidanzatina toglie qualsiasi dubbio.

Why always Gallo?

Non è certo recuperando gli estremi della celebre, egocentrica iscrizione balotelliana che possiamo pensare di accomunare due degli attaccanti più inconfrontabili di questo mondo, ma è evidente come l’origine del soprannome che ha reso (e sta rendendo) Belotti originale in lungo e in largo meriti un approfondimento. Quando lo intervista, Laura Barriales lo sa. “Gallo, ma perché (ti chiamano) sempre Gallo?”, gli avrebbe probabilmente chiesto se non fosse stato lui per primo a sputare il rospo.

“Sono soprannominato Gallo per via di questo mio amico che fa appunto “Gallo” di cognome. Una volta venne a vedermi giocare, e mi disse: “Se segni imita la cresta, così so che è dedicato a me”. Da lì è nato tutto.”

Il timbro della sua voce – così come il tono – rimane pressoché invariato per tutto il corso dell’intervista, e a pensarci bene è un vero peccato. Guardando il video, mentre i minuti scorrono e dalla domanda che riguarda la sua sfera personale si passa ad altro, non è chiaro se Belotti dia libero sfogo alle proprie emozioni nel descrivere pur superficialmente il rapporto con l’amico. È un vero peccato perché ciò che realmente si nasconde dietro la parete di quell’esultanza tanto scalmanata non consiste nell’origine della stessa, o almeno non dal punto di vista storico. Chi si emoziona quando lo vede esultare nella sua corsa a perdifiato, con il pollice ben saldo sulla fronte e il ghigno del ragazzotto di provincia, vorrebbe sapere di più. O più precisamente, vorrebbe sapere meglio. Vorrebbe che il Gallo fosse dettagliato nel comunicare sufficientemente da rendere il proprio interlocutore ancora più coinvolto in quel suo modo di festeggiare.

Imperfezioni a parte, la personalità che emerge da due minuti scarsi di intervista è una di quelle che neppure il più sospettoso tra i filosofi del sospetto riuscirebbe a guardare di sbieco.

Juri, o la profezia

Prendete uno come Voltaire, che certo non vedeva di buon occhio i predicatori dell’ottimismo sfrenato – ne è stato testimone il povero Candido – e schematizzatene al massimo il pensiero. Poi mettetelo accanto a Juri Gallo, amico di una vita del nostro protagonista nonché celeberrima musa ispiratrice del soprannome più originale e proletario dell’intera Serie A. Ora, alla luce delle dichiarazioni di questi nell’estate del passaggio di Belotti al Torino, è abbastanza evidente come i due non sarebbero andati poi tanto d’accordo.

“Torino è la piazza ideale per Andrea. Sono certo che con Ventura avrà la possibilità di crescere.”

Un anno e mezzo fa la maggior parte di noi lesse queste parole con interesse, e solo quando Juri arrivò a dire che “La prossima per lui è una stagione fondamentale, potrebbe davvero esplodere” i lettori medi inarcarono le sopracciglia. Interpretare quelle smorfie come ingiustificabile mancanza di fiducia nei confronti di chi si è poi dimostrato non all’altezza, ma di più, sarebbe da ipocriti. Il punto è che oggi sembra tutto molto scontato, e in troppi dimenticano chi era Andrea Belotti nell’estate del 2015.

È quindi in casi come questo che la palma di miglior profeta va alla persona che nel Gallo ha creduto sin dal primo giorno. Juri ci credeva, ci crede e verosimilmente ci crederà. Anche se parlare di futuro per un giocatore che sta convincendo con tanta intensità nel presente potrebbe addirittura sembrare offensivo.

E non è tutto. “Ad Andrea basta giocare, avere spazio, potersi battere, poi è sempre pronto a dare il duecento per cento”, aggiunse l’amico nella stessa intervista. Dire che ci avesse visto giusto è dir poco, e lo stesso discorso è valido quando parla del passato: L’Atalanta perse una grandissima occasione nel 2013. Doveva farlo lì l’affare, tenendosi in casa quell’attaccante che aveva già fatto parlare di sé”.

Eppure a Zingonia non furono esattamente gli unici a dubitare del suo talento. O meglio, non furono gli unici a fargli passare mesi grigi da underrated. Compiuta la canonica trafila nel settore giovanile dell’Albinoleffe, infatti, Belotti passò al Palermo senza tuttavia riuscire a trovare nella Sicilia la propria dimensione. Ovviamente, da ragazzo beneducato qual è, non dirà mai una singola parola contro i colori che ha indossato tra il 2013 e il 2015, e Zamparini non poté che mordersi la lingua dopo averne scoperto il reale potenziale solo una volta sfuggitogli dalle mani.

“Sono felice per Belotti. Non credevo che diventasse il giocatore che è ora, non eccelso dal punto di vista tecnico, ma con grandi potenzialità fisiche. Sono contento per Cairo e per il Torino.”

Felice e contento a suo dire, ma ci teniamo da una parte il beneficio del dubbio. In ogni caso, se almeno la colpa del primo tifoso rosanero è stata “solo” quella di svenderlo, a Bergamo non c’è la benché minima ombra di scusanti. E comunque se tutti potessero consolarsi con Conti, Kessié, Caldara, Petagna e Gagliardini sarebbe senz’altro un mondo con meno rimpianti.

Ka-boom!

Le aspettative venutesi a creare attorno a Belotti al momento del suo arrivo a Torino sono quelle che possono crearsi attorno ad un attaccante di ventuno anni e poco più che fa il proprio ingresso nella scena della borghesia calcistica. Segue la sua indole e ci entra in punta di piedi, ma arriva con il fardello di circa otto milioni sborsati da Cairo per riportarlo vicino casa.

Ricordate il bianco e il nero della sua personalità? Quella in-campo e quella extra-campo? Beh, trattasi di un concetto assai facilmente traslabile all’interno del contesto Belotti-Toro. La retorica ci ha già abbondantemente tediati (o informati, de gustibus) riguardo ai primi nove mesi piemontesi del Gallo: ad una prima metà di stagione con una sola rete all’attivo è susseguita una seconda che è stata tutto l’opposto, e in cui il raggiungimento della doppia cifra è stato favorito anche dalla creazione del tandem tutto Made in Italy con il figliol prodigo Immobile.

Già, quell’Immobile che nel frattempo ha cambiato aria, facendo intendere una volta di più come l’attaccante in cui i tifosi granata si riconoscono sia sempre stato quello un po’ pazzo che quando segna si mette a correre con il pollice schiacciato in fronte eccetera, eccetera.

Lo stesso Immobile con cui il Gallo ha instaurato un rapporto sincero, semplice come piace a lui. O a loro, forse. Il profilo Twitter di Belotti è pieno di foto in coppia con l’amico: si passa da quelle con la maglia granata agli scatti in Nazionale, fino ad arrivare ad una foto-dedica per il compleanno dell’attaccante della Lazio. Senza tener conto delle parole di Ventura, che con fare nostalgico nelle prime uscite della sua Italia ha spesso e volentieri contato sull’ultima coppia forgiata a Torino. Il 7 novembre, a cinque giorni dalla gara contro il Liechtenstein, il CT parlerà così dei due.

“Stanno facendo bene, non solo nei numeri ma anche nelle prestazioni. Hanno ancora margini di miglioramento.”

Peccato per Belotti, però, che questa crescita si sia verificata con qualche mese di ritardo. Giudicato ancora immaturo da Conte – che non lo porta in Francia preferendogli gente tipo Pellè – e abbandonato in un limbo di fine stagione da cui non vede l’ora di uscire, Belotti apprende anche la notizia dell’arrivo di Mihajlovic sulla panchina del suo Torino. Ancora non può saperlo, ma sarà anche per merito della filosofia calcistica del serbo (e alla spregiudicatezza con cui schiera i suoi undici-tipo) se quel Ka-boom! diventerà un vero Ka-boom!

Il rapporto tra i due è particolare (se non altro perché nessuno sa interpretare la parte di sergente di ferro ai livelli di Mihajlovic) ma soprattutto estremamente profittevole. Il Toro parte bene: Belotti segna 10 reti nelle prime 14 partite ed è così che arriva a guadagnarsi quella chiamata in Nazionale di cui sopra.

Luce propria? No, grazie

La verità è che mai come adesso sembra che la squadra sia costruita a sua immagine e somiglianza, aggiustata e ritagliata per un unico scopo: quello di mandarlo in rete. Nell’ordine: una coppia di terzini che fa del cross forse la maggiore peculiarità; un regista dal piede caldo e costantemente a testa alta; mezzali dinamiche che si prestano al dialogo; due ali eclettiche e che di base sarebbero decisamente più assist-man che goleador. Tutti fattori che non possono che giovargli.

Insomma, quando Mihajlovic dice che Belotti non sarebbe Belotti senza una determinata struttura alle sue spalle ha ragione da vendere. Il Gallo non brilla di luce propria, nel senso che non è quel tipo di stella in grado di procrearsi stabilmente l’occasione per buttare la palla in rete, e per questo motivo necessita del lavoro di una squadra che lo supporti. Ci sono poi quelle situazioni in cui l’adrenalina lo porta a cavalcare per decine e decine di metri palla al piede, ma si tratta perlopiù di casi specifici.

Il suo essere straordinario è comprensibile solo se si fa uso dell’accezione letterale del termine. Belotti è extra-ordinario – ovvero sta fuori dall’ordinario – perché è costantemente oltre i limiti che la tecnica pura tenta invano di imporgli. Arrivati a questo punto è probabile (e assolutamente concepibile) che qualcuno si stia domandando se il Gallo di cui parliamo in queste righe sia ancora il Gallo semplice, timido e riservato che abbiamo presentato in introduzione.

 

La risposta empirica sarebbe ed è naturalmente un deciso sì, ma se dovessimo seguire la dimensione metafisica del caso questo assumerebbe una sfumatura diversa. Il Belotti che vediamo azzannare le caviglie degli avversari di settimana in settimana è in sostanza entrambi, compreso quello descritto nelle prime righe, timidamente seduto sull’estremità della panchina.

Hannah Arendt era convinta che l’altruismo fosse definibile come tale solo in una condizione di totale assenza di Io in chi fa del bene. Ecco: Belotti è uno di quei tipi che, limitatamente al campo da calcio, rischia di mettere pericolosamente in discussione la tesi arendtiana. Questo perché quando il Gallo si lancia contro un avversario in fase di pressione, o quando si allunga su un traversone pur sapendo di non poter augurarsi altro che un tocco maldestro del proprio marcatore, dà l’esatta idea di chi è consapevole di star facendo del bene ad un compagno.

Chiaro, non è tutto. Per resistere con costanza a questi livelli non possono certo essere sufficienti le doti caratteriali. Eppure lo stesso Mihajlovic è sembrato voler confermare la loro determinante incisività nell’essere calciatore del Gallo.

“Belotti è forte perché ha fame. Non si risparmia mai, neanche in allenamento.”

Non una parola spesa sulle doti tecniche, solo un banale e vago “è migliorato tantissimo”. Che, se considerata l’aggiunta successiva di termini come “cattiveria e “umiltà”, fa intendere chiaro e tondo in quale ordine siano disposte le sue qualità generali.

E forse è proprio questo il lato di Belotti che più riesce a penetrare nei cuori di chi ama questo gioco. Dal basso, con passione infinita, sorridendo. Timidamente. E soprattutto con la gobba di chi ha sempre voluto faticare per il solo gusto di inseguire un traguardo.