Torreira, Linetty, Praet, Schick, Djuricic. Cinque nomi da snocciolare come un salmo; cinque nomi che identificano giovani calciatori affacciatisi quest’anno in A, ognuno con le proprie specificità, che hanno conquistato lo status di promesse all’interno di quella che appare più come una squadra di Eredivisie che di Serie A. Un piccolo “laboratorio a cielo aperto”, che pazientemente e con endemici alti e bassi, sta raccogliendo i frutti di un lavoro lungimirante in fase di scouting e mercato.

Vista da fuori la Sampdoria di Ferrero è un animale strano: in bilico tra psicodrammi, crisi e improvvise fioriture; ricca di giovani, portata ad anticipare la concorrenza e puntualmente destinata a cedere al miglior offerente i frutti del profondo lavoro di scouting per restare competitiva. Il ds Osti, dallo scorso autunno affiancato da Pradè, opera in un contesto di plusvalenza generata e conseguente re-investimento low cost. Sullo sfondo, ma sarebbe meglio dire sul palco, si staglia la figura folkloristica e mai realmente compresa di Massimo Ferrero: lo showman, il clown televisivo, er Viperetta dalle esultanze e dichiarazioni surreali.

Eppure, stracciando il velo delle apparenze la Samp risulta una delle migliori fucine di giovani talenti del campionato italiano. Giunti a 2/3 della stagione possiamo tracciare un primo bilancio del gruppo di almost famous in maglia blucerchiata. Come nel film-cult di Cameron Crowe, infatti, i ragazzi lanciati sulla strada del successo sono arrivati ad un punto di svolta: rimanere nella memoria collettiva come fenomeno marginale, simbolo di disincanto e what if viventi, oppure elevarsi ad elementi di successo: quelli che “ce l’hanno fatta”. Nell’agrodolce commedia formativa di Crowe, la rock band degli Stillwater finisce per essere ingurgitata e risputata dallo star-system; a Marassi, invece, il percorso appare ancora da scrivere.

Il piccolo Cruijff dimenticato

Filip Djuricic ha appena compiuto 25 anni ma ha alle spalle una sequela di prestiti, esperienze e fallimenti che lo fanno apparire come un giocatore con almeno cinque anni in più. Al centro di un hype che ha portato club come Manchester United, Ajax e Benfica a battagliare colpo su colpo per strappare le sue prestazioni alla piccola società della città natale, i serbi del Radnicki Obrenovac, Filip si trasferisce nel campionato più adatto per la formazione e il lancio di giovanissimi calciatori, l’Eredivisie, rifiutando le avance dell’Ajax e accettando la proposta di un club minore ma dalla grande organizzazione come l’Herenveen, convinto dall’interesse dell’allenatore: Marco Van Basten.

Dopo un paio di stagioni di apprendistato, sia tattico che fisico, esplode a 19 anni con un’annata da wonder-boy: 13 gol e 17 assist in Eredivisie, e gli occhi di mezza Europa che lo sorvegliano da vicino. Il Benfica lo acquista sborsando 6 milioni di euro, il 21enne Djuricic, però, paga lo scotto di un ambientamento difficoltoso, sia sociale che tattico. Jorge Jesus, allenatore pragmatico in un club con l’urgenza di spezzare l’egemonia nazionale del Porto, lo accantona spedendolo in prestiti infruttuosi in vari campionati europei: Mainz, Southampton, Anderlecht. Insomma, il talentino ammirato nei Balcani – dove fu ribattezzato “il piccolo Cruijff” – e in Olanda è già un malinconico dimenticato del calcio, pronto ad infoltire l’infinita schiera delle illusioni giovanili.

Djuricic in Olanda. La conduzione palla è di primo livello, il dribbling secco e letale come lo scatto di un grilletto, l’accelerazione bruciante. Personalità e lettura dello spazio, seppur istintive, non difettano.

Arriva a Genova, in prestito con diritto di riscatto, con queste premesse. È lo scorso luglio e già a fine agosto si vocifera di una sua possibile cessione. Djuricic, però, prende una decisione controcorrente e resta, conscio dello sforzo che dovrà compiere per entrare nelle rotazioni di Giampaolo. C’è un aspetto che colpisce di questo centrocampista atipico: la naturalezza delle giocate. Nonostante siano solamente 10 le presenze in A, è evidente fin dal primo tocco la totale sensazione di controllo e facilità di giocata del serbo.

Non ha ancora un ruolo ben definito, pur svariando come mezzala o trequartista del rombo doriano – posizione di riferimento in carriera – ma fa intravedere squarci di talento puro: ambidestro, dotato di una tecnica di base elevata, capace di accelerazioni palla al piede in grado di strappare in due le linee avversarie come un foglio di carta con una rapidità di gambe da ala.

In un gioco basato su transizioni e ripartenze rapide potrebbe davvero fare la differenza. Nella Samp di Giampaolo, più votata all’attacco posizionale, rimane una scheggia impazzita capace di piccole grandi meraviglie.

È un freak balcanico, che ha imparato a giocare in strada col padre – come ricorda lui stesso – affinandosi in un contesto tecnico avanzato ma spensierato come quello olandese.

In Serie A ricopre il ruolo di uno di quei future ad alto rischio ma con un elevato potenziale di ritorno dell’investimento. Osti e Pradè, infatti, lo hanno riscattato dal Benfica per 3 milioni più la cessione di Pedro Pereira nel mercato invernale. Giampaolo adesso lo usa come elemento di rottura: l’uomo in più, capace di ribaltare il campo con facilità imbarazzante, di regalare verticalità e superiorità numerica in fasi statiche di gioco e fra le linee, come di perdersi in arabeschi palla al piede in situazioni che richiedono essenzialità di scelta. Però, a 25 anni e per la prima volta, il futuro sembra arridere al piccolo Cruijff.

Sognando Verratti

Lucas Torreira ha 20 anni ed è titolare inamovibile. Lucas Torreira era un trequartista uruguagio di belle speranze, oggi è un regista con qualche certezza in più. Lucas Torreira assomiglia un po’ al Pek Pizarro, perfino a Verratti – con cui condivide l’arretramento del raggio d’azione e l’esperienza pescarese in B – ma rimane soprattutto se stesso: un giocatore in evoluzione, affidabile, centripeto, potenzialmente insostituibile nel modulo doriano. È la post-modernità applicata in uno dei ruoli più classici del gioco.

166 centimetri di geometrie variabili: gioco corto, gioco lungo, capacità di smarcamento in fase di uscita bassa ed impostazione, maturità nelle singole scelte di gioco, volontà di aggredire individualmente portando pressione sempre con i tempi giusti. Torreira, insomma, sembra uno di quei giovani poco più che adolescenti per cui il tempo è un concetto relativo: una matricola che si muove con la sicurezza del veterano al gran ballo di fine liceo. Sorseggiando un buon manhattan.

Donnarumma vola con la mano di richiamo e toglie la gioia del primo gol al tomahawk di prima di Torreira. “Due bambini. Di grandissima qualità”. Ok, il commento è giusto.

E per una volta, l’aggregato tra campo e fuori campo coincide, quasi a formare un unico soggetto: Torreira in campo è espressione diretta del Lucas fuori campo. Lineare nell’esprimersi, chiaro nei concetti, semplice ed immerso nel microcosmo intimo che si è portato dietro dall’Uruguay: la madre e il migliore amico vivono con lui in un normalissimo appartamento di Genova. Non fosse per la maglia 34 che indossa ogni settimana, sembrerebbe uno di quegli studenti internazionali un po’ timidi che ancora non hanno provato alti e bassi della vita al di fuori del contesto familiare.

Invece siamo davanti ad uno dei calciatori più interessanti per adattamento all’ambiente agonistico, margini di crescita ed età. Torreira è già un uomo-chiave del calcio proattivo di Giampaolo, ideale proseguimento del lavoro impostato con Paredes la scorsa stagione ad Empoli, in un modulo “sarriano” dove il ruolo di regista assume le fattezze di uomo vitruviano: pronto a portare il pressing difendendo in avanti, come da diktat giampaoliano, fungendo da appoggio e centro di gravità collettivo grazie all’abilità del gioco di prima e alla precisione dei passaggi, spesso orientati con entrambi i piedi.

Primo postulato di Torreira: al variare del volume di gioco, la precisione dei passaggi rimane intatta (e vicina al 90%).

Anche le statistiche fotografano l’immagine di un giovane già maturo: 86% di pass accuracy, 58 passaggi a partita, 1,3 key passes per match; ma non solo, perché l’affermazione in una posizione così delicata passa anche per l’irrobustimento in fase di non possesso: 3 tackle e 2,8 intercetti a partita consegnano la definitiva bozza di un centrocampista abile in ogni situazione di gioco, in linea con la tendenza degli ultimi anni di calcio europeo: la qualità che arretra il raggio d’azione dalla trequarti al centro del campo. Portatore sano di un gioco strutturato, completo ed intelligente, Lucas Torreira si candida a nuova next-big thing in un ruolo sempre più complesso.

Infine, se tutto questo non bastasse, qui ci spiega pure come preparare un perfetto mate in versione uruguagia. Che fa sempre figo.

Karol Linetty, di padre polacco

Linetty al suo arrivo a Genova appariva come uno di quei ragazzi di cui si dice un gran bene ma che poi, a vederli dal vivo, sembrano ancora acerbi o non abbastanza strutturati per un palcoscenico che poco e nulla perdona come la Serie A. Karol Linetty, classe ’95 da Znin – distretto rurale sperduto nel centro della Polonia – ha invece stupito per la rapidità di adattamento al grande salto: titolare fin da subito in un ruolo oltremodo dispendioso come la mezzala nel rombo doriano, è uno di quei giocatori che non ruba l’occhio ma si affida alla continuità di rendimento come passepartout per una futura affermazione professionale.

Al Poznan, appena 20enne, faceva già la differenza per chance create, assist, volume di gioco, intensità ed interpretazione del ruolo.

Aggressivo, portato a far sentire la sua presenza sfruttando una struttura da normolineo che ben si adatta ai compiti richiesti dal 4-3-1-2 blucerchiato, è uno di quei giovani che testimoniano la significativa crescita del sistema-calcio polacco: da Szczesny a Skorupski fino a Milik e Zielinski, i millennials arrivati in Serie A hanno l’etichetta di merce pregiata. Linetty rientra nella categoria del centrocampista versatile, capace di portare a compimento l’interpretazione di un ruolo che richiede applicazione massima nelle due fasi di gioco: sa facilitare il gioco distribuendo passaggi corti in avanti creando connessioni con una delle due punte e avanzando per guadagnare metri, spesso fa la scelta più logica e semplice, sa orientare la giocata con entrambi i piedi: è dinamico e lineare.

Una mezzala moderna, destinata a crescere e a smussare qualche irruenza di troppo soprattutto in fasi di difesa posizionale; un centrocampista che può ancora migliorare nell’apporto offensivo, finora il tallone d’achille del polacco: 3 assist in 23 presenze, 0,7 tiri a partita e 1,1 dribbling di media sono numeri ampiamente migliorabili, soprattutto nella ricerca degli spazi da attaccare negli ultimi 30 metri grazie al movimento centrifugo della coppia d’attacco di Giampaolo.

Qui interpreta bene spazio da attaccare e tempi di giocata: l’assist per Bruno Fernandes arriva dopo smarcamento e giocata rapida destro-sinistro. Essenziale e razionale.

Finito nel mirino del City prima di sbarcare a sorpresa a Genova, Linetty si conferma giocatore universale nell’interpretazione del gioco sulla mediana ma forse, per intuire davvero il potenziale effettivo del giovane Karol, dovremo attendere ancora una stagione. Come uno di quei vini da far decantare con la dovuta calma.

Dennis il predestinato

C’è chi, tra i suoi ex-compagni, lo aveva paragonato ad Iniesta, chi a De Bruyne. Eppure Dennis Praet pare aver consumato quell’aurea da predestinato che ne ricopriva la figura fino a pochi mesi fa. L’investimento più importante in fase di mercato – 8 milioni dall’Anderlecht – è anche quello che ha incontrato più difficoltà con l’ambientamento nell’ecosistema italiano: diviso tra folta concorrenza nel ruolo di vertice alto del rombo sampdoriano, adattamento ad una nuova posizione pensata per lui da Giampaolo – la mezzala – e lunga una serie di partite da subentrante.

Ogni tanto il suo istinto primordiale di trequartista dai colpi di classe si manifesta improvvisamente come una seconda personalità, e prendono forma colpi di mortaio come questo.

Insomma, il talento su cui mezza Europa era pronta a scommettere è incappato nella tipica stagione di transizione, sintomo di una maturazione lenta e di qualche interrogativo sull’eccesso di hype che abbraccia i giovani calciatori belgi che agiscono sulla trequarti: viviamo in un mondo crudele, a meno che non ti chiami Hazard. Però qualcosa in più su Praet va detta. Ad esempio che nel 2017 ha raddoppiato minuti e presenze da titolare, agendo nella posizione di mezzala sinistra, ha infilato il primo gol in A e, in generale, appare più coinvolto nel gioco e sicuro di sé.

Certo, il talento sbarcato a Genova prometteva fuoco, fiamme e laser pass a tagliare le linee avversarie come se si trattasse di un personaggio uscito da Kill Bill, ma quella era la proiezione di Praet nel campionato belga senza avere Giampaolo come allenatore. Abituato a muoversi da trequartista centrale o sinistro nel tipico 4-2-3-1 delle squadre nord-europee, Dennis si è ritrovato in un mondo distante, attento ad ogni movimento e fase di gioco, oltremodo legato al rigido abito tattico che il tecnico di Bellinzona ha imposto a Marassi.

In definitiva, quello che sta accadendo è che Praet sta mutando in un centrocampista totale, dedito alle due fasi, capace di coprire ampie zone di campo, associare il gioco tra i reparti e aggiungere movimenti e consapevolezza operaia al suo bagaglio aristocratico, non intaccando una qualità di base ben oltre la media.

Il gol e il movimento di una mezzala che attacca lo spazio vuoto inserendosi a rimorchio.

Una trasformazione fatta di pause e tempo. Un processo che ha ben poco del romantico, studiato a tavolino per permettere l’affermazione di un nuovo Praet 2.0: non più quel trequartista biondo, alto, filiforme e dall’innata eleganza minimale come un’architettura scandinava, ma l’ennesimo calciatore completo, abile e consapevole in ogni quadrante del campo, con la palla o senza. E che, con l’ausilio di un sistema e di prìncipi di gioco definiti, possa migliorare globalmente senza perdere la sua cifra stilistica.

C’est Schick

Ad osservarlo dà l’impressione di uno di quei ragazzi che è sempre stato fuori scala rispetto al contesto in cui si muoveva, uno di quelli nati alti, con l’espressione austera e le idee sempre chiare. Patrik Schick è indubbiamente una delle maggiori sorprese della stagione: acquistato con una valutazione di 4 milioni da un club di media fascia come lo Sparta Praga, Schick è oggi il gioiello più luccicante del diadema blucerchiato. Senza, però, assurgere allo status di titolare; dimostrazione di come talento ed applicazione passino dalla strada di una crescita progressiva.

Gol da prima punta di razza allo Stadium (su assist di Praet sempre più mezzala), gol da seconda punta creativa contro la Lazio. Sembra tutto facile, naturale.

187 centimetri di eleganza naturale, il physique du rôle del centravanti atipico ma vecchio stampo, un sinistro mortifero e la sensazione diffusa di trovarsi davanti a qualcosa di più grande, seppur in itinere. Impressione corroborata anche dalle statistiche: 7 gol in 21 presenze, di cui 16 da subentrante, una media di un gol ogni 109 minuti, il tutto a 21 anni. Il ceco classe ’96 è forse esploso troppo in fretta rispetto al suo percorso formativo che recita una sola stagione da titolare in Repubblica Ceca, generando così schiere di adepti del culto del giovane “cigno” ceco. Però, se da dicembre a marzo infili 6 gol nei pochi minuti a disposizione a squadre come Lazio, Juventus e Roma, l’aria che tira non può che essere il tornado dell’idolatria collettiva.

Di Schick si possono analizzare un paio di aspetti: da un lato la capacità killer di segnare con un set di colpi da eccellenza del ruolo; dall’altro l’acerbità del suo modo di giocare all’interno di un contesto così strutturato. Più prosaicamente, la totalità dei compiti richiesti da un titolare nel ruolo è ancora lontana dall’essere messa in pratica dal ragazzo di Praga. Segue grafico colorato esplicativo.

Evidente la crescita esponenziale per tutto quello che riguarda la fase offensiva (blu), allo stesso modo i compiti difensivi e la fase di possesso in generale è da migliorare (giallo e rosso); passerà necessariamente da qui la definitiva esplosione di Schick.

Patrik è già nel mirino di grandi club, spinti dalla straordinaria capacità realizzativa, dalla giovane età e dal fatto che questo affascinante centravanti dalle caratteristiche universali abbia fatto intravedere colpi di pura classe. Tutti i gol che segna, infatti, appaiono semplici: come se fosse un finalizzatore glaciale, che sa esattamente come e quando colpire con la spietatezza di un sicario. Precisissimo ed essenziale nella fase di controllo orientato, capace di liberare il mancino da fuori, di potenza come a cercare il piazzato, agile e rapido in area nonostante l’altezza, difficilmente contenibile nelle ripartenze o con metri di campo a disposizione. Tra gli under 21, Schick è il meglio che il panorama italiano possa offrire nel ruolo.

Se siete ancora scettici, chiedete pure a De Rossi. Il gol più bello e difficile di Schick è l’unico di destro e arriva dopo una giocata in cui per un paio di secondi sembra Lewandowski versione teenager.