Archiviata la qualificazione ai quarti in favore dei Blancos, abbiamo provato a commentare, secondo molteplici punti di vista, gli aspetti che più ci hanno colpito di un ottavo di finale con una narrativa a sé: Napoli-Real Madrid.

 Cronaca dell’ultimo urlo della Champions

Giovanni Parente

A Napoli, per esorcizzare la forza dell’avversario, in qualunque situazione ci si trovi, si usa dire che “si sta giocando col Real Madrid” perché, in fin dei conti, per un popolo che vive di calcio ogni giorno della settimana, il Real Madrid è l’emblema della perfezione, la squadra ideale, i ricchi, famosi e patinati campioni da copertina. Quando lo scorso 12 dicembre il Napoli, che aveva vinto il girone per la prima volta nella sua storia, pescò il Real Madrid campione del mondo in carica e clamorosamente secondo, dopo il Borussia Dortmund, l’emozione per l’evento era altissima. Cristiano Ronaldo, l’idolo di molti, al San Paolo. Maurizio Sarri che si presenta con la sua amata tuta al Santiago Bernabéu, il teatro dei trionfi dei Blancos.

Sapevamo tutti che il Napoli non aveva tante possibilità di passare il turno ma si doveva giocare comunque a testa alta per la città e per i tifosi che hanno aspettato questo momento per 30 anni. Già, perché era una serata di settembre quando il Napoli di Diego si illuse con la rete di Francini, per poi tornare sulla terra dopo il pareggio del Buitre Butragueño. Era un altro Napoli, erano altri tempi, era un altro calcio. E sopratutto c’era Maradona.

Ma l’amore per questi colori è rimasto immutato: quando fu ufficializzato che l’andata si sarebbe giocata a Madrid, ci fu un entusiasmo di massa, tutti cercavano di trovare un modo di arrivare a Madrid. Chi con la combo macchina e traghetto per Barcellona, chi con improbabili scali a Istanbul, chi letteralmente “on the road” da Napoli.

La gara di andata al Bernabéu era fondamentale, da quel risultato dipendeva una grande fetta di qualificazione e l’inizio, nonostante la paura del palcoscenico madridista, fu il migliore possibile: dopo 8′ Insigne vede Keylor Navas fuori dai pali, prova il destro a giro. La telecamera non riprende la scena per intero, vediamo soltanto il ragazzo di Frattamaggiore che tira e partono, impietosi, i primi insulti. Ma poi la ripresa continua sul pallone che, improvvisamente, si infila all’angolino. Siamo in vantaggio al Bernabéu.

L’esultanza di Insigne, dopo il geniale vantaggio al Bernabeu.

La geniale giocata di Insigne è un’arma a doppio taglio perché il Real Madrid torna, come tutti potevano immaginare: Carvajal, solo, crossa un pallone al bacio per la testa di Karim Benzema. 1-1. Dopo un primo tempo di sofferenza, CR7 umilia Koulibaly sulla destra, la mette in mezzo per l’accorrente Kroos che calcia un imprendibile rigore in movimento: siamo sotto, ma questo risultato andrebbe benissimo in chiave ritorno.

Poi, come nel peggiore degli incubi, Casemiro, il giocatore con meno talento di base del Real, riceve un pallone sui 25 metri e fa partire un missile terra-aria che Reina può soltanto ammirare. 3-1. Un risultato che va anche stretto ai madrileni, visto che ce ne starebbero almeno altri due, nonostante la nitida occasione sprecata da Mertens all’87°.

Per la partita che la città attende dal 1987, le sedi dell’Università Federico II che si trovano vicino lo Stadio chiudono alle 13, lo stesso succede per gli esercizi commerciali. Tutti chiusi, scatta una corsa verso casa per chi non ha il biglietto mentre i fortunati si mettono in coda alle 14 per entrare alle 15. Sei ore prima dell’inizio della partita. Follie da grande evento. L’unico modo per scongiurare il timore dell’avversario è intonare due volte l’urlo della Champions, poi un susseguirsi di emozioni fino al momento in cui le squadre arrivano in campo, le due Curve fanno scivolare le coreografie preparate per l’occasione e quindi arriva il vero urlo.

Come c’era da aspettarsi è il Napoli a fare la partita per cercare di rimontare il risultato dell’andata e al 25′ la combinazione Insigne-Hamsik-Mertens porta il belga solo davanti a Keylor Navas, che viene facilmente fulminato. 1-0. Poco dopo il Real si fa pericolosamente sotto con CR7 che, dopo aver superato Pepe Reina, tira incredibilmente il pallone sul palo.Un errore non da Ronaldo-pensiamo-magari è la serata giusta.

Il Napoli non gioca solo bene, domina il campo, impone il suo ritmo al match, vive di fiammate improvvise dei suoi giocatori offensivi e i campioni di tutto hanno paura. Paura perché una squadra così potrebbe davvero sovvertire le gerarchie, almeno per una notte. Ci sarebbe pure un’altra occasione per Mertens che stavolta colpisce il palo, sembra quasi un contrappasso dopo il clamoroso errore di CR7.

Il pubblico ci spera, ci credono anche i giocatori, soltanto che tra noi e i quarti ci sono altri 45′ e soprattutto un gol di differenza per avere la meglio sui Blancos. Soltanto che loro sono una grande squadra, abituata a certe pressioni, a queste partite da dentro-fuori in cui si decide una stagione intera e sono abituati alle rimonte: senza sapere come, dopo un grossolano errore in disimpegno, Toni Kroos pennella il pallone in mezzo all’area e Sergio Ramos infila il gol del pareggio.

L’esultanza di Sergio Ramos per il 2-1, il gol che disintegra le speranze residue del Napoli.

Soltanto che dopo pochi minuti il Real Madrid ha un altro calcio d’angolo: su Sergio Ramos ci va l’ex Albiol; tranquillo, pensano in molti. Non è così perché, mentre il difensore azzurro torna a terra dopo aver saltato in anticipo, Ramos è ancora in aria, svetta di testa, il pallone colpisce involontariamente Mertens e schizza dentro. 2-1. È la chiusura del confronto, in un attimo è volatilizzata ogni speranza: a mezz’ora dalla fine non possiamo far altro che aspettare il triplice fischio, perché dovremmo fare 4 gol, troppi per qualunque squadra. Negli ultimi minuti ci sarebbe anche la rete del 3-1 di Alvaro Morata, ma la squadra a livello mentale non c’era più.

Da questo ottavo di finale, che si chiude con un doppio 3-1, abbiamo però ricevuto una conferma importante: se il Napoli non si priverà dei propri giocatori, aspettando l’esplosione dei vari Diawara, Rog, Zielinski e Milik, punterà a rinforzare la difesa e soprattutto confermerà Maurizio Sarri, allora sarà possibile bissare serate come questa. Magari andando ancora più avanti, perfino tra le prime otto d’Europa.

Negli occhi di chi c’era o stava guardando la partita resteranno i 45 minuti in cui il Napoli ha dominato e intimorito il Real Madrid. Chi c’era nel 1987 ancora oggi ricorda il gol di Francini, noi ricorderemo quello di Mertens. Il gol dell’illusione. Quello che, comunque vada, si ricorda per sempre.

Venerare il culto del gioco e delle idee

Leonardo Capanni

A differenza di Giovanni, da esterno disinteressato da questioni di tifo, l’ottavo di Champions tra Napoli e Real mi ha colpito per vari motivi. Da un lato la curiosità quasi morbosa e voyeur di osservare il giocattolo di Sarri nel confronto più difficile; dall’altro la percezione dell’evento come qualcosa di più profondo: uno scontro fra opposti, soprattutto in panchina. Tre anni fa pensare ai gradi di separazione che intercorrevano tra Zidane e Sarri, era un po’ come immaginarsi la vita su Trappist-1: un enorme lavoro di fantasia. Gradi di separazione che, al netto delle opposte dimensioni professionali ed estetiche, abbracciano pure opposte visioni nell’interpretazione dei propri ruoli.

Zidane, accolto sulla panchina più pesante del mondo come una sorta di mera operazione-marketing, si è invece dimostrato un allenatore atipico ma capace: un intelligente gestore di risorse umane, un tecnico conservativo, che punta alla flessibilità delle soluzioni e all’ineluttabilità della forza mentale dei Blancos come cifra stilistica, a discapito di una precisa identità tattica e di gioco. Pecca in strategia per la singola gara, non è continuo nella proposta di gioco che spesso è ceduta all’avversario. Il suo è un Real anomalo ma subdolamente pericoloso, figlio dell’idea che sapersi adattare alle specifiche situazioni sia più proficuo che imporre una strategia strutturata e coraggiosa. Soprattutto se siedi sulla panchina del Bernabéu.

Sarri, al contrario, rappresenta la nemesi di questa filosofia. Dimostrazione plastica di come un sistema e dei princìpi di gioco propositivi e continuamente allenati moltiplichino la forza dei singoli attraverso il collettivo. In una città storicamente legata a scaramanzie varie e all’attesa atavica della figura salvifica che ne potesse riscattare in parte le delusioni – Maradona rimane la summa di quest’attitudine – Sarri, da laborioso e testardo toscano di provincia, ha immesso una nuova consapevolezza, ben più rivoluzionaria di un semplice passaggio di turno: la fiducia in un sistema. L’inevitabile cultura del lavoro e delle idee, a discapito della grandezza del singolo.

Il calcio di Sarri si è dimostrato efficace e spettacolare per buoni tratti dei 180′, pagando alla lunga un mismatch di qualità singola in alcuni interpreti, fisicità e forza mentale generale, ma era davvero l’unico antidoto allo strapotere tecnico e fisico del Real. Il doppio 3-1 con cui gli ottavi vanno in archivio, infatti, penalizza oltremodo il Napoli per quanto visto in campo.

Soprattutto i primi 52′ del ritorno sono stati una dimostrazione di superiorità: approccio perfetto, capacità quasi incredibile di presidiare le linee nella metà campo avversaria smarcandosi sempre alle spalle del centrocampo madrileno, abilità nelle combinazioni eseguite con più uomini a velocità massimale – la catena di sinistra Ghoulam-Hamsik-Insigne dava la sensazione di un flipper dove la palla corre impazzita, senza mai alzarsi da terra -, coraggio nel difendere in avanti e organizzazione magistrale nel pressing alto, portato sia individualmente che collettivamente.

Idee chiarissime e volontà di colpire. Anche in situazioni di gioco al limite dell’utopia.

Insomma, si potrebbe continuare per ore ad analizzare la macchina tattica di Sarri e i suoi ingranaggi, dallo sfruttamento della profondità e degli half spaces, fino al fraseggio corto di prima con cui prendono forma risalite di campo che sono un inno all’estetica. Ma sarebbe superfluo, ormai perfino retorico: ha vinto la squadra più forte, sfruttando una superiorità di base indiscutibile; però, ciò che il tecnico toscano si porterà con sé come un santino è la rinnovata consapevolezza di una piccola rivoluzione culturale applicata al calcio azzurro, in meno di due anni: idee innovative, lavoro, coraggio. Sono le direttrici che Napoli deve percorrere per esorcizzare l’attesa della caduta dal cielo di un altro Maradona. E forse anche qualche esternazione surreale del suo presidente.

Splendori e miserie del Napoli Calcio

Giuseppe Zotti

Quando nel 2008, diciassettenne, visitai la biennale di architettura di Venezia, rimasi particolarmente colpito, da profano, dal padiglione belga. Consisteva in un giardino circondato da quattro mura alte circa tre metri; al suo interno, si trovavano solamente tavolini e sedie, mentre il suolo era completamente ricoperto di coriandoli dei più disparati colori, che conferivano all’opera un titolo eloquente: “After the party”.

Nei giorni intercorsi tra l’andata di Real Madrid–Napoli al Bernabéu e la sfida di ritorno a Fuorigrotta, quel giardino – attorniato da mura che sembravano rappresentare una festa ferocemente esclusiva e lontana dai poveri mortali, più che una semplice difesa della privacy – speravo diventasse a breve l’allegoria migliore del club madrileno. Sarebbe stato bellissimo che la festa, praticamente ininterrotta da quando Zidane si è seduto con grande scetticismo sulla panchina degli esclusivi merengues, fosse interrotta da una squadra, da una società e da una città che, al contrario, di una celebrazione delle sue non ne vede da troppi anni e che ne avrebbe sicuramente bisogno.

Parlare male di Aurelio de Laurentiis e bene di Maurizio Sarri adesso può sembrare un esercizio dialettico abbastanza banale e che rischia di trasformarsi in facile retorica; sarebbe un errore, tuttavia, rinunciare completamente a farlo, perché far finta che nulla sia successo in queste settimane – e di conseguenza non parlarne – sarebbe ancora peggiore per chi si interessa di calcio.

Il Napoli è così tanto amato dai suoi tifosi per quello che rappresenta: non solamente è la squadra rappresentante una città, che pur con i suoi mille problemi – e quasi indubbiamente anche per via di questi – si trova ad avvicinarsi con un calore che in qualsiasi altra città d’Italia, con forse l’unica eccezione di Roma, difficilmente concepibile; va altresì considerata come l’unica formazione del Mezzogiorno che abbia mai messo seriamente in difficoltà le efficienti formazioni del Nord.

Il fatto che il potere sabaudo con il meridione sia stato quantomeno oppressivo è un fatto storico difficilmente incontestabile, ma il tentativo di De Laurentiis di rendere il Napoli una sorta di avanguardia del riscatto meridionale è delirante. Delirante perché la sua avversione al settentrione non è di carattere storico come vorrebbe farci credere, bensì di puro vittimismo che rischia solamente di facilitare pregiudizi negativi verso Napoli, intesa tanto città come squadra di calcio; le sue dichiarazioni anche dal punto di vista delle pubbliche relazioni della società sono dannose, visto quanta simpatia l’undici partenopeo ha raccolto in tutto il Paese in questa doppia sfida, fosse anche soltanto per il carattere quasi impossibile della stessa, dimostrando peraltro ampiamente di meritarla con due partite giocate in maniera più che positiva, pur con i limiti tecnici che intercorrono tra gli azzurri e il Real Madrid.

Se De Laurentiis scredita facilmente Napoli, c’è per fortuna un lato della medaglia tanto lucente quanto è opaco quello occupato dal patron dei partenopei: Sarri, pur non essendo riuscito a passare il turno, è riuscito a dimostrare qualcosa di estremamente importante: ha preparato la partita in maniera ottima nonostante le enormi pressioni della settimana clou della stagione, mettendo in seria apprensione i campioni del mondo in carica per circa un’ora, e solamente una doppietta dell’insopportabile ma ottimo Sergio Ramos gli ha tolto la speranza definitiva di un’impresa che gli avrebbe schiuso le porte della leggenda (e probabilmente rendendolo un personaggio ancora più cult di quanto abbia mai desiderato e di quanto sia necessario); tutto questo, soltanto tre giorni dopo aver vinto sul campo della Roma.

Certo, c’è stato lo scivolone in Coppa Italia con la Juventus, ma il ritorno al San Paolo sarà giocato, si spera, con più serenità dell’incontro d’andata, con l’ambiente danneggiato dalle farneticazioni di De Laurentiis; la prossima volta, però, ci sarà – si spera – anche la consapevolezza di affrontare le partite decisive con il piglio giusto, ed è forse questo il più grande risultato di Sarri nell’1-3 di martedì.

Basterà mettere dello scotch da pacchi sulla bocca di De Laurentiis di modo che continui a spendere senza deprimere giocatori e allenatore con le sue sparate, e fare un paio di ritocchi alla formazione titolare – Albiol non è sempre convincente e Hamsik, pur fondamentale ed intoccabile, è a volte in difficoltà nelle partite decisive – per raggiungere lo scalino mancante? Bisognerebbe provarci, e magari anche a Napoli si potrà riorganizzare una festa in un giardino, dove i coriandoli rimasti per terra hanno ormai quasi 30 anni.

Approfondimento sull’inspiegabile strategia comunicativa di De Laurentiis

Federico Castiglioni

“Guardi, io non sono l’uomo delle polemiche, ma dopo 12 anni di calcio mi sono anche stancato”. Frase che, sulla bocca del presidente del Napoli, potrebbe già essere un cult se non fosse stata accompagnata da altri 10 minuti di dichiarazioni di guerra al mondo. Siamo dopo un Juventus-Napoli? No, siamo nel post Napoli-Real Madrid, ottavo di Champions dal quale i partenopei sono usciti sì sconfitti, ma con l’onore delle armi.

Vista la sfuriata nel dopo-gara dell’andata, dove ADL era intervenuto a gamba tesa sui suoi puntando il mirino più o meno direttamente su Sarri (cosa negata in questo secondo post-partita), mi aspettavo commenti e decisioni irrevocabili su un tema da bar forte come le marcature sui calci piazzati o, che so, sui tempi del cambio Insigne-Milik. Invece no, il nostro ha puntato forte sul patriottismo campanilista, e dopo aver ribadito ai quattro venti la propria stima per il mister – che, ribadiamolo per cronaca e affetto, in quei primi 50 minuti ha ridicolizzato Zidane e il fatto non è passato inosservato nemmeno alla stampa spagnola, da sempre attenta alle prestazioni – Adl si è lanciato all’attacco del Nord, della stampa e dei Savoia detronizzatori dei Borboni.

Ora, tralasciando il fatto che ad esempio la prima “imputata” di settentrionalismo, ovvero la Gazzetta dello Sport, fu altrove additata proprio dopo la gara di Coppa Italia di anti-juventinismo militante per avere, tra le altre cose, affidato la moviola a Vincenzo Cito (tifoso del Napoli che tuttavia, a mio avviso, aveva fatto una moviola condivisibile su episodi di non facile lettura); ecco, tralasciando questo e altre boutade – perché Fiorentina e Torino non sono due potenze mediatiche? – fatico a comprendere dove ADL voglia andare a parare.

Prendendo per buono quanto descritto qui, con un De Laurentiis dall’indice di gradimento particolarmente basso in città, posso sì capire che la sparata dell’altra sera sia servita ad “uscire dall’angolo”. Rimane però inspiegabile quella della gara d’andata, che per contro non poteva non aver azzerato il consenso della piazza verso la sua persona, dato che i tifosi partenopei sono sempre stati ben consapevoli del gap tra il Napoli e il Real e ben poco hanno compreso di quell’attacco diretto e a caldo verso chi è uscito battuto 3-1 dal Bernabéu.

Personalmente, fatico anche a definire l’uscita di ieri sera “gioiello comunicativo”. Perché proprio le lodate capacità imprenditoriali di ADL dovrebbero facilmente fargli notare come, al netto della sconfitta, queste due partite sono state uno spot enorme per la sua società, spot maldestramente oscurato dalle sue raffiche di mitra mediatiche. Mi è impossibile soppesare la misura del “consenso recuperato” di ADL e dubito della rilevanza del tema della rappresentanza mediatica – seriamente Napoli ha bisogno di un Tuttosport? -, tuttavia il fatto che tanti (persino io qui) abbiano trovato modo di sviscerare le dichiarazioni presidenziali piuttosto che commentare la partita, la dice lunga sul peso dell’autogol mediatico presidenziale.

In tutto questo la domanda è: il Qatar Investment Authority come si pone sulle marcature a uomo, sugli arbitraggi e sulla stampa? Magari glissano perché hanno enormi capitali da entrambe le parti? O il Barcellona è squadra del nord nel senso leghista-secessionista del termine? Aspettiamo la prossima uscita di ADL per capirci qualcosa di più.